«Drappo, generalmente di lana leggera, di varia forma e dimensione, di un solo colore o a più colori disposti verticalmente o a strisce orizzontali, e attaccato a un’asta o all’albero della nave su cui viene innalzato: simbolo di una nazione, di un’associazione, di un partito, insegna di contingenti armati o di persone comunque raccolte per svolgere azione concorde». Così, sul dizionario Treccani, sotto al lemma bandiera.

Umile e semplice, se considerata dalla prospettiva dell’analisi merceologica, la bandiera diventa invece un potentissimo catalizzatore di significati e identità dal punto di vista simbolico — si uccide per una bandiera, ci si sacrifica per una bandiera, si può tradire una bandiera, bruciarla, nascondervisi dietro e commettere, o dire, le peggiori nefandezze.
Le bandiere sopravvissute al crollo delle Torri Gemelle, l’11 settembre del 2001, sono trattate come reliquie. Una di esse, ritrovata a un’isolato di distanza dalla torre sud del World Trade Center, era lacera e bruciata ma è rimasta in piedi. L’allegoria è evidente: crolla tutto ma la bandiera, alla stregua di un corpo sacro, resiste. E l’azienda che l’ha prodotta — come racconta il giornalista Alberto Giuffrè nel suo libro Un’altra America — «ha messo in piedi una squadra di tre lavoratrici e ha affidato loro il compito di ricucire e rattoppare quel drappo pieno di buchi e bruciature».

Christopher Payne, “Annin Flag”, 2018
(fonte: chrispaynephoto.com)

Quell’azienda era la Annin, la più importante fabbrica americana di bandiere, fondata nel 1847 dall’omonima famiglia che ancora oggi gestisce l’attività.
Annin realizza vessilli, gonfaloni, bandiere per tutto il mondo, e può vantare, nella sua lunga storia, di aver piazzato i propri prodotti sulla bara di Lincoln, al Polo Nord e al Polo Sud, a Iwo Jima e persino sull’Apollo 11 che ha portato Neil Armstrong, Buzz Aldrin e Michael Collins sulla luna.

Con più di 500 dipendenti, la Annin ha anche degli enormi stabilimenti, che com’è facile immaginare sono anche dei soggetti perfetti per un reportage fotografico — tra stoffe colorate, macchinari di stampa, enormi telai da serigrafia e macchine da cucire.
Il fotografo americano Christopher Payne (del quale abbiamo già parlato in un paio di occasioni) ha avuto la possibilità di entrare nella fabbrica di South Boston e, su commissione della rivista indipendente Port, ha scattato un’intera serie.

Christopher Payne, “Annin Flag”, 2018
(fonte: chrispaynephoto.com)

Christopher Payne, “Annin Flag”, 2018
(fonte: chrispaynephoto.com)

Christopher Payne, “Annin Flag”, 2018
(fonte: chrispaynephoto.com)

Christopher Payne, “Annin Flag”, 2018
(fonte: chrispaynephoto.com)

Christopher Payne, “Annin Flag”, 2018
(fonte: chrispaynephoto.com)

Christopher Payne, “Annin Flag”, 2018
(fonte: chrispaynephoto.com)

Christopher Payne, “Annin Flag”, 2018
(fonte: chrispaynephoto.com)

Christopher Payne, “Annin Flag”, 2018
(fonte: chrispaynephoto.com)

Christopher Payne, “Annin Flag”, 2018
(fonte: chrispaynephoto.com)

Christopher Payne, “Annin Flag”, 2018
(fonte: chrispaynephoto.com)

Christopher Payne, “Annin Flag”, 2018
(fonte: chrispaynephoto.com)

Un fotografo è entrato in una fabbrica di bandiere