I bambini raccolgono fiori, o perlomeno la mia lo fa, prendendola come una vera e propria missione di vita, che comincia ogni primavera e termina sul finir dell’estate, quando di “fiori da portare alla mamma” non ce ne sono più, quando non può più obbligarmi a ficcare le margheritine in mezzo alla barba, tra i capelli o negli occhielli delle camicie.
Piglia pure quelli bruttini, lei, quelli un po’ acciaccati e tutti impolverati delle aiuolette sui bordi delle strade, dove pisciano i cani e rimangono la mattine trovi le bottiglie vuote di birra scadente.

La prima volta che le ho spiegato che i fiori muoiono, quando li raccoglie, lei è rimasta di sasso. Ci ha rimuginato un po’ su, come fanno i bambini alle prese con le faccende serie della vita come i giochi, il tempo e, appunto, la morte. Poi se ne è uscita con una domanda che solo un bambino — beato lui — può fare: «ma quindi pure la nonna Adele quand’è morta l’avete messa in vaso con l’acqua?». Non fa una piega, in effetti. Se il fiore che è già morto continua a vivere per un po’ in un vaso pieno d’acqua, perché per le persone non funziona così? (Per la cronaca: poi mia figlia, dopo un periodo di timore, ha fatto “pace” con l’idea di uccidere i fiori per raccoglierli e continua imperterrita a portare regali alla mamma e a farmi sembrare un fricchettone in preda all’LSD).

Tornando ai fiori: il paradosso è che l’apice della loro bellezza, perlomeno per il mercato o per chi li riceve in dono, è proprio quando questi sono già condannati. Li mettiamo in un vaso, una composizione, una corona, un mazzo da regalare per far colpo o farci perdonare o rendere omaggio alla scomparsa di qualcuno — ma qui il collegamento simbolico è ben evidente — quando la morte aleggia già intorno a loro.

Quello dei fiori recisi è un mercato enorme (circa 30 miliardi di dollari nel 2011, con l’Olanda capofila dell’import-export), con le sue crisi, i suoi boom, soprattutto le sue mode. E se la più richiesta è sempre la cara, vecchia rosa — seguita da tulipano, crisantemo, gerbera, fresia, giglio e via dicendo — ogni anno vengono create svariate nuove specie, molte delle quale poi finiscono nel laboratorio di Makoto Azuma, uno tra i più celebri e riconosciuti “artisti dei fiori” di tutto il mondo.

Giapponese, classe 1976, Azuma ha aperto il suo atelier nel 2002 a Tokyo, considerato da allora un vero e proprio negozio di “haute couture”, e nel 2005 ha iniziato a creare sculture botaniche, finendo per mettere in piedi un vero e proprio laboratorio in cui sperimentare composizioni e tecnologie, finendo con le sue opere nei musei e nelle mostre d’arte di tutto il mondo.

Al suo lavoro e a suoi fiori, l’artista ha pure dedicato un libro, l’Encyclopedia of Flowers, un tomone di oltre 500 pagine uscito quattro anni fa a cui fa seguito, ora, un secondo volume (-one pure questo, con un altro mezzo migliaio di pagine piene di fotografie), l’Encyclopedia of Flowers II, che prosegue la “missione” di Azuma, e cioè documentare tutte le specie di fiori, da quelle che si estingueranno alle nuove che escono, e immortalarne la bellezza in quell’istante in cui la vita è ormai finita e la morte non è ancora del tutto iniziata.

Un lavoro mastodontico, quello dietro alla produzione del libro, in cui tra una composizione e l’altra (tutte fotografate con luce naturale da Shiinoki Shunsuke, fotografo specializzato in botanica e socio di Azuma da più di dieci anni) compaiono ben 15.000 tra piante e fiore, con le varie specie elencate col loro nome scientifico nell’indice finale, quasi fossero amici o conoscenti o amori di una vita che hanno lasciato la loro traccia e ora non ci sono più.