Accendo la radio a tutto volume. Le strade sono completamente vuote e posso andare forte. Arrivo a un semaforo rosso e mi viene la tentazione di passare lo stesso ma poi mi fermo perché vedo un cartellone pubblicitario che non ricordo di aver mai visto prima e voglio guardarlo bene. Dice solo «Sparire Qui» e anche se probabilmente è soltanto la pubblicità di qualche villaggio vacanze, quella scritta mi fa sballare, così picchio sull’acceleratore e la macchina schizza via stridendo oltre il semaforo.

Il testo è tratto da Meno di zero, la folgorante opera prima con cui Bret Easton Ellis esordì trent’anni fa, amata da molti (e io sono tra questi), odiata da altrettanti e forse di più.

Quel cartellone «Sparire Qui» non è che compaia poi così spesso nel romanzo ma quando i tuoi occhi di lettore ci passano sopra per la prima volta poi quel manifesto non se ne va più, nemmeno quando chiudi il libro, e ti pare di vederlo, di tanto in tanto, nei momenti di rarefatta e cogitabonda solitudine, quando in un angolino del cervello l’idea di seguirlo, il consiglio di sparire, s’illumina come un fuoco d’artificio nella notte.

(foto: Frizzifrizzi)

(foto: Frizzifrizzi)

C’è una foto, in Getting lost is wonderful, che mi ricorda quel cartello. Siamo di notte, in un’anonima periferia in cui si intravede un campo con una ringhiera davanti e le sagome di alcuni edifici sullo sfondo—forse case, forse fabbriche—assieme ai pali della luce. L’unico elemento illuminato, al centro esatto dell’inquadratura, è un cartellone visto di tre quarti, bianco, vuoto. «Sparisci Qui» non c’è ma è come se ci fosse. O ci fosse già stato. O potesse apparire da un istante all’altro.

Quella foto non è la prima volta che la vedo. Era già apparsa qua su Frizzifrizzi quasi due anni fa, in una delle nostre selezioni fotografiche settimanali. Il tema, allora, era la solitudine.

Ma qua, nel libro, la foto funziona ancora meglio. Anche perché è maliziosamente abbinata con un’altra, sulla stessa doppia pagina, in cui c’è un uomo che sembra guardare, dalla sua fotografia, quel cartellone che sta dall’altra parte, attratto come da un magnete. E lo spazio bianco (ah quante cose possono succedere nello spazio bianco dei libri!) pare il posto in cui sparire.

(foto: Frizzifrizzi)

(foto: Frizzifrizzi)

Non c’è Ellis tra i testi che intervallano gli scatti di Massimiliano Pugliese, fotografo romano classe 1970, autore di questo libro notturno pubblicato come terzo volume monografico da Fugazine, bel progetto di autoproduzione editoriale portato avanti con sapienza e con amore da Paolo Cardinali, anche lui romano, anche lui fotografo.

Non c’è Ellis, dicevo, ma ci sono dialoghi, tutti azzeccatissimi, da Strade perdute di Lynch, da Drive di Refn, da Lasciami entrare di Tomas Alfredson, dal leggendario I guerrieri della notte di Walter Hill.

(foto: Frizzifrizzi)

(foto: Frizzifrizzi)

È un libro sul perdersi, quello di Massimiliano. E perdersi può essere una conseguenza imprevedibile ma pure un atto politico. Perdersi può essere meraviglioso, come da titolo, ma anche far paura. Perdersi, il più delle volte, è comunque una soluzione.

In questo piccolo gioiello editoriale—che consiglio vivamente di acquistare (per info: mandare una mail a info@fugazine.com) e di sfogliare ascoltando, ovviamente, la meravigliosa How to disappear completely, da Kid A, Radiohead—il nero è una voragine, le luci sono tutt’altro che appigli, ancore di salvezza. Di nuovo, come «Sparisci qui», hanno la forza di un magnete e ti invitano a cercare una via di uscita. Ti invitano a perderti.

Invece di restare fissi sullo schermo, i miei occhi vagano per la sala e si fermano sulle scritte «Uscita» verdi e luminose sopra le due porte in fondo al locale.
(ancora Ellis, ancora “Meno di zero”)

(foto: Frizzifrizzi)

(foto: Frizzifrizzi)

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(foto: Frizzifrizzi)

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(foto: Frizzifrizzi)

(foto: Frizzifrizzi)

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