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(foto: Michela Balboni)

In viaggio tra Zanskar e Ladakh, toccando il cielo con un dito

Esiste una terra sorprendente, isolata dal resto dell’India e anche dal resto del mondo, pronta ad imprigionare irrimediabilmente il cuore di ogni amante di quel passato perduto fatto di gesti, uomini e natura, che sta lentamente scomparendo. Sto parlando dello Zanskar, una fenditura solitaria che si estende a sud-est di Leh, nel nord dell’India, un’aspra valle maestosamente circondata dalla cornice delle alte vette himalayane, dove si perpetuano ancora oggi le antiche tradizioni tibetane.

Raccontare lo straordinario susseguirsi di culture, paesaggi e popolazioni diversissime tra loro, racchiusi in una singola regione indiana che va dal tumultuoso Kashmir, passando per le valli dello Zanskar e arrivando fino al più conosciuto Ladakh, è un’impresa quasi impossibile, sia perché l’immensità e la durezza di questi luoghi è difficile da descrivere a parole, sia per l’incredibile rapporto che si riesce ad instaurare in pochi minuti con persone così lontane e chiuse al mondo esterno, da cui non ti aspetteresti mai ciò che invece sono pronte ad offrirti.

(foto: Michela Balboni)
(foto: Michela Balboni)

Anche chiamata Shangri-La, paese dagli alti valichi, nome che prova ad evocare, senza riuscirci completamente, la meravigliosa sensazione di trovarsi in una terra unica al mondo, questa regione himalayana è un susseguirsi di remote vallate punteggiate da monasteri buddisti, fortezze in miniatura dove il tempo sembra essersi fermato a un’epoca antica, un luogo in cui la popolazione vive di un’economia autarchica per l’altitudine e per l’isolamento causato sia dalla mancanza di collegamenti, sia dalla neve che per buona parte dell’anno blocca le poche vie di accesso.

Fedeli alle proprie origini ed insensibili allo scorrere del tempo, le popolazioni di questo angolo di mondo continuano a vivere attraverso gesti semplici, fatti di una spiritualità così profonda da lasciare tracce indelebili nella memoria.

(foto: Michela Balboni)
(foto: Michela Balboni)

Il mio viaggio è iniziato da Srinagar, capitale del Kashmir, in cui si ha la sensazione di non essere in India bensì in una caotica città musulmana, dove l’unico modo per trovare ristoro è godersi la tranquillità delle decadenti Houseboat adagiate sul lago Dal, o navigare all’alba attraverso il dedalo di canali che portano al mercato galleggiante ortofrutticolo.

Da qui, per raggiungere lo Zanskar occorre prepararsi ad un lungo ed estenuante viaggio tra mulattiere e strade sterrate a strapiombo su aspri dirupi, in cui occorre dare fondo a tutto il proprio sangue freddo, per non mettersi ad urlare ad ogni camion variopinto da superare, proprio sul ciglio del precipizio e ovviamente proprio prima di una curva cieca.

(foto: Michela Balboni)
(foto: Michela Balboni)

Man mano che l’altitudine sale si arriva a Kargil, un altro centro musulmano situato a circa 3.500 metri di altitudine, in cui si respira un’aria di confusione e disordine, soprattutto se ci si perde tra le affollate stradine del Main Bazar, tra pezzi di carne esposti al sole per la gioia di nugoli di mosche e venditori di ogni sorta.

Le vecchie porte in legno colorate e i polverosi barbieri, le donne con il velo e gli scuolabus straripanti di studenti creano un’atmosfera di grande attività e affollamento, che contrasta ancora di più con il silenzio che si percepisce appena usciti dalla città.

(foto: Michela Balboni)
(foto: Michela Balboni)

Proseguendo attraverso l’unica via carrozzabile che raggiunge la valle dello Zanskar, immersa nella splendida Suru Valley, si continua a salire fino al ghiacciaio di Rangdum, a circa 4.000 metri di altitudine, un isolato villaggio buddista battuto da venti impetuosi, nel bel mezzo di una valle selvaggia attraversata da gelidi ruscelli e incorniciata da frastagliate vette innevate.

(foto: Michela Balboni)
(foto: Michela Balboni)

Passeggiare per il villaggio di Rangdum è di per sé un’esperienza unica. Dalle basse costruzioni sbucano decine di bambini curiosi, con le guance bruciate dal freddo e dal sole, anziane signore in abiti tradizionali insistono per invitarmi ad entrare nelle loro case e per offrirmi un chai1.

Il fatto che persone così isolate dal mondo non abbiano alcun timore, ma che siano al contrario più aperte e propositive di me nel volermi conoscere mi lascia senza parole. Mostrare le proprie semplici abitazioni, gli abiti migliori e tutti i componenti della famiglia è per queste persone motivo di grande orgoglio.

(foto: Michela Balboni)
(foto: Michela Balboni)

Lasciata Rangdum, percorrendo in jeep strade dissestate per circa 5 ore, si arriva a Padum, nel cuore dello Zanskar, la cui principale attrattiva si trova nella vicina Karsha, il più grande Gompa2 della regione.

Da lontano il monastero ed il villaggio sembrano fusi all’interno di una scoscesa montagna, attraverso una precaria scalinata si arriva al chiostro superiore da cui è possibile entrare nella sala delle preghiere. Ma la cosa più sorprendente è la vista incredibile che si gode dalla sommità del monastero, che si spalanca su tutta la valle attraverso campi di orzo e basse casette bianche a ridosso dei monti.

Il suono del vento è l’unico compagno quassù, non ci sono voci, clacson, soprattutto non ci sono telefoni che suonano perché neppure l’ultimo modello di iPhone riuscirebbe a prendere il segnale.

(foto: Michela Balboni)
(foto: Michela Balboni)

A questo punto del viaggio, l’unico modo per raggiungere Leh è ripercorrere a ritroso la stessa, unica strada fino a rientrare a Kargil, calcolando all’incirca un giorno e mezzo di viaggio, e da qui spostarsi poi nel Ladakh.

Entrando in questa regione è evidente il cambiamento del paesaggio, che diventa più arido e polveroso, pur mantenendo la sua maestosità. Facendo una tappa al monastero di Lamayuru si iniziano a vedere le prime tracce di modernità, sotto forma di piccoli negozietti e insegne in lingua inglese.

(foto: Michela Balboni)
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(foto: Michela Balboni)
(foto: Michela Balboni)

Circondato da maestosi calanchi, il sonnolento villaggio di Lamayuru, con il suo monastero buddista, costituisce il luogo ideale per interrompere il lungo viaggio tra Kargil e Leh.

Le sue casette pittoresche sorgono sull’estremità di una collina erosa dal vento, e passeggiare senza meta tra le viuzze del monastero, tra bandierine variopinte che svolazzano incuranti, è già di per sé un’esperienza che vale la sosta. Soprattutto se accompagnata dall’ennesimo bicchiere di chai.

Altre 4 o 5 ore di jeep, comprensive di motore in panne con tanto di spinta da parte di un gruppo di baldanzosi militari, ed eccomi finalmente arrivata a Leh, ultima tappa e capitale del Ladakh, che pur non perdendo il suo antico fascino asiatico è ormai diventata un centro di smistamento per viaggiatori.

(foto: Michela Balboni)
(foto: Michela Balboni)

Lungo la strada principale le persone caricano e scaricano camion e jeep, viaggiatori hippie tornano in città stanchi e impolverati e le agenzie che organizzano trekking si fanno largo tra i ristoranti e i negozi di souvenir. Si respira un’atmosfera da città di confine, un luogo di transito frenetico, in cui tutti sembrano essere in procinto di andare da qualche parte o di essere appena arrivati.

Giusto il tempo di riempire lo zaino, di quelli che a Bologna chiamiamo ciapapolvàr3, e mi rendo conto di essere giunta al termine di questo viaggio. Mi sembra di essere qui al tempo stesso da un mese e da un giorno, di essere stremata e rinvigorita, di avere mille ricordi e di aver dimenticato tutto.

(foto: Michela Balboni)
(foto: Michela Balboni)

Questi luoghi lasciano il segno, vanno assimilati e digeriti con calma per essere capiti, sono la testimonianza di culture e stili di vita che ancora oggi resistono ai cambiamenti frenetici del nostro tempo, e mettono a dura prova ciò che diamo per scontato ogni giorno.

Senza internet, senza acqua corrente, senza luce elettrica e senza un materasso su cui dormire, sono tornata a casa sentendomi in forma come non mai.
Sarà stato il vento o i litri di chai, chissà.

(foto: Michela Balboni)
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