Guardando alcune delle foto di Francesco Sambati può capitare di ritrovarsi testimoni di almeno un paio di curiosi fenomeni: laddove ci sono persone, i loro corpi sembrano tracce, come se chi ha scattato fosse arrivato un battito di ciglia troppo tardi e, attraverso la fotografia, sia riuscito a congerlarne solo il ricordo, il fantasma, mentre il soggetto è ormai stato inghiottito dal buio, bruciato dalla luce, pietrificato in un gesto, o se n’è andato lontano dalla scena. Quando invece le immagini sono svuotate dalla presenza umana, quando rimangono i soli luoghi, pare di sentirli vivi — già vivi o ancora vivi poco importa: l’impressione è di essere di fronte a quel preciso e unico momento sospeso nel tempo in cui tutti se ne sono appena andati o di lì a poco stiano per arrivare, un momento in cui è il luogo stesso a parlare, a mettersi in posa, in quell’attimo di pace, per rivelarsi appieno.

Leccese, classe 1981, Sambati è arrivato alla fotografia molto tardi, da autodidatta. E quando l’ha fatto si è abbandonato totalmente al suo linguaggio, facendosi guidare, nell’esplorazione dei suoi soggetti, da questa nuova grammatica fatta di tempo, di luce, di ombre.
Da tre anni molto attivo nel gruppo Flickr di Frizzifrizzi e ormai presenza costante delle nostre selezioni settimanali, ho deciso di intervistarlo per farmi raccontare la sua idea di fotografia.

Francesco Sambati, “Aphasìa”
(courtesy: Francesco Sambati)

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Quando hai iniziato a fotografare? E perché?

Ho iniziato ad approcciarmi alla fotografia 4 anni fa circa, abbastanza in ritardo perché ho sempre considerato la fotografia una cosa lontanissima da me, probabilmente perché “per colpa” del liceo artistico sono sempre stato più indirizzato verso disegno, grafica e pittura (mio padre stesso ne era un docente). Successivamente, nel tempo mi ci sono avvicinato da semplice osservatore, continuando a sembrarmi una disciplina distante anni luce da me e soprattutto dalle mie competenze (tradotto: «è sicuramente troppo difficile, nemmeno voglio provarci»). Ma alla fine, nel pieno del boom delle app fotografiche e dei filtri, un giorno scattai per passare il tempo in spiaggia una semplice foto ad una mia amica, e il risultato mi piacque così tanto da convincermi a fare qualche umile tentativo, con la consapevolezza che il risultato di quella foto fu al 50% merito dello smartphone e il restante 50% merito del filtro usato.

Francesco Sambati, “Bonaccia”, polaroid
(courtesy: Francesco Sambati)

E da quell’“umile tentativo” come sei passato alla consapevolezza (o alla necessità?) di fotografare in maniera costante.

Dici bene, è diventata una necessità dopo breve tempo. La consapevolezza credo tuttora di non averla, onestamente. È diventata una necessità nel momento in cui, dall’andare a tentoni per capire il mezzo, man mano mi sono reso conto di cosa mi piaceva fotografare e cosa no, in pratica una specie di selezione naturale spontanea.
Sicuramente ho acquisito la costanza, ma un metodo direi proprio che non rientra tra i miei punti di forza, e in linea di massima mi piace andare avanti per sensazioni e lasciare che tutto progredisca (o regredisca, tengo conto anche di questo rischio) naturalmente. Mi piace questo approccio “infantile”, come i bambini che scoprono man mano le novità del mondo attorno a loro, senza preconcetti.

Francesco Sambati, “Diaspora”, polaroid
(courtesy: Francesco Sambati)

Seguendo questo approccio che definisci “infantile”, quali sono i soggetti che ti attraggono di più?

Più che i soggetti, mi attraggono le atmosfere. Quando un luogo, una composizione involontaria di oggetti o un gesto mi trasmettono una sensazione, allora li fotografo. In sostanza i soggetti lo diventano involontariamente, si trovano al posto giusto al momento giusto, ma forse è più corretto dire che mi ci trovo io. Poi, per le foto più costruite, ho indubbiamente delle preferenze come quella per i corpi femminili, per esempio, che spesso è un espediente per accentuare l’atmosfera della fotografia. Non mi interessa fotografare il corpo fine a se stesso (tranne nei casi delle foto specificamente erotiche).

Francesco Sambati, “Bonaccia”, polaroid
(courtesy: Francesco Sambati)

Fai un tipo di ricerca differente con le Polaroid? Perché da fuori sembra di sì, ma sembra anche che quella ricerca vada anche a contaminare le altre foto, e viceversa.

Non sembra, lo è, anche se involontariamente. Quando ho iniziato a usare le Polaroid, fotografavo di tutto, cercavo di capire per cosa erano più adatte ed effettivamente avevo l’intenzione di separare la fotografia istantanea da quella digitale.
Certo, nel tempo ho capito quali soggetti vengono valorizzati dall’uso della Polaroid, ma effettivamente non riesco a separare nettamente digitale da polaroid, quindi, più spesso di quanto non me ne renda conto, un metodo contamina l’altro. Di base prediligo comunque usare le Polaroid per fotografare architetture e luoghi deserti, perché credo accentuino l’atmosfera metafisica dei luoghi che fotografo.

Francesco Sambati, “Diaspora”, polaroid
(courtesy: Francesco Sambati)

In un’intervista ti hanno definito “il fotografo malinconico”. Ti riconosci in questa definizione?

Mi ci rivedo in parte, sì, non al 100% ma perché effettivamente non so con quale accezione sia inteso quel “malinconico”, se positiva o negativa. La malinconia è un sentimento bellissimo, probabilmente il più bello per me e sicuramente quello che, volontariamente o meno, fa da motore la nella maggior parte della mia produzione. Quindi, se quel “malinconico” è inteso positivamente, allora sì, mi ci rivedo.

Francesco Sambati, “Diaspora”, polaroid
(courtesy: Francesco Sambati)

Parlami di Diaspora. C’è la tua Puglia, ma è vuota.

Esattamente, è proprio la mia Puglia, così come l’ho sempre vissuta e idealizzata: vuota e spoglia. Quando da piccolo villeggiavo nei posti di mare non c’era ancora il turismo di massa, quindi la Puglia in cui sono cresciuto è proprio quella senza il sovraffollamento dei villeggianti che in estate la popolano. Ormai è come se venisse colonizzata da un popolo a parte, che a fine stagione di disperde lasciando i luoghi deserti, per questo ho scelto il nome Diaspora. Per me quei luoghi che fotografo diventano vivi proprio nel momento in cui sono finalmente abbandonati e possono respirare.

Francesco Sambati, “Diaspora”, polaroid
(courtesy: Francesco Sambati)

Quello che è successo prima della scatto; quello che succederà dopo: nelle tue foto il famoso “istante decisivo” sembra portarsi dietro l’impronta sia di quel che è stato sia di quel che sarà, e molti tuoi progetti hanno nomi che suggeriscono sospensione, immobilità, stasi (Aphasìa, Bonaccia, White Noise). C’è un ragionamento dietro alla ricerca di quel momento preciso o è puro istinto?

Vorrei poter dire che c’è un ragionamento dietro per sembrare uno con le idee chiare, ma no, non c’è. Il punto è che, prima di iniziare a far circolare le mie foto, ho scattato molto, freneticamente, per due anni abbondanti, senza pensare che un giorno avrei provato a dare un filo conduttore a quelle foto: è come se stessi creando i pezzi di un mio puzzle di cui io stesso non conoscevo (e probabilmente non conosco tuttora) l’immagine intera da comporre.
Quindi, se di ragionamento vogliamo parlare, posso dire che c’è stato solo quando ho deciso di mettere ordine tra quelle foto dettate dall’istinto e lì mi sono accorto di alcuni temi ricorrenti che mi hanno portato poi alla scelta dei progetti, ma continuo comunque a preferire la forza che può avere una singola immagine rispetto a serie e progetti.

Francesco Sambati, “White Noise”
(courtesy: Francesco Sambati)

Si parla spesso di “urgenza”. In alcuni tuoi scatti traspare chiaramente la necessità di fermare un momento. Vuoi raccontarmi come la percepisci, tu, questa sensazione di dover assolutamente scattare un foto? E il motivo quale credi che sia? Poter gustare di nuovo quel momento o voler raccontare/mostrare qualcosa a chi poi guarderà l’immagine?

Non mi sento per niente un narratore, anzi, credo di essere negato nel raccontare qualcosa. Quindi sì, lo faccio essenzialmente per gustarmi il momento. Se racconto qualcosa lo faccio involontariamente, ma mi piace molto quando qualcuno mi dice cosa ci vede in una mia foto. Ognuno dà una sua interpretazione, prova qualcosa di personale e credo sia molto più poetico così piuttosto che dire «con questa foto voglio esprimere questo». Non è detto che a tutti interessi cosa abbia da dire, invece chiunque è interessato a cosa ci vede personalmente, infatti spesso sono io stesso a chiedere «cosa ci vedi in questa foto?».
È come un gioco, e anche qui ritorna in qualche maniera l’approccio “infantile”.
Poi, onestamente, sempre più spesso ho l’impressione che ormai chiunque voglia raccontare qualunque cosa, quasi forzatamente (più che urgenza, mi sembra quasi frenesia) e per questo meno credo di aver detto con una foto, più mi sento appagato. Anzi, anche se sembrerà paradossale, il massimo per me sarebbe se il guardare una mia foto equivalesse ad avere gli occhi chiusi.

Francesco Sambati, “Aphasìa”
(courtesy: Francesco Sambati)

Domanda che facevo sempre quando curavo la rubrica 7am: quanto pesa la tua macchina fotografica?
Anzi, meglio, quanto pensa una tua fotografia?

Esigo la leggerezza, ne ho bisogno, quindi poco, pochissimo, il meno possibile. Magari 21 grammi.

Non ti chiedo chi è il fotografo che ti ha influenzato di più ma, più in generale, l’artista che credi l’abbia fatto.

Piccola premessa: sono stato un accanito lettore/collezionista di fumetti e uno degli autori a cui mi sono più legato da giovane è stato Hugo Pratt. Ebbene, proprio rileggendo alcune sue storie tempo fa mi son reso conto di quanto mi abbia influenzato, soprattutto per quanto riguarda la produzione su Polaroid. I colori pastello, alcune tematiche legate al mare, l’immediatezza dello scatto istantaneo simile all’immediatezza necessaria all’acquerello (i suoi sono ovviamente fantastici, ne vado pazzo e mi scuso per l’accostamento ardito col Maestro).

Francesco Sambati, “White Noise”
(courtesy: Francesco Sambati)

Stare su piattaforme come Instagram e Flickr significa anche interagire con altri artisti che fanno fotografia. Senti di essere influenzato da questo? E quanto credi possa influenzare la piattaforma stessa, visto che hai un riscontro immediato e misurabile, quindi potrebbe esserci la tentazione di fare “foto che piacciono”, sacrificando però la sperimentazione.

Per quanto riguarda l’interazione con altri fotografi, la riduco al minimo, nel senso che mi piacciono i social ma non mi piace perderci troppo tempo, cerco di ottimizzare quello che ho a disposizione, quindi, se interagisco con qualcuno, lo faccio scrivendogli direttamente perché voglio veramente complimentarmi o scambiare un’opinione. Quelle poche volte che l’ho fatto ho instaurato dei bellissimi rapporti che continuano ancora oggi.
E devo ammettere che sì, a volte capita di postare foto che magari non convincono me ma che so che potrebbero piacere a chi mi segue. Però è in qualche modo necessario perché avere ogni giorno materiale valido da mostrare è impossibile ma i social corrono e non ci si può permettere troppi periodi di inattività. Quindi, più che di influenza, parlerei di compromesso necessario.

Francesco Sambati, “White Noise”
(courtesy: Francesco Sambati)

Molti tuoi scatti sono “disegnati” da tagli di luce e giochi di ombre. Nell’una c’è l’assenza dell’altra, ma non c’è l’una senza l’altra.

Tempo fa lessi una vecchia intervista di un mio zio che si occupa di teatro il cui titolo era La verità è nelle zone d’ombra e questa frase, che sul momento non mi colpì particolarmente, nel tempo è diventata un pensiero ricorrente e riassume gran parte del motivo per cui questi due elementi sono così importanti: semplicemente preferisco suggerire che mostrare. È così bello soffermarsi su ciò che è nascosto.

Francesco Sambati, “White Noise”
(courtesy: Francesco Sambati)

Francesco Sambati, “White Noise”
(courtesy: Francesco Sambati)

Francesco Sambati, “White Noise”
(courtesy: Francesco Sambati)

Francesco Sambati, “White Noise”
(courtesy: Francesco Sambati)

Francesco Sambati, “Aphasìa”
(courtesy: Francesco Sambati)

Come ad occhi chiusi: intervista a Francesco Sambati