(fonte: instagram.com/paulhiller)

Un fotografo sta girando per i parchi dei divertimenti di tutto il mondo

«Improvvisamente, credetti di capire. Credetti di capire quel che c’era di seducente nell’insieme di quello spettacolo, il segreto del fascino che esercitava su quanti vi si lasciavano prendere, l’effetto di realtà, di surrealtà che produceva quel luogo di tutte le finzioni. Noi viviamo in un’epoca che mette in scena la storia, che ne fa uno spettacolo e, in questo senso, derealizza la realtà — si tratti della guerra del Golfo, dei castelli della Loira o delle cascate del Niagara. […] A Disneyland è lo spettacolo stesso che viene spettacolarizato: la scena riproduce quel che era già scena e finzione — la casa di Pinocchio o la nave spaziale di Star Wars. Non solo entriamo nello schermo, invertendo il movimento di The Purple Rose of Cairo di Woody Allen. Ma, dietro lo schermo, c’è solo un altro schermo».

Quello che scriveva oltre vent’anni fa l’etnologo e antropologo Marc Augé nel suo Disneyland e altri nonluoghi vale ancora oggi, e vale per tutti i parchi tematici. L’unica differenza è che ora c’è probabilmente un ulteriore schermo a inquadrare e “aumentare” gli altri due, il black mirror dei nostri smartphone.

(fonte: instagram.com/paulhiller)

C’è però una strana e indefinibile forza d’attrazione che mondi artificiali del genere esercitano su tutti noi. Un’attrazione che trova la sua motivazione proprio nell’irragionevolezza e nell’artificialità — «Noi vi facciamo l’esperienza di una pura libertà, senza oggetto, senza ragione, senza posta in gioco. […] Disneyland è il mondo di oggi, in quello che ha di peggiore e di migliore: l’esperienza del vuoto e della libertà», scrive ancora Augé.

Un’esperienza che è evidente anche negli scatti del fotografo tedesco Paul Hiller. Di base a Monaco di Baviera, Hiller da qualche anno gira per i parchi di divertimento di tutto il mondo — dal Giappone alla Florida, da Singapore alla California, dalla Thailandia a Gardaland — e, nel documentare una dimensione artificiale, paradossalmente sembra raccontare il lato grottesco della nostra società meglio di molti altri progetti che puntano sul realismo.

Le immagini che cattura, non fossero per alcuni riferimenti geografici come le insegne, potrebbero sembrare benissimo provenire da uno stesso (non)luogo, nel quale niente è davvero reale e i colori virano tutti verso le tonalità artificiali delle caramelle e dei ghiaccioli confezionati, dei milkshake e dello zucchero filato. L’effetto, pure, assomiglia a quello del saccarosio: stimola il desiderio ma dopo un po’ diventa stucchevole, e poi arriva la nausea.

(fonte: facebook.com/Paul-Hiller-Photography-108315292568211)
(fonte: instagram.com/paulhiller)
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