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Un progetto di identità territoriale per Roma: la tesi di Chiara Raho

«Sono una studentessa laureanda in Design dei sistemi, indirizzo Comunicazione, all’ISIA Roma Design, e attualmente sto lavorando in uno studio di strategie di comunicazione a Roma. È di fronte al Colosseo, recarsi lì tutte le mattine è una gioia».
Mi ha scritto così, qualche giorno fa, Chiara Raho, presentandomi un progetto di tesi al quale quel “recarsi lì tutte le mattine è una gioia” calza a pennello.
Innamoratissima della sua Roma, Raho ha imparato ad apprezzarla ancora di più da lontano, mentre frequentava l’Università di Camerino, nelle Marche, e poi in Erasmus a Valencia.

La dissonanza tra l’immagine che la capitale proietta al di fuori dei nostri confini e la percezione di chi invece la abita è stata, per la giovane designer, una vera epifania, che l’ha portata a concepire un coraggioso lavoro di brand identity (chiunque si arrischi a tentare di reimmaginare Roma, come suggerisce Christian Raimo su Internazionale, si scontra «con la permanenza di un passato mitico — cos’altro è Roma se non il suo stesso mito? Perfino la sua storia moderna non coincide con la storia del suo mito?») per quella che è una delle metropoli più complesse d’Europa — indefinibile, sconfinata, sfuggente e al contempo vischiosa, un brulicare di anime in contrasto e in attrito tra loro, in costante equilibro sul filo di lama tra la rovina e la tentata rinascita.

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(courtesy: Chiara Raho)
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(courtesy: Chiara Raho)

«Amo le situazioni difficili per studiare e trovare una soluzione, perché una soluzione c’è sempre», dice l’iperottimista Raho, che nella sua tesi, intitolata Progetto di identità territoriale e di comunicazione dei sistemi di pubblica utilità per la città di Roma, ha lavorato sui simboli e sui concetti, partendo dalla lunghissima storia della città e dai suoi tesori artistico-architettonici per immaginare un logotipo, delle icone, una nuova identità per la metropolitana.

La tesi è di due anni fa, e oggi Raho dice di guardarla con un senso critico differente: «Ci sono cose che attualmente magari cambierei», spiega. «Soprattutto dal punto di vista grafico sono cresciuta e ci sono dettagli ai quali ora darei una certa importanza, ma rimango sempre estremamente fiera del progetto che ne è uscito, soprattutto per il valore che ha e per l’obiettivo che sono riuscita a raggiungere: utilizzare le mie conoscenze per la comunicazione di un patrimonio culturale che viene spesso trascurato, far emergere il design, la progettazione strategica, la comunicazione, nella più banale delle quotidianità».

Per saperne di più, le ho chiesto di raccontare il suo lavoro.

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(courtesy: Chiara Raho)

Non appena finito il liceo ho subito sentito l’esigenza di andarmene da casa, andarmene da Roma e magari anche dall’Italia: ho fatto un passo per volta, prima nelle Marche e poi a Valencia.
Forse mi serviva solo per riscoprire il valore di Roma e del mio bel paese.

Avevo perso un anno prima di scegliere la facoltà di Disegno Industriale, così ho voluto ingranare e con l’Erasmus ho accorciato i tempi e mi sono laureata con 10 mesi di anticipo e con 110 e lode. È stato un bel traguardo, soprattutto per il progetto che portai, e che porto ancora nel cuore. Ci dicono sempre «non affezionatevi ai progetti», ma se il progetto riguarda Roma è impossibile non affezionarsi.
Ho fatto in modo che i miei studi vertessero sulla grafica e sulla comunicazione visiva e strategica, sull’ergonomia cognitiva, su come l’essere umano percepisce il mondo circostante, sull’immaginario collettivo e perché si crea. Sono estremamente affascinata da questa materia, da ogni sua singola sfaccettatura, perché tutto è comunicazione.

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(courtesy: Chiara Raho)
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(courtesy: Chiara Raho)

Nei miei anni fuori mi stupivo nel sentire l’entusiasmo delle persone quando nominavo Roma. Sentivo parole bellissime sui nostri luoghi, sui nostri territori che io, da cittadina romana, magari non riuscivo ad apprezzare. Poi ascoltavo quei luoghi comuni sul caos, sul traffico, sul trasporto pubblico, da chi, come me, Roma la vive. E mi chiedevo: come è possibile? Quando è nata questa discrepanza? Quando abbiamo smesso di amare la nostra città? Mi sembrava di vedere una tipica situazione sentimentale di due amanti che hanno iniziato a darsi per scontati.

Mi sono chiesta cosa potessi fare con le mie conoscenze. Perché vedevo in questa discrepanza un grande gap di comunicazione. Ho quindi iniziato a fare ricerca sulla comunicazione del territorio: volevo comunicare Roma agli altri, e che gli altri comunicassero con “lei”.
Un progetto, qui su Frizzifrizzi mi ha ispirato molto: una tesi di Gabriele Garofalo e Susan Tonso, Beyond the logo – Il city branding in Italia e in Europa. Quando l’ho letto, ho pensato: «È da qua che devo partire».

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(courtesy: Chiara Raho)
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(courtesy: Chiara Raho)

Lo sviluppo del progetto non è stato semplice e sono stati necessari diversi mesi di ricerca. Volevo, utopicamente, arrivare al grande pubblico, coinvolgere un target il più ampio possibile.

C’era un unico modo per farlo: la metropolitana di Roma, sulla quale salgono tutti, grandi e piccoli, turisti e cittadini. Si compra il biglietto, si oblitera, si oltrepassano i tornelli e, dopo 75 minuti, quel pezzetto di carta viene gettato via.

È da li che è iniziato — da un pezzo di carta che tutti conoscono e sanno usare.

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(courtesy: Chiara Raho)
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(courtesy: Chiara Raho)

Ho cercato di fare in modo che quel semplice pezzo di carta potesse avere una valenza diversa per il grande pubblico che affluisce nella metropoli.
Ho pensato di progettare un biglietto con due matrici.

La prima (matrice A) fotografica, con raffigurato un “pezzo di puzzle” di un luogo della città, in modo che, acquistando i biglietti, si ha la possibilità di completare il puzzle e da quello scoprire qualcosa di più sul posto: chi l’ha progettato, quando, perché.
In questo modo un biglietto diventa un mezzo di informazione culturale.

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(courtesy: Chiara Raho)
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(courtesy: Chiara Raho)

La seconda (matrice B), ha invece stampato un segno grafico in rappresentanza di quel luogo, e ha l’aspetto di un elemento comune: il francobollo.
Attraverso quel francobollo, con un meccanismo di coinvolgimento attivo, si invitano gli utenti a fotografare qualsiasi angolo, dettaglio, panorama della città di Roma che abbia, per chi scatta la foto, un qualche significato.

Tutti questi scatti, grazie al francobollo, vanno a finire su degli spazi espositivi installati proprio nelle stazioni della metropolitana.
Da quelle periferiche a quelle del centro città, le stazioni diventano quindi una grande bacheca — un po’ come nei social network, ma nel mondo fisico.

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(courtesy: Chiara Raho)
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(courtesy: Chiara Raho)

La metropolitana è allora anche un luogo dove perdersi ed osservare. Mentre sulla banchina si attende il treno, si può curiosare tra gli scatti di qualcuno, vedere qual è “la sua Roma”.
In un epoca in cui i social network hanno preso il sopravvento nelle nostre vite, ho voluto far in modo che tutta la campagna fosse offline ma che fosse progettata sulla base di un linguaggio comune proprio ai social network, che potesse guidare il grande pubblico: Viaggia. Scatta. Tagga. Condividi.
Da qui nasce anche il titolo: La tua Roma.

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(courtesy: Chiara Raho)

Per il progetto ho scelto nove luoghi differenti per architettura, storia, corrente artistica, e ne ho fatto dei casi studio sviluppando, per ciascuno di essi, una propria iconografia, disegnando circa 250 prototipi di biglietti da mettere in circolazione.

Ho voluto anche ripensare a un’ipotetica grafica della metropolitana di Roma, oltre a un manuale di brand identity che prevedesse un logo e un’identità visiva rappresentativi della città, che rispettassero, soprattutto, un certo valore storico-culturale: l’appellativo di città eterna che da sempre la contraddistingue, il distintivo opus reticolatum, e infine il calore e l’accoglienza della Roma-romana.

Così mi sono sentita di descriverla: Roma al centro di tutto.
Solenne e immensa nel carattere traianeo; protezione e casa nel perimetro perfetto; eterna e segreta nel modulo infinito.

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(courtesy: Chiara Raho)
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(courtesy: Chiara Raho)
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