Studio Martinelli Venezia: la distanza tra Milano e Palermo

L’Italia è un paese estremamente complesso e variegato, pieno di individualità diverse tra loro. Questa sua naturale predisposizione alla differenziazione — dipesa da moltissimi fattori, storici, sociali, economici e geografici — ha portato ad una incredibile moltiplicazione di linguaggi espressivi. Per questo il design italiano non ha mai dato vita ad uno “stile nazionale”, come invece è successo in Nord Europa o negli Stati Uniti. L’Italia si è sempre caratterizzata per essere un luogo-laboratorio in cui differenti designer hanno convissuto, portando non tanto ad uno “stile”, quanto semmai ad una filosofia progettuale che ha sempre avuto come principio la somma di tante diversità.

Far dialogare queste diversità, trovare punti di incontro, è la chiave per capire il lavoro dello Studio Martinelli Venezia, composto da Carolina Martinelli e Vittorio Venezia. La prima nasce e studia a Milano e il secondo a Palermo. Tema centrale del loro lavoro è trovare un dialogo: tra nord e sud, tra produzione industriale e artigianato, tra la centralità milanese e luoghi periferici del design. La questione delle differenze da unire sembra essere un tema sostanzialmente contemporaneo, ma non lo è. L’Italia è un luogo che da sempre si è arricchito dall’incontro con il diverso, spesso facendolo diventare il segreto per realizzare innovazione e cose belle.

A pranzo con Carolina e Vittorio nello studio di Milano, la nostra chiacchierata è iniziata davanti ad un ottimo piatto di pasta, come nella migliore tradizione italica.


Lampade Cerchio per installazione in Villa Gaeta i occasione di “Pinetum 02”, 2015.

Avete due studi, uno a Milano e l’altro a Palermo: questa, più che una scelta logistica, sembra essere un manifesto di come intendete il design.

Carolina: Sì è vero, abbiamo due studi molto distanti tra loro. A Milano ci rapportiamo più con l’industria e a Palermo abbiamo un contatto più stretto con il mondo artigianale, nonostante la divisione tra questi due ambiti produttivi non sia sempre così netta.

Non solo l’industria, ma anche l’artigianato.

Vittorio: Esatto. L’università ci ha cresciuto con l’idea che il design fosse legato esclusivamente all’industria, ma col tempo ci siamo resi conto che non è sempre stato così. Il design è un pensiero molto più trasversale, più ricco.
Tanti designer vivono l’industria come necessaria per legittimare il progetto: molte operazioni progettuali sono oggi viste con sospetto perché non hanno nessuna relazione con le aziende, o non si confrontano con la produzione di massa. Noi non siamo d’accordo con la frase “è design se c’è l’industria”. C’è chi tenta di proporre altri temi, secondo noi legittimi, sperimentando con sistemi produttivi alternativi, o addirittura non attraverso oggetti fisici, ma con approcci multidisciplinari o contenuti immateriali.

Collezione Ferro, 2015.

Trovate quindi dei limiti nel sistema aziendale?

Quasi tutte le aziende hanno una filiera lunga e complessa, e a volte accade che non si sappia dove verrà fatta la produzione. Il rischio è che il progetto diventi qualcosa di impersonale, distante, un numero, qualcosa da mercificare.

Le dinamiche industriali tendono poi a far produrre velocemente: spesso troppo velocemente. Alcuni progetti hanno bisogno di un periodo di maturazione e l’azienda spesso non ha il tempo necessario per poter riflettere su una determinata soluzione. I suoi obiettivi primari sono due: che un prodotto si possa realizzare facilmente e che possa vendere il più possibile.

Spiegatemi quali sono per voi le differenze più importanti nel progettare per un’azienda, piuttosto che per un artigiano.

Molte imprese analizzano le tendenze, quindi cosa sta vendendo di più in quel momento e che probabilmente continuerà a vendere. Di solito l’impresa chiede al designer di capire i motivi per i quali un prodotto vende e cerca di seguire, o meglio inseguire, quella forma o tipologia.
Il lavoro a stretto contatto con un artigiano, invece, ha maggiore libertà progettuale. Un limite è che con l’artigianato si possono produrre solo pochi pezzi e a costi non sempre accessibili a tutti, ma il vantaggio è una filiera molto più corta e i tempi più vicini a quelli naturali di un progetto.

Tappeto Penelope, per Colleoni Arte, 2017.

Vedo il vostro lavoro come un continuo tentativo di unire le differenze. Trovare un punto possibile di unione: come tra azienda ed artigianato ad esempio.

È vero, è così. Questo per noi è il grande tema; azienda e artigianato sono due luoghi diversi e complementari del progetto. Crediamo che lì, nel mezzo, ci sia il vero terreno su cui lavorare: vogliamo tentare di mettere assieme le diversità, farle convivere. Trovare soluzioni economicamente sostenibili.
Gran parte dei contrasti tra i designer nascono da un diverso modo di intendere il rapporto con questi due mondi: il nostro intento è lavorare sulle possibili ricuciture.

E un progetto di “ricucitura” è stato certamente Rocca dei Vasi.

Esatto. Eravamo venuti a conoscenza della situazione industriale di Caltagirone. Un distretto sorto negli anni Settanta formato da chilometri di fabbriche, soprattutto imprese ceramiche medio piccole, che nacquero con le promesse da parte del governo di finanziamenti e investimenti su quell’area. Hanno funzionato per un po’ di anni, ma poi finiti i finanziamenti è iniziato il loro declino. Ora è un’area piena di aziende abbandonate e forni dismessi. Sono rimaste due o tre imprese che lavorano solo all’occorrenza, spesso per cuocere ceramiche prodotte da altri. Partendo da quest’area abbiamo deciso di progettare un possibile dialogo tra fatto a mano e prodotto in serie. Il risultato sono stati dei contenitori composti di due metà: la parte sotto è il classico vaso di produzione industriale realizzato a stampo, e la parte sopra è costituita da elementi fatti artigianalmente, seguendo le tipiche lavorazioni di quella zona. La volontà è sottolineare le differenze ma al tempo stesso “ricucire” la divisione tra un oggetto prodotto in serie, identico e di basso costo, e un completamento artigianale sempre diverso.

Collezione Rocca dei Vasi / Caltagirone, 2016.

Lo so che è un po’ come chiedere “vuoi più bene alla mamma o al papà”. Ma c’è uno dei due sistemi produttivi nel quale vi trovate più a vostro agio? Volete più bene all’impresa o all’artigianato?

A noi piacciono entrambe le dimensioni, le troviamo stimolanti, ma soprattutto, abbiamo bisogno di entrambe le cose per il nostro tipo di ricerca. L’artigianato e l’industria sono due facce di un unico e complesso sistema produttivo.

Senz’altro un piccolo atto d’amore verso l’artigianato lo abbiamo fatto poco tempo fa, quando il proprietario di una bottega artigianale con cui stavamo collaborando è venuto a mancare. Non appena abbiamo saputo che la bottega sarebbe diventata un garage, abbiamo deciso di acquistarla: vi trasferiremo la sede del nostro studio in Sicilia. Il progetto è quello di farla diventare uno spazio espositivo che racconti, produca e venda i pezzi degli artigiani di quella strada, un esperimento insomma.

Il meridione d’Italia, quando ci nasci e lo vivi, è qualcosa che ti rimane dentro. Te lo porti dietro per tutta la vita. A voi cosa ha lasciato il Sud?

Nascere a Palermo mi ha lasciato una sorta di pensiero complicato, barocco. La Sicilia è la terra dei sottintesi, dei non detti, in cui le sfumature diventano fondamentali. Io leggo sempre tra le righe, a volte anche troppo, ma questa è una caratteristica tipicamente meridionale, anzi, potrei dire siciliana.

Altra cosa è poi la teatralità, intesa come capacità di trasformazione: il sud Italia è il luogo delle maschere. Questo aspetto lo affrontiamo attraverso la tematica delle variazioni. Cerchiamo di declinare un progetto in infiniti modi: variamo, cambiamo, tentiamo di non lasciare mai qualcosa di fermo. Un tema, un materiale, una manifattura per noi sono lo spunto per trasformare le cose continuamente, e questo è un approccio tipicamente meridionale.

Nella bottega dell’artigiano Nino Ciminna a Palermo.

I vostri progetti sono pieni di italianità. Anche cercare di tenere unite le contraddizioni è molto italiano. Ma cosa ne pensate del design del nord Europa?

Lo amiamo, ma non ci siamo mai riconosciuti nel modo di concepire il progetto nord europeo: noi ci sentiamo vicini ad un nord italiano. Anzi, un nord milanese, fatto di oggetti ben disegnati e con un significato sottile.

Insomma, un inno al design italiano, qualsiasi cosa voglia dire “design italiano”.

Assolutamente. Ma in realtà, oggi, tutto il mondo del design si è un po’ italianizzato. Ad esempio, anche un olandese come Marcel Wanders è molto vicino al modo italiano di fare progetto. Lo stesso Nendo disegna in “salsa italiana” con un formalismo giapponese. Anche il suo modo di spiegare gli oggetti tramite una vignetta ricorda molti autori italiani.

Vaso Primomotore, cliente ADSINT, 2016.

Che rapporto avete con i Maestri? Non li nominate spesso.

I Maestri sono per noi figure molto distanti, non li abbiamo mai vissuti veramente. Quando abbiamo iniziato l’università il loro mondo era già praticamente finito. I maestri li vedo come un grande racconto epico. Un po’ come quando ci narravano del nonno che tornò dalla guerra: ci è stata raccontata la storia, ma la guerra, alla fine, non l’abbiamo mai vissuta.
Non fraintenderci, li amiamo. Ma tentiamo di non cadere nel compiacimento nostalgico, oggi c’è una realtà diversa con cui misurarsi.

Forbici e tagliacarte, per Premax, 2016.

Esiste una difficoltà, soprattutto da parte dei giovani designer, ad avere un rapporto positivo con le aziende. Secondo voi perché?

Gran parte di chi gestisce oggi le aziende è composta dai discendenti di chi le ha create. Alcuni si sono laureati in Economia, spesso in facoltà prestigiose come la Bocconi. Sono persone preparate ad investire, ma che hanno una scarsa conoscenza e sensibilità nei prodotti: non ne leggono a pieno le potenzialità e hanno un’evidente difficoltà a comunicare in maniera efficace con chi progetta. Forse perché stanno perdendo il contatto con la produzione, concentrando tutte le loro risorse su brand e marketing.
Anche noi designer facciamo spesso degli errori: per esempio si va dall’azienda che produce sedie a proporre qualcosa di completamente avulso dalle sue capacità produttive. Oppure le si propone un tipo di ricerca che non può permettersi economicamente.
Ci sono due facce di questo non dialogo. C’è un’industria che non percepisce o è poco interessata a una innovazione formale o tecnologica, perché intenta solo a capire come sopravvivere al mercato. E dall’altra parte ci sono i giovani designer, che hanno ancora un’idea astratta delle aziende.

“Un’idea astratta delle aziende”, mi puoi spiegare meglio?

 Molti non riescono a capire con che tipo di realtà si stanno confrontando, grande o piccola, se produce internamente oppure si appoggia ad un terzista, oppure con che tipo di mercato si raffronta. La maggior parte dei designer si aspetta di lavorare partendo da un brief, perché così gli hanno raccontato all’università. Ma se le aziende sapessero esattamente quello che gli serve forse non avrebbero nemmeno bisogno di una persona esterna che disegna per loro. In realtà il designer dovrebbe essere quella figura che indica una direzione: a cui dovrebbe essere chiesto di scrivere un brief, non di seguirlo.

Opera Incompiuta, per la mostra “Archeologie dal futuro” a cura di Gianni Pedone e Manfredi Beninati, 2014.

Il vostro studio è un luogo frequentatissimo di vostri colleghi e persone legate a questo mondo. Ci sono dei giovani designer che apprezzate e seguite particolarmente?

Sono molti i giovani designer che stimiamo e che crediamo faranno cose importanti: uno di loro è Mario Scairato. Lo sentiamo molto vicino per le tematiche legate al Sud Italia. Ci piace la sua forte esigenza di ritornare alle origini, il suo coraggio di confrontarsi con la cultura di provenienza e la sua continua ricerca per tentare di rinnovarne i linguaggi.

Apprezziamo molto anche Emmanuel Zonta, un veneto doc, quindi con capacità artigianali incredibili e una fortissima conoscenza tecnologica. Il suo modo di progettare nasce dalla voglia di fabbricare, costruire, realizzare con le proprie mani.
C’è poi Alessandro Stabile, lui è un designer industriale, il più milanese di quelli citati: crede nell’azienda, nel brand e nel marchio. Ha una mano straordinaria e una grande capacità di capire le forme.

Avete scelto tre giovani designer che rappresentano più o meno i vostri principali temi: il sud Italia, le capacità artigianali e l’esigenza di tenere un rapporto con l’industria. Direi il modo perfetto per concludere questa intervista.

Si, è vero, alla fine sono tre temi che ci rappresentano bene. Ma soprattutto il nostro studio vuole essere un punto di incontro per ogni tipo di idea. Qui da noi passano molti amici che si occupano di progetto e con cui ci piace collaborare. L’obbiettivo è il confronto, anche e soprattutto con idee diverse dalle nostre.

Molti affermano “il design è questo”, ma non appena qualcuno tenta poi di definirlo ci rendiamo conto che manca qualcosa, e forse la contaminazione con gli altri è l’unico modo per provare a dare una risposta.

Grazie per questo ottimo pranzo.

Grazie a te Tommaso, ci ha fatto molto piacere incontrarti.

Torna presto, la prossima volta ti faremo assaggiare la nostra caponata speciale.

Attrezzi da lavoro dei Calderai di Palermo.
Lavorazione di una sedia per la collezione “Ferro”.
Lavorazione per la collezione Rocca dei Vasi / Caltagirone.
S/Coordinato, per Institut Culturel Italien di Parigi, 2013.
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