Constant Thought, l’outdoor come cura al trauma

Due anni e mezzo fa, intorno a quest’ora, ero seduta sulla poltrona del mio psicoterapeuta e stavo cercando di capire in quale realtà parallela fossi finita. L’uomo sulla sessantina che avevo davanti mi aveva appena comunicato di essere arrivato alla conclusione che i miei non fossero generici disturbi di ansia e depressione, ma un disturbo da stress post traumatico. Avevo ben chiaro che negli ultimi mesi e anni avevo accumulato una serie di eventi spiacevoli, ma non mi era morto nessuno tra le braccia, non ero stata testimone o partecipe di azioni di guerra, non avevo perso arti in un’esplosione o simili. Poi ho scoperto che ero finita in mezzo alle solite generalizzazioni che si fanno, al fatto che ne sapevo così poco che non mi ero mai chiesta se per me alcune cose erano state ben peggio di una bomba esplosa a qualche centimetro di distanza. Ho capito che ero tornata dalla mia guerra personale, lo stavo finalmente realizzando e avevo bisogno di aiuto.

Non esiste una categoria di eventi che per convenzione possono essere definiti traumi, così come non esiste una soluzione uguale per tutti. C’è chi si concentra a riportare in ordine i propri equilibri chimici nel cervello, chi intraprende un percorso terapeutico o entrambe le cose, chi molla la presa prima o poi, chi ha trovato una forma di pace nella natura. 

Quest’ultimo è un tema ancora poco esplorato nel nostro paese, ma ben noto in realtà come gli Stati Uniti. Lo spiega bene Constant Thought, un breve documentario realizzato da REI, che in poco più di 10 minuti riesce a riassumere tutta la potenza della storia di Brandon Kuehn, veterano della guerra d’Iraq.

Brandon non esordisce dicendo di soffrire di stress post traumatico, più comunemente chiamato PSTD, ma parla di come ogni giorno, al risveglio e per le ore successive, debba venire a patti con la colpa e la vergogna di essere sopravvissuto. È un peso indicibile per un uomo che, a detta della società e del proprio ruolo, non dovrebbe provare emozioni come il dolore, lo stress, la paura.

Pur di smettere di sentire, prova la via del suicidio, la stessa via che gli fa capire di averlo portato a fondo. Poi arriva la scoperta, quella che il mondo outdoor riesce a fargli provare un senso di sollievo che poco altro, oltre alla sua famiglia, gli procura.

Decide di provare a percorrere a piedi il Pacific Crest Trail e vi aspettereste che il video si concludesse qui con un successo. Ma Brandon capisce dopo poco più di 200 miglia di non farcela, di non essere nel posto dove dovrebbe essere, di non sentirsi pronto. Non è una forma di delusione e frustrazione personale, è una forma di consapevolezza, di inaspettata conoscenza di sé, che non pensavi potesse esistere, quella che implica che nonostante tu non sia arrivato fino in fondo, riporti comunque a casa qualcosa in più.

In quel passo indietro Brandon si rende conto di avere degli strumenti per poter affrontare i ricordi e i pensieri, e per primo si mette in gioco per diffondere l’uso della natura come forma di terapia per riprendersi da alcuni traumi.

Dopo poche settimane da quella diagnosi, avevo uno zaino in spalla anche io perché più volte le montagne mi hanno salvata. Alla prima salita, il fiato non sembrava affatto bastarmi e mi sono stesa per terra in preda ad un attacco di panico. Non sono tornata indietro, sono rimasta lì, a fissare il cielo, sperando che il cuore non mi esplodesse, poi mi sono rialzata, ho visto mio padre a pochi metri da me e ho capito che anche io ero nel posto giusto, con gli strumenti giusti.

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