Oggi basta passeggiare per i corridoi di qualsiasi scuola di moda per assistere a spontanee “sfilate” di abiti asimmetrici, capi basici, quasi austeri, senza colore, pieni di cuciture a taglio vivo, che celano le forme invece di valorizzarle, reinventando i volumi del corpo, rivendicando una dimensione che vive al di fuori dei generi. Un codice estetico che ormai non è difficile scorgere dietro alle vetrine dei negozi, magari in saldo, nelle sue varianti più scadenti, nei monomarca dei più grandi marchi low cost.

Diluito nel grande e liquido calderone delle tendenze contemporanee, l’immenso contributo dato dal Giappone al mondo del design della moda rischia di passare quasi inosservato agli occhi del consumatore poco attento. Eppure, quando tra gli anni ’70 e gli anni ’80 cominciarono ad arrivare anche qui in Europa le idee e i prodotti di una nuova generazione di designer nipponici, lo sguardo dei critici (figuriamoci quello del pubblico), abituato a una “geografia della moda” fatta di pochi ma solidi punti di riferimento (Parigi, Milano, Londra, New York), restò a dir poco stupefatto, quando non addirittura scandalizzato.

Comme des Garçons
(foto: Japanese Fashion Archive)

Kenzo, Rei Kawakubo, col suo marchio Comme des Garçons, e poi Yohji Yamamoto, Issey Miyake, Kansai Yamamoto (meno conosciuto del suo quasi omonimo, col quale non ha alcun legame di parentela, ma autore di molti dei costumi indossati da Bowie nel suo Aladdin Sane Tour del ’73, tra cui il celeberrimo Tokyo Pop Dress), il designer tessile Junichi Arai, le sorelle Koshino, hanno creato, ciascuno col proprio peculiare stile, l’estetica e la filosofia della moda giapponese contemporanea, influenzando non soltanto le successive generazioni di designer — vedi Junya Watanabe, Hiroshi Fujiwara, Hirofumi Kiyonaga, Jun Takahashi di Undercover, Nigo di A Bathing Ape — ma incidendo profondamente sulla cultura e lo stile occidentali, contribuendo ad espanderne i confini fino ad allora limitati — come già detto — alle “Big Four” Parigi, Milano, Londra e NY (quasi contemporaneamente al Giappone, sulle mappe della moda internazionale apparve anche il Belgio, grazie agli Antwerp Six, ma questa è un’altra storia).

Tutt’altro che esaustivo in quanto a livello storico e di catalogazione, ma assai adatto a far strabuzzare gli occhi ad appassionati e non solo, il Japanese Fashion Archive, tuttora in costruzione e con un sito che al momento non è ben chiaro dove voglia andare a parare, sta però mettendo su Tumblr e su Instagram una bellissima selezione di capi realizzati dagli anni ’70 agli anni ’90 da alcuni dei designer appena citati.

Issey Miyake
(foto: Japanese Fashion Archive)

Issey Miyake
(foto: Japanese Fashion Archive)

Issey Miyake
(foto: Japanese Fashion Archive)

Issey Miyake
(foto: Japanese Fashion Archive)

Issey Miyake
(foto: Japanese Fashion Archive)

Kansai Yamamoto
(foto: Japanese Fashion Archive)

Kansai Yamamoto
(foto: Japanese Fashion Archive)

Kansai Yamamoto
(foto: Japanese Fashion Archive)

Michiko Koshino
(foto: Japanese Fashion Archive)

Michiko Koshino
(foto: Japanese Fashion Archive)