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How to steal a chair: un documentario su un sogno (di design) infranto

Non ha neanche una voce a suo nome su Wikipedia, Stergios Delialis, eppure la meriterebbe.
Classe 1944, nato a Salonicco, l’antica Tessalonica, in Grecia, Delialis è stato il fondatore di quello che, seppur per pochi anni, è stato uno dei più interessanti musei dedicati al design a livello mondiale.

Autodidatta, dopo aver lavorato come apprendista per svariati professionisti — un architetto, un illustratore di locandine cinematografiche, un tipografo, un grafico — Delialis ha iniziato a farsi conoscere negli anni ’70, prima come graphic designer e poi come progettista di interni per spazi commerciali.

Personaggio assolutamente sui generis, negli anni ha anche messo insieme una grande collezione di oggetti e nel 1993 ha fondato il Design Museum of Thessaloniki, che in breve tempo diventò una tappa importante per appassionati e studiosi di design di tutto il mondo, con mostre di artisti e designer come Milton Glaser, Ron Arad e Mario Botta.

Punto di riferimento assoluto per il panorama greco della progettazione industriale e della grafica, il museo ebbe però vita breve: nel 1997, infatti, rimase senza sede e dopo un fallito accordo con il Ministero della Cultura restò per 10 anni un museo “senzatetto”, organizzando mostre e altre iniziative in diverse sedi, mentre la collezione di oltre 3500 oggetti e più di 6000 tra libri e riviste pian piano cominciò a seppellire (letteralmente) Delialis, tanto che nel 2016 fu costretto, purtroppo, a mettere all’asta parte della raccolta.

La drammatica separazione — quella di un sognatore ormai settantenne con il progetto di una vita — è il soggetto di un documentario che proprio in questi giorni ha iniziato un piccolo tour mondiale di proiezioni.
Intitolato How to steal a chair (il titolo si riferisce a un episodio raccontato nel film, cioè il furto di una sedia da inserire nella collezione, furto che, secondo Delialis, è stato più che altro un “salvataggio”, un servizio pubblico), il documentario è opera di Konstantinos Kambouroglou (regista, produttore e montatore), Heather Greer (produttrice) e Andreas Siadimas (direttore della fotografia).

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