Frizzifrizzi è in vacanza fino a inizio settembre.

Stationery Fever: un libro dedicato ai feticisti della cancelleria

Matite, penne, pennini, pennarelli, temperini, gomme, gommini, righelli, graffette, puntine, blocchetti, quadernini…
La terminologia degli strumenti per scrivere è piena di diminutivi e vezzeggiativi che rimandano subito a un mondo per piccoli, scolastico, che in effetti stride un po’ con un vocabolo come cancelleria, che ha il sapore nemmeno troppo vago della burocrazia.

Nei fatti, a livello etimologico, non siamo troppo lontani: nei tribunali e nel senato degli antichi romani a separare i notabili dal pubblico c’era il cancellarium, una barriera apposita, spesso sorvegliata da una sorta di usciere, il cancelliere, appunto, che nel Medioevo diventa una figura potente, e oltre a fare da “confine” per il re, l’imperatore o comunque il nobile di turno, era di solito un uomo di lettere che sbrigava per lui la corrispondenza e si occupava delle questioni per cui bisognava saper leggere e scrivere. Da qui l’uso di indicare gli strumenti per la scrittura come strumenti di cancelleria.

© Luca Bogoni
© Luca Bogoni

In inglese si dice invece stationery, termine che ultimamente si comincia a utilizzare anche in Italia (chissà perché poi? Ci vergogniamo dei cancellieri?) e deriva dai venditori di libri e di carta, gli stationer (dal latino, stationarius), in pratica i nostri cartolai. In un epoca, il Medioevo, in cui chi si dava al commercio era perlopiù un ambulante, i pochi che stazionavano e avevano un luogo fisso erano i venditori di libri, solitamente vicino e su licenza delle università.

Archiviata — da bravi cancellieri! — la pratica etimologica, resta il fatto che comunque la si chiami ultimamente ci sia un grandissimo ritorno, a livello quasi feticistico, di tutti quegli strumenti per scrivere, annotare, appuntare, pinzettare, misurare.
«In parte per reazione ai media digitali», scrive John Z. Komurki nell’introduzione a Stationery Fever che, come suggerisce il titolo, è un libro interamente dedicato alla “febbre da cancelleria”, quella che ha contagiato il mondo intero e si diffonde — senza cure e immune a ogni vaccino — sui social network ancor prima che nelle cartolerie.

Partendo dalla matita e arrivando alle graffette, Stationery Fever racconta origini, storie e anneddoti su gomme e temperini, elastici e spillatrici, evidenziatori e compassi, puntine e pastelli a cera, tagliacarte e Coccoina, mostrando, nelle pagine piene di immagini, esemplari vecchi e nuovi, splendide composizioni fotografiche realizzate ad hoc e raccontando alcune tra le più interessanti aziende e realtà a livello internazionale relative a cancelleria e affini, tra cui Faber, Moleskine, Crayola, la già citata Coccoina, Internoitaliano di Giulio Iacchetti, gli ormai mitici “cartolai” di Present & Correct e vere chicche come il Museo del Quaderno di Enzo Bottura o la Cartoleria Tipografia Fratelli Bonvini di Milano.

L’idea di questa pubblicazione, prodotta da Vetro Editions e pubblicata (in inglese) da Prestel, arriva da Luca Bendandi, che di Vetro Editions è il fondatore, e dalla nostra Angela Nicoletti — dico “nostra” perché in passato ha collaborato con Frizzifrizzi e mi raccontato di questo progetto fin dalle sue fasi iniziali, quando lei e Luca si sono messi a fare una lunga, faticosa ma divertente ricerca che sarebbe poi diventata la solida base su cui costruire questo splendido il libro (il progetto grafico è di Luca Bogoni), imperdibile per chiunque collezioni strumenti da scrivania e da ufficio o voglia semplicemente saperne di più su cosa sta guardando quando va in “spedizione” (con religiosa serietà) in cartoleria.

stationery_fever_2

stationery_fever_3

stationery_fever_4

stationery_fever_5

stationery_fever_6

stationery_fever_7

stationery_fever_8

stationery_fever_9

stationery_fever_10

stationery_fever_11

stationery_fever_12

stationery_fever_1

Altre storie
Ink: una guida all’illustrazione a inchiostro