Romeo ha 8 anni, è italiano e vive a Codrignano, una piccola frazione in provincia di Bologna; ha una vigna dietro casa e tutti lo chiamano “Meo”.

Kei invece è giapponese, soprannome “Kei-chan”, abita a Tokyo e ha 9 anni.

Ribaldo è peruviano. 11 anni, la sua casa è in un villaggio della foresta amazzonica, è fatta di legno e lamiera e l’ha costruita suo papà, che lo chiama “Pirineo”.

In un villaggio abita pure Daphine, detta “Abwooli”, che ha 7 anni, viene dall’Uganda e vive in una casa di legno e fango. Per andare a scuola cammina per un’ora, ogni mattina, assieme ai suoi amici.

Oleg, soprannominato “Olezha”, ha 8 anni ed è di Uchaly, una città di minatori vicino agli Urali. Lui vive in un appartamento e si diverte a giocare a hockey su ghiaccio.

A qualche migliaio di chilometri da Oleg c’è Ananya, detta “Ana”, 8 anni. Lei è indiana, sta sulle rive del Gange e per andare a scuola deve infilarsi in una trafficatissima strada piena di macchine, motorini, biciclette e mucche che girano libere.

E infine c’è Kian, che ha 8 anni anche lui ma è senza soprannome. Vive in Iran, a Gorgan, una cittadina sul Mar Caspio.

Romeo, Kei, Ribaldo, Daphine, Oleg, Anaya e Kian non si conoscono tra loro e non hanno mai visitato i paesi in cui abitano gli altri. Potessero andarsi a trovare, al pomeriggio, per fare i compiti e giocare, esattamente come facevamo noi alla loro età, rimarrebbero probabilmente a bocca aperta.
Pur non conoscendo (forse) la definizione di “esotico” ne sperimenterebbero gli effetti in prima persona, viste le differenze di clima, di panorama, di cultura, di condizioni economiche, di abitudini, di sapori e ingredienti che trovano a tavola, di materie che studiano a scuola.

Romeo, Kei, Ribaldo, Daphine, Oleg, Anaya e Kian, però, sono bambini. E tutti sanno (anche se poi qualcuno se ne dimentica) che i bambini superano ogni differenza attraverso la più magica delle attività e cioè, appunto, il gioco.

“This Is How We Do It”, di Matt Lamothe, Chronicle Books, maggio 2017

Romeo, Kei, Ribaldo, Daphine, Oleg, Anaya e Kian esistono davvero, e sono i protagonisti di This Is How We Do It, un libro illustrato uscito di recente, opera di Matt Lamothe, co-fondatore dello studio di design ALSO assieme a Julia Rothman (di cui ho già parlato qua) e Jenni Volvovsky.

Grande viaggiatore, Lamothe ha conosciuto personalmente i bambini e le loro famiglie ed ha deciso di raccontarne le giornate, così diverse eppure così simili nei ritmi e nelle attività (fare colazione, andare a scuola, giocare…), proprio per sottolineare come in fondo, a partire dai bimbi e su fino a noi grandi, abitiamo tutti lo stesso pianeta e stiamo tutti quanti umani, a prescindere da ricchezza e povertà, colore della pelle, tipo di casa e strada che facciamo per andare a scuola o al lavoro.

Un messaggio che non è di certo originale ma che è sviluppato in maniera molto intelligente dall’autore, senza alcun facile sentimentalismo e senza cadere negli stereotipi, ma semplicemente raccontando una giornata tipo di 7 diversi bambini dai 7 agli 11 anni, che è poi anche l’età ideale dei lettori di questo libro, che si può acquistare su Amazon e che — credo e spero — verrà magari tradotto anche in italiano da qualche bravo editore.

“This Is How We Do It”, di Matt Lamothe, Chronicle Books, maggio 2017

“This Is How We Do It”, di Matt Lamothe, Chronicle Books, maggio 2017

“This Is How We Do It”, di Matt Lamothe, Chronicle Books, maggio 2017

“This Is How We Do It”, di Matt Lamothe, Chronicle Books, maggio 2017

“This Is How We Do It”, di Matt Lamothe, Chronicle Books, maggio 2017

“This Is How We Do It”, di Matt Lamothe, Chronicle Books, maggio 2017

“This Is How We Do It”, di Matt Lamothe, Chronicle Books, maggio 2017

“This Is How We Do It”, di Matt Lamothe, Chronicle Books, maggio 2017