c 41 #3 (foto: Frizzifrizzi)

Il terzo numero della rivista di fotografia C 41 è dedicato al cambiamento

«Cambiare è eccitante», scrive Matteo Todisco nell’editoriale che apre il terzo numero di C 41, semestrale di fotografia che Todisco ha fondato insieme a Luca Attilio Caizzi, con cui sei anni fa ha aperto anche l’omonimo magazine online di cui la rivista cartacea è, infatti, un piacevole cambio di rotta.

Cambiare è divertente, cambiare è necessario, cambiare è intrinseco alla natura di tutte le cose, dalle infinitesimamente piccole alle infinitesimamente grandi — …tutto si trasforma, ci insegnavano a scuola.

Crescere è cambiare. Andarsene a cercar fortuna da qualche altra parte è cambiare. Progredire è cambiare. Ma pure regredire lo è. E che succede quando cambiare non è una tua scelta? — questa è una delle domande che spuntano qua e là tra le pagine, nelle interviste, nei testi che accompagnano le foto di C 41 numero 3, che ruota attorno al tema del cambiamento, a partire da quello di un paese come gli Stati Uniti che ha appena eletto un nuovo presidente, Trump.

c 41 #3
(foto: Frizzifrizzi)

Proprio a “The Donald” è dedicata la copertina del magazine, per la prima volta opera non di un fotografo in senso stretto ma di un artista — Kensuke Koike, giapponese che da anni vive in Italia — che utilizza anche la fotografia come materiale per le sue giustapposizioni, sovrapposizioni, decontestualizzazioni.

Quest’aria di trasformazione si respira ovunque, dentro all’ultimo numero di C 41: nei piccoli dettagli grafici come nell’affascinante sezione Research, dove una sorta di “flusso di coscienza” fatto di immagini appare e riappare facendo da intermezzo a interviste, serie fotografiche e progetti di artisti sia italiani che internazionali.

c 41 #3
(foto: Frizzifrizzi)

E si respira nei ritratti e negli autoritratti, nelle foto di famiglia, nelle architetture urbane piazzate in mezzo al nulla, nei fotogrammi di un video dedicato a un’oca col becco di rame, in un immaginario erotico iper-citazionista, sui muri “muti” delle case, nella paccottiglia kitsch anti-democratica uscita durante la campagna elettorale Hillary vs. Trump, e nella stessa America vista con occhio “esotico” dal fotografo italiano Paolo Massimo Testa, che da qualche anno vive a Brooklyn e ha realizzato il photo-essay d’apertura: My America.

Perfettamente in linea con un progetto che, come C 41, può essere considerato come una sorta di fotografia… alla fotografia, intesa come tecnica, mezzo e arte, che rapidissimamente sta mutando per continuare a raccontare il mondo, i fatti, le reti sociali, lo spazio in cui viviamo e quello, forse l’unico ancora quasi interamente inesplorato, che abbiamo dentro.

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(foto: Frizzifrizzi)
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