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Il nuovo corso di Illustratore Italiano: dal magazine ai libri — intervista a Maria La Duca

Come insegna Carlo Rovelli, un tempo oggettivo e assoluto non esiste. È solo questione di percezione. Dammi un ritmo sostenuto e mi sembrerà che i minuti diventino secondi, le ore minuti, i giorni ore, e via di questo passo — tac tac tac tac.

È probabilmente per questo motivo che — al netto delle bizzarre dilatazioni e contrazioni temporali che più o meno tutti abbiamo sperimentato nel periodo del lockdown — sono rimasto coinvolto in uno strano fenomeno, che ha interessato il mio orologio interno e un ambito ben specifico, cioè il panorama italiano dell’illustrazione.
Se il calendario mi indica, infatti, che dal 2016 a oggi sono appena quattro gli anni trascorsi, la sensazione è che in realtà sia passato più di un decennio. Sarà che quello dell’illustrazione è mondo che seguo molto, sarà che effettivamente di cose ne sono successe (una quantità industriale di libri usciti, case editrici che sono nate, migliaia di nuovi progetti che hanno fatto capolino dai post sui social, e poi festival, premi, interviste, copertine), ma una grossa “responsabilità” la attribuisco a una rivista: Illustratore Italiano.

Fondata da Maria e Filippo La Duca, fratello e sorella, illustratrice lei, progettista grafico lui, dopo essere apparsa online e sugli scaffali delle librerie proprio nel 2016, ha dettato il ritmo al mio “orologio biologico dell’illustrazione” e, con dieci numeri usciti in appena due anni, ha raccontato la complessa galassia dell’illustrazione italiana con puntualità e da molteplici punti di vista,
svolgendo in un certo senso il ruolo del metronomo — tac tac tac tac. Ed ecco come dieci anni sono volati in poco più di settecento giorni, dal primo numero, anticipato da un’intervista che feci a Maria La Duca, fino al decimo, dato alle stampe nel gennaio del 2018, con una copertina di Guido Scarabottolo e un focus sul tema del viaggio. Ma dopo quell’uscita il viaggio di Illustratore Italiano si interruppe, e il tempo tornò a scorrere alla velocità di sempre.

Una prima bozza della grafica del libro (courtesy: Illustratore Italiano)

Sono passati due anni, e nel frattempo il duo La Duca ha rimuginato a lungo sul da farsi. Finché, qualche settimana fa, mi è arrivata una mail. Oggetto: ILIT Books – il nostro primo libro.
Il progetto, dunque, continua, anche se in un’altra forma, quella del libro. O meglio, una collana di libri.
Il primo, in uscita il prossimo dicembre in doppia lingua italiano/inglese ma già prenotabile online, è dedicato al lavoro di uno dei più grandi nomi dell’illustrazione italiana contemporanea, Gianluca Folì, alla sua carriera ventennale (vent’anni davvero, non “secondo” il mio orologio) e soprattutto a un tema tanto interessante quanto sfuggente: il metodo.

Per saperne di più, a quattro (o quattordici) anni dalla prima volta, sono tornato a intervistare Maria La Duca.


Una prima bozza della grafica del libro (courtesy: Illustratore Italiano)

Nella mail che mi hai scritto dici che vi siete fermati perché «la sostenibilità non va sempre di pari passo con la poesia».

Ci siamo fermati dopo il decimo numero perché avevamo bisogno di “riprendere fiato”. Fare una rivista è un’esperienza totalizzante, e volevamo fare il punto sia sul progetto in sé che sulla parte economica.
In più il numero 10 suonava bene, come cifra tonda, per prendere una pausa.
I conti ci hanno detto che, perlomeno nella forma che avevamo dato a ILIT fino a quel momento, il progetto non era sostenibile: le nostre risorse e il nostro tempo erano completamente assorbiti dal magazine, sia per la periodicità, che richiede un grande lavoro, sia perché non avevamo — per scelta — alcuna pubblicità all’interno.
In quella forma era impossibile proseguire oltre.

Che avete fatto durante questa lunga pausa?

Io nel frattempo ho avuto una bambina [ride, ndr]
Con Filippo ci siamo messi a ripensare ogni cosa. Sul tavolo ci sono state tantissime idee, tra cui sponsor, operazioni di fund raising e persino un cambiamento completo del taglio e del target della rivista, andando ad esempio incontro al pubblico del fumetto.
Nessuna di queste potenziali strade, però, ci ha convinti tanto da provare a esplorarle meglio.

Una prima bozza della grafica del libro (courtesy: Illustratore Italiano)

Alla fine siete arrivati al formato libro.

Sì, l’abbiamo considerata come una sorta di evoluzione naturale.
Il formato libro ci avrebbe innanzitutto permesso di toglierci di torno la periodicità fissa e tutto lo stress che questa comporta.

Come avete cominciato a lavorare sul nuovo format?

C’è stata una bellissima coincidenza. Gianluca Folì ci aveva contattati qualche tempo prima perché aveva il desiderio di raccontare i suoi vent’anni di lavoro. Lui inizialmente pensava a una monografia o a un portfolio curato in maniera originale.
Quindi abbiamo unito la sua proposta alla nostra volontà di ripensare tutto, e da lì è nato il progetto del primo libro, che si focalizza sul metodo di lavoro, visto appunto dalla prospettiva di una carriera ventennale come quella di Folì.

Una prima bozza della grafica del libro (courtesy: Illustratore Italiano)

Vedo che sono coinvolti anche Shout e Cristiano Guerri.

È stato Gianluca a portarci loro. Cristiano Guerri, che è art director di Feltrinelli, ha curato l’introduzione, mentre Shout dialoga con Folì.
Forse quello del metodo potrà sembrare un tema troppo accademico, in realtà è affrontato in maniera molto accessibile, talvolta scherzosa, e non sarà una pubblicazione per soli addetti ai lavori.
In vent’anni di lavoro capitano periodi di massima esaltazione e altri di fisiologica difficoltà, e nel dialogo con Shout si parla anche di questi. Credo che sarà molto interessante sia per chi si sta affacciando ora alla professione di illustratore, che potrà consolarsi trovando affinità nei momenti di frustrazione, sia per chi ha già una carriera e riconoscerà alcuni punti in comune.

Immagino che sarà anche un’occasione per osservare i grandi cambiamenti che il mondo dell’illustrazione ha vissuto in queste ultime due decadi.

Sì, sarà molto interessante anche da questo punto di vista.

Una prima bozza della grafica del libro (courtesy: Illustratore Italiano)

A proposito del metodo. È un tema al quale avevate già dedicato il sesto numero di Illustratore Italiano, e ora ritorna nel vostro primo libro. Caratterizzerà anche i prossimi libri? Si tratterà di una collana sul metodo degli autori e delle autrici?

Sì, sul sesto numero fu proprio Gianluca a illustrare quella sezione.
Vorremmo che questo primo volume aprisse una collana dedicata al lavoro delle illustratrici e degli illustratori. Però è prematuro dire esattamente cosa ci si dovrebbe aspettare dalle prossime uscite. Prima vogliamo ultimare questa e vedere come va.

Sul vostro sito vedo che state già organizzando dei talk e dei workshop legati all’uscita del libro.

Esatto. I primissimi li abbiamo già tenuti durante il Treviso Comic Book Festival.
A causa della situazione attuale, li abbiamo fatti a distanza, in streaming.
Prossimamente verranno organizzati anche a Brescia, Torino e Milano, quindi invito tutti a seguire i nostri canali (Facebook e Instagram) e a iscriversi alla nostra newsletter per conoscere le prossime date.
L’idea è quella di riuscire a farli anche dal vivo.
Sarà una sorta di “espansione” del libro, visto che è difficile condensare su pagina un discorso complesso come quello attorno al metodo. Credo poi che possa essere molto stimolante anche per l’autore: l’uscita del libro non è una conclusione ma un inizio. 
Inoltre questo, insieme al pre-ordine del libro, ci dà modo di raccogliere fondi.

Come canali di vendita, a parte il vostro shop online, avrete più o meno gli stessi del magazine?

Credo che il grosso arriverà dalla vendita online ma ci teniamo a continuare il rapporto con le nostre fidatissime librerie, con le quale abbiamo sempre lavorato bene e che per noi sono molto importanti.

Il design è interamente affidato a tuo fratello Filippo, come succedeva col magazine?

Sì, e nel frattempo io ho imparato a non mettere bocca in quella parte del lavoro, che Filippo svolge benissimo.
Prima mettevamo un po’ il becco l’uno nelle cose dell’altra, poi abbiamo capito che si lavora meglio con una divisione netta dei ruoli.

Una prima bozza della grafica del libro (courtesy: Illustratore Italiano)

Per concludere: qual è il bilancio dei dieci numeri di Illustratore Italiano?

Sicuramente positivo. Siamo stati ampiamente ripagati, sia come esperienza redazionale che come esperienza personale.
Guardando il progetto da fuori, ora ci rendiamo conto che tanti aspetti avremmo potuto gestirli meglio, ma bisogna dire che partivamo senza alcuna esperienza e ci siamo tuffati in un mondo nuovo. Siamo molto soddisfatti di ciò che abbiamo fatto.

Fare una rivista indipendente, in Italia, è quindi possibile, o voi siete stati particolarmente fortunati a essere arrivati a dieci numeri?

È fattibile. Il consiglio che posso dare è di cominciare a costruire il prima possibile qualcosa che invece a noi è mancato, e cioè una redazione vera e propria.
Questo tipo di progetti solitamente si basa sul modello “tutti fanno tutto” ma per fare il salto di qualità serve una squadra in cui ognuno abbia le proprie competenze. Questo, ovviamente, richiede un investimento economico più importante.

Una prima bozza della grafica del libro (courtesy: Illustratore Italiano)
co-fondatore e direttore

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