I pattern del marciapiede, la grande foglia secca che si para in mezzo al cammino, il cane che si ferma ad annusare, la pipì del cane, i sassolini sotto ai piedi, gli scalini dei portoni, le maniglie dei portoni, le scarpe della signora davanti, una cacca schiacciata, il grande autobus rosso che passa, i colori del semaforo, il volantino con gli sconti che svolazza soffiato dal vento, l’arancia nella cassetta del fruttivendolo, l’acqua che sgocciola giù da un balcone, il bastoncino di legno, le sbarre dei cancelli, i paletti, lo slalom tra i paletti, le vetrine dei negozi, tutte.

In 100 metri di strada, i bambini piccoli, quelli che hanno imparato da pochi mesi a camminare, si fermerebbero 100 volte. A toccare, prendere, saggiare, osservare, domandare — prima dei perché? arrivano i cos’è? e prima ancora dei cos’è?, arriva il dito puntato verso qualcuno o qualcosa: a suo modo, pure quella è una domanda.

Poche settimane fa io e mia figlia ci abbiamo messo un’ora ad andare, fare una spesa minuscola, e tornare dal supermercato, che è a esattamente 290 metri da casa nostra. Da solo ne impiego meno di 30 portando via tre buste piene.
Ecco perché alcuni genitori, quando vanno a spasso col loro pargolo per mano, sembra che abbiano un cane, e tirano, tirano, tirano. Ed ecco anche perché ci sono bambini di 6, persino 7 anni che sembrano dei ridicoli giganti dentro a passeggini che avrebbero dovuto abbandonare già da tre o quattro anni.

Inscatolati, presi in braccio, “inguinzagliati” quando sono per strada. Recintati al parco e a scuola (ma di tanto in tanto evadono!). Nella nostra società teniamo i bambini lontani dai problemi e dai pericoli, anche i più insignificanti. Lo facciamo fuori ma anche dentro alle nostre case, iperprotetti persino nella dimensione del fantastico, sottoposti a letture e visioni di storie sempre più innocue, a fiabe depurate da ogni elemento di vera inquietudine (per approfondire sul tema fiabe consiglio due articoli, scritti per la rivista culturale Doppiozero da Giovanna Zoboli, autrice e co-fondatrice della casa editrice Topipittori: L’importanza di perdersi nel bosco e Prendete i bambini sul serio).

Ma «i bambini non vogliono essere limitati. Loro sono “costruiti” per l’avventura», dice il fotografo e regista americano Jacob Krupnick.
Diventato da poco papà, Krupnick si è messo a lavorare a un progetto, Young Explorers, che attraverso una serie di filmati vuole provare a mettere in discussione l’iperprotettività che la nostra cultura mette in atto nei confronti dei piccoli.

I video sono brevi ma molto affascinanti, capaci tra l’altro di attivare, nella testa di ogni genitore, quel peculiare campanello d’allarme che entra in funzione solo quando hai figli piccoli e ti fa sapere sempre con qualche istante d’anticipo quando rischiano di farsi molto, molto male.

In realtà né Bejla né Tristan, i due piccoli protagonisti, hanno mai rischiato alcunché. Non è come in quei filmati in cui un cane con addosso una GoPro viene lasciato libero. Qui ci sono sempre il regista e l’operatore, quindi il fattore autenticità ovviamente è solo apparente, ma a livello registico è molto interessante perché – come ha raccontato Krupnick in un’intervista — le riprese dovevano essere fatte in poco tempo, tra il pisolino e la merenda, ed è stato necessario improvvisare molto. L’autore parla di una regia non di azione bensì di reazione.

Di video Krupnick ne ha realizzati dieci, che pian piano caricherà sul sito del progetto, dove per ora ce ne sono solo due (che puoi guardare qua sotto o sopra all’articolo). L’idea, però, è di continuare anche in altre parti del mondo. Per questo invita chiunque sia interessato a collaborare a scrivergli una mail (jacob@wildcombination.com).

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