Tutto è politica. Non si sfugge. Ogni scelta che facciamo, anche la più banale, è conseguenza di una certa visione del mondo e causa — se altri si troveranno a dover avere a che fare col risultato della nostra scelta — di una potenziale trasformazione del punto di vista di qualcun altro.

Nemmeno il design, per quanto minimale possa essere (perché minimale non significa certo neutro), è immune alla visione politica. Basta pensare a una mappa. Ci sono tantissimi modi per rappresentare il globo terrestre, nessuno dei quali perfetto perché proiettare su due dimensioni qualcosa che ne ha tre significa dover per forza di cose sacrificare le proporzioni delle superfici piuttosto che la distanza tra due punti, gli angoli… (su molti atlanti e sulle mappe online siamo ad esempio abituati a vedere la Groenlandia gigantesca, come pure l’Europa, Il Canada e gli Stati Uniti, ma un sito come The True Size mostra come stanno davvero le cose).

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Dai colori ai font, dai simboli agli stereotipi razziali o di genere, dalla composizione dell’immagine alla rimozione di alcuni elementi — tipo tagliare via (attraverso il fotoritocco analogico o, oggi, grazie a Photoshop) ciò che è scomodo e compromettente, prassi dei regimi totalitari o ultrareligiosi (vedi le donne tolte dai cataloghi Ikea in alcuni paesi arabi): è questione di scelte, appunto. E di cause e conseguenze di tali scelte.

All’argomento è dedicato un bel manuale, pieno di materiali, di esempi e soprattutto di provocazioni — vedi, nelle immagini, le pagine in cui si chiede di trovare il cinese in mezzo a tanti volti orientali, o di distinguere l’hipster dal senzatetto attraverso i colori.
Si intitola The Politics of Design (si acquista anche su Amazon) ed è opera di Ruben Pater, designer e ricercatore di Amsterdam, già autore di numerosi progetti in cui il design è l’ingrediente principale dell’attivismo politico e sociale.

Al libro, pubblicato dall’editore indipendente olandese Bis Publishers, si accompagna anche un blog molto interessante.

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