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How to be at home, un racconto per immagini e parole sull’isolamento di Tanya Davis e Andrea Dorfman

Quando a marzo il mondo si è fermato, ero consapevole che non sarebbe stato breve il tempo che avrei trascorso dentro le mura di casa con i miei genitori. All’inizio ero entusiasta, potevo finalmente condividere con loro quegli spazi in cui per tanti anni avevo imparato a cavarmela come ogni figlia unica con parenti alquanto impegnati dal lavoro. Contavo di farcela, di riuscire a gestire me e loro ma dopo pochi mesi è tutto diventato difficile: ritagliarmi i miei momenti in solitudine la mattina per godermi una tazza di tè, leggere un libro in silenzio ascoltando il rumore della pioggia o quella strana quiete che arrivava dalle strade solitamente trafficate, provare nuove attività come la meditazione erano tutte idee al di fuori delle mie possibilità con altri due inquilini, alquanto rumorosi. E ad essere sinceri ce n’era anche una terza, forse la peggiore, una dentro di me che ce l’aveva fatta, era riuscita a prendermi in un momento in cui non ero aggrappata ad una parete di roccia o alle prese con il mondo là fuori in qualsiasi forma e poteva consegnarmi una lista di cose che furbamente ero riuscita ad evitare. Era una lista lunghissima di paure, vuoti e mancanze, sotto forma di stanchezza, lacrime e depressione. 

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Nel mondo, poco prima dell’estate, ci siamo piano piano tornati, ma nonostante l’entusiasmo iniziale e la voglia di far finta che si fosse più o meno ristabilita la normalità, ne ho visti tanti di sguardi un po’ persi come il mio, di quelli che forse non erano ancora pronti dopo essere stati colti così alla sprovvista dal proprio universo interiore o di quelli che invece si sono rifiondati nella vecchia cara fuga da se stessi. Non ce lo siamo mai detti, eravamo piuttosto preoccupati a capire cosa ne sarebbe stato di mese in mese delle nostre quotidianità, mentre i numeri dei contagi salivano e scendevano. 

Io per prima non c’ho pensato veramente così a fondo, finché non ho visto How to Be at Home, il nuovo video realizzato dalla poetessa e musicista Tanya Davis e dall’illustratrice e filmmaker Andrea Dorfman. Entrambe canadesi, avevano già rapito il cuore di molti con un video in cui cercavano di destigmatizzare quel grande mostro che è la solitudine e lo star bene da soli, e recentemente hanno deciso di aggiornarlo con una veste diversa, imposta dalla pandemia, in cui raccontano invece cosa significhi vivere da soli in isolamento. O forse dovrei dire cosa si vive.

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Perché mentre due mani sfogliano le pagine di un libro che si riempiono di illustrazioni, la voce di Tanya sembra vivere nella nostra testa quando elenca le sensazioni di ansia, di paura, di mancanza, del petto che si stringe senza un motivo per il dolore, ma allo stesso tempo prova a darci una via di fuga. Lei sa cosa stiamo provando, lo prova anche lei, ma sa anche cosa funziona: un messaggio o una telefonata ad un amico, qualche minuto in silenzio con noi stessi, cucinare per sé una cena, se possibile andare in mezzo alla natura, mettere la propria musica preferita e ballare fino allo sfinimento. In poche parole, riscoprire la bellezza delle piccole cose, quelle fatte per prendersi cura di sé. E comunque, nonostante tutto, pure quelle emozioni che sembrano non far altro che spingerci di nuovo a letto, a nasconderci sotto le coperte, vanno bene anche loro. Andiamo bene anche noi. 

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