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Se un satellite spia a raggi infrarossi inquadrasse, in questi giorni, i tetti di Bologna, vedrebbe una cosa insolita. L’ipotetico tizio dell’NSA addetto al controllo delle immagini salterebbe sulla sedia e correrebbe dal suo supervisore con una notizia bizzarra: «a Bologna c’è una strana attività, signore».
«Che succede?»
«È pieno di gente che disegna, che stampa, che se ne va in giro con tante tavole colorate sottobraccio, signore».

Quello che gli agenti dell’NSA non sanno è in questi giorni a Bologna c’è il BilBOlbul e — se lo sanno — molto probabilmente non hanno idea che quest’ottava edizione del festival coincide con un “cambio di pelle”: non solo mostre, non solo guardare, sfogliare, sognare ma anche fare; tanto, tantissimo fare, con progetti che prendono corpo proprio durante il festival, per produzioni — libri, esposizioni, performance — pensate ad hoc e realizzate appunto nelle case, negli studi, nei laboratori della città.

Tra gli eventi più interessanti di questo BBB14 c’è Studiolo Icinori, una residenza artistica durante la quale Mayumi Otero e Raphael Urwiller, il duo riunito sotto al nome di Icinori, sono partiti dall’incredibile collezione ospitata nelle sale di Palazzo Poggi e dedicata al grande entomologo, botanico nonché esploratore bolognese Ulisse Aldrovandi, per realizzare una serie di opere che — nello stile surreale, fiabesco, dettagliatissimo e talvolta allegramente cruento del duo — dialogano con quella wunderkammer di oggetti.

La mostra inaugura domani (intanto puoi guardarti un’anteprima con le tantissime immagini), con le opere di Icinori esposte nelle teche in mezzo alla raccolta del museo.
Qualche mese fa, però, i primi di agosto, ho avuto la fortuna di incontrare una timida Mayumi e un super-ciarliero Raphael durante il loro sopralluogo bolognese.
In un torrido pomeriggio, in mezzo a un insolito concerto di campane, ho intervistato Icinori nel cortile di Hamelin, l’associazione che organizza il festival.

* * *

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Mayumi + Raphel = Icinori.
Che significa Icinori?

Mayumi: siamo un collettivo.

Raphael: Icinori, non significa niente. Ma “suona giapponese” ed è perfetto perché io e Mayumi siamo l’unione di due culture, europea e asiatica.

Vi siete conosciuti a Strasburgo, se non sbaglio.

Mayumi: sì, sei anni fa, alla scuola d’arte di Strasburgo. Mentre frequentavamo il corso di illustrazione abbiamo cominciato a lavorare assieme e a produrre serigrafie e libri fatti a mano.

Raphael: ora lo fanno tutti. Ma all’epoca non andava molto di moda produrre libri artigianalmente. All’epoca era più figo aprire blog, fare progetti su internet. Noi abbiamo provato a fare qualcosa di diverso. E allora abbiamo cominciato a stampare a mano, ispirati dall’esempio di artisti come Wagenbreth.

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Toccare il colore con mano.

Raphael: sì, e pure intossicarci con le esalazioni!

Mayumi: l’illustrazione è spesso una questione di computer, schermi e per noi questo è un po’ noioso.

Raphael: l’illustrazione non è solo disegnare. Un disegno, sul computer, può essere replicato all’infinito. Ma con la stampa devi pensare a come dividere quel disegno in parti, in strati. L’illustrazione per noi è anche quello.

Il nome Icinori l’avete coniato fin da subito?

Raphael: non volevamo avere un nome che dopo 10 anni avremmo potuto trovare stupido. Quindi ci siamo orientati verso dei nomi senza significato, come “Kodak”, quello delle pellicole, che non significa niente, è solo un’onomatopea, il rumore del click.
Ne abbiamo pensati tantissimi e li cercavamo di volta in volta su Google per vedere se esistevano. L’unico che non esisteva in nessuna lingua era proprio Icinori.
Quindi se cerchi Icinori sul web quelli siamo di sicuro noi…

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Una decisione intelligente.

Raphael: all’epoca avevamo prodotto un solo libro e volevamo che la gente ci trovasse subito.
Avevamo paura di non essere trovati.

Al di fuori di Icinori lavorate anche singolarmente?

Mayumi: sì, abbiamo stili diversi.

Raphael: abbiamo modi di disegnare completamente diversi. Ne discutiamo spesso. Lei è molto lenta e precisa, io vado come una furia, sono più “grafico”. Certe volte proviamo a copiarci l’un l’altra ma siamo talmente diversi che non ci riusciamo.

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E come fate a lavorare insieme a un’illustrazione?

Raphael: abbiamo trovato il modo di mescolare i disegni. Il segreto è non lavorare assieme allo stesso disegno nello stesso momento. Discutiamo molto prima di disegnare. «Tu meglio se fai questo, io invece quest’altro… Tu sei più brava per queste cose, io queste altre… Tu puoi aiutarmi qua, io di là».
Magari io faccio il personaggio e lei le piante tutt’attorno.

Mayumi: in ogni lavoro che facciamo proviamo a far scontrare mondi differenti. Ad esempio: che succede se prendiamo gli affreschi rinascimentali italiani e li incrociamo con le stampe giapponesi?

[Tiro fuori la mia copia di Issun Boshi, splendido albo illustrato pubblicato in Italia da Orecchio Acerbo; albo che ho letteralmente consumato, la sera, con mia figlia].

Raphael: la storia l’ha creata Mayumi, perché è una storia tradizionale giapponese. Abbiamo deciso di “distruggere” la storia originale e crearne una nuova su quel personaggio, [che è più o meno il nostro Pollicino, ndr].

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[Lo sfogliamo insieme e lui mi spiega «questo l’ho fatta tutta io, questo pezzo io, questo lei…»] Torniamo al lavorare insieme. Come definireste Icinori, lo stile di Icinori?

Raphael: Icinori è un territorio. Un sorta di terra in cui ciascuno dei due può costruire idealmente la propria casa. Una territorio in cui possono succedere tante cose — non tutte le cose, ma molte. E ciascuno dei due sa cosa è o non è Icinori.
A volte ad esempio capita che io o Mayumi facciamo cose “non da Icinori” e l’altro se ne accorge sempre e dice «questo è perfetto per uno dei tuoi lavori, ma non per Icinori».

Mayumi: per alcuni mescolare di tutto funziona lo stesso. Per noi no.

Quindi quando qualcuno vi contatta per darvi un lavoro dovete sempre chiedere se è per Raphael, per Mayumi o per Icinori…

Raphael: esatto. Ma in realtà facciamo semplicemente vedere diversi lavori e chiediamo che tipo di immagini preferiscono così da capire chi deve lavorarci su.

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Che differenza c’è tra i vostri lavori personali, come Icinori, e quelli su commissione?

Raphael: gli illustratori che amiamo trovano sempre il modo di mettere quel pizzico di creatività anche nei lavori che potrebbero essere più noiosi. Anche noi proviamo a fare così. Trovare un modo, magari anche solo un piccolo dettaglio, per rendere interessante un’illustrazione su commissione potenzialmente noiosa.

Nei lavori su commissione, però, non potete controllare il processo di stampa.

Raphael: è vero, però possiamo immaginarlo. Quando lavoriamo su commissione, se un’illustrazione uscirà per esempio su carta da quotidiano ne teniamo conto quando la facciamo. O se uscirà su carta lucida, o su internet…
Quando lavoriamo per il New York Times, ad esempio, ne facciamo due versioni: una per la carta e una per il sito web.

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È la prima volta che sento qualcosa del genere.

Mayumi: lo facciamo sempre. Quello che è importante è il risultato finale e non il disegno iniziale.

Chi di voi due è il “mastro stampatore”?

Raphael: dipende. È come nel disegno. Ci scambiamo i ruoli.
Comunque, quando a scuola andavamo nel laboratorio di serigrafia, la gente ci chiedeva «ma che fate qui, con questi strumenti vecchi?». E tre anni più tardi quegli stessi che ce lo chiedevano, giù tutti a stampare in serigrafia.

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E la risograph?

Raphael: l’abbiamo comprata prima ancora di aver mai preso in mano una stampa fatta in risograph. Ma la cercavamo da tempo, dopo aver visto artisti che negli anni ’80, negli Stati Uniti o in Olanda, ci realizzavano dei libri.
Due anni dopo aver comprato la macchina è scoppiato il boom della risograph, e tutti a stampare così. Così abbiamo praticamente smesso, perché era troppo di moda. Siamo fatti così…
Sai qual è il vero problema? È che quando scoppia una moda poi tutti prendono a usare non solo lo stesso strumento ma anche a usarlo allo stesso modo, con le stesse tecniche, con la stessa carta, lo stesso modo di pensare al colore.
A noi piace provare a fare le cose in maniera differente. Non sempre ci riusciamo, ma ci proviamo.

Stampate anche per altri?

Mayumi: no, è una cosa troppo complicata stampare per altri. Devi immaginare il risultato che vorrebbero ottenere e capita che si rimanga delusi da entrambe le parti.

Raphael: una volta ho portato qualcosa a stampare in Risograph e il risultato non mi è piaciuto.
Credo che disegnare sia un po’ mentire. C’è la realtà e c’è la tua versione, che è il disegno, che è una sorta di “bella bugia”. La stampa a sua volta è una “bella bugia” di una “bella bugia”. E come Icinori cerchiamo di governare tutta la parte bugiarda.

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Avete un laboratorio?

Raphael: in realtà stampiamo in casa, nel nostro piccolo appartamento.
Però quando viaggiamo andiamo sempre in “pellegrinaggio” a incontrare gli stampatori. Ad esempio, in Svizzera, siamo stati da Pipifax e con loro abbiamo stampato un libro.
Quando siamo stati in Cina siamo andati nelle stamperie. Se andremo mai in Giappone, o in India, andremo nelle stamperie…
Quando trovi stampatori del genere, come Pipifax, capisci che la stampa non è una moda ma un modo di pensare.

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Realizzate sia libri autoprodotti sia libri pubblicati da editori tradizionali, libri che tra l’altro vincono anche premi. Che differenza c’è nel fare gli uni piuttosto che gli altri?

Raphael: quando eravamo alla scuola d’arte era normale fare piccoli libri autoprodotti, in pochissime copie, da mostrare agli altri e agli insegnanti. Poi ci siamo resi conto che per uscire da lì, dalla scuola, dovevamo farne più copie. E dovevamo provare a venderle.
Così abbiamo cominciato un specie di escalation di complessità: prima libretti a due colori, poi a tre colori, poi a tre colori pieni di piegature, poi libri pop-up, poi grossi libri pop-up a sette colori…

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Un’escalation anche tecnica.

Mayumi: c’è da dire che quando ti immergi nel processo di stampa rischi di perdere te stesso nei tecnicismi. Ci sono talmente tante possibilità di sperimentazione, così tante variabili che puoi non uscirne più.

Raphael: ogni tanto infatti Mayumi infatti dice «Stop!». E allora torniamo ai tavoli a disegnare, per ritrovare noi stessi.
Conosciamo tante persone che si perdono completamente durante il processo di stampa.
Confesso di continuare a intervenire sul colore per tutta la parte di stampa. È una specie di ossessione: aggiungo un po’ di colore, poi un po’, poi ancora un altro po’, poi giusto una punta.
Quando lavoriamo con qualche editore, per i libri, lo facciamo impazzire.

Mayumi: tornando a quello che ci chiedevi prima, su chi dei due fosse il “maestro di stampa”, io non voglio essere un maestro di stampa, una virtuosa della stampa fine a sé stessa. La stampa è un mezzo.

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Disegnate direttamente al computer?

Mayumi: qualche volta. Iniziamo sempre a mano ma poi utilizziamo il computer per fare correzioni, soprattutto sui colori. Stampiamo, scansioniamo, correggiamo il colore, ristampiamo, riscansioniamo, ricorreggiamo…

Raphael: utilizziamo il computer perché è più veloce.

Come avete iniziato a lavorare ai libri pop-up?

Raphael: semplicemente perché ci piacciono. I miei libri d’infanzia preferiti erano pop-up. Tra l’altro li distruggevo tutti.
Poi c’è da dire che io vengo da studi di ingegneria (ecco spiegate tante cose, no? L’amore per la stampa, per i pop-up…) e ogni volta che mostravo a Mayumi un libro così le dicevo «è semplice farlo, è semplice». E allora lei una volta mi ha sfidato a farlo e quindi l’abbiamo fatto. In due mesi ne abbiamo realizzati due. Senza neanche fare i prototipi, quindi quando li abbiamo stampati non sapevamo neanche se avrebbero funzionato.

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Ma hanno funzionato…

Raphael: [facendo il gesto di asciugarsi il sudore, ndr] per fortuna sì!

A proposito di mode: i festival dedicati alle autoproduzioni editoriali, alle fanzine, si stanno moltiplicando. Che ne pensate?

Raphael: credo sia meraviglioso. Ma è un po’ come fare il turista, no? Viaggi in un altro paese, sei un turista, e ti piace tantissimo. E allo stesso tempo odi gli altri turisti.
Scherzi a parte. Ci piacciono i festival, ci piacciono le fanzine, ne compriamo tantissime.

Mayumi: anche se forse c’è un po’ di “accademismo” nel fare fanzine oggi, no?

Raphael: [ridendo, ndr] sì, non è “molto punk” fare fanzine di questi tempi.
Ma credo ci sia comunque tanta creatività in giro.
Anche qui: c’è il modo di adeguarsi a quello che fanno tutti gli altri ma c’è anche modo di fare, e condividere, nuovi modelli di pensiero. Sono queste ultime le fanzine che compriamo.

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Parliamo del lavoro che state realizzando qui a Bologna.

Raphael: il museo è così interessante e intenso e pieno di cose che sarà una vera sfida lavorare a questo progetto.

Una stanza vuota sarebbe stata più semplice. Ma da quanto mi è parso di capire a voi sono proprio le sfide, quelle che vi piacciono.

Insieme: esatto!

Raphael: la collezione raccolta nel museo è evidentemente quella di qualcuno che cercava cose interessanti in tutto il mondo. La difficoltà sarà proprio riuscire ad aggiungere un qualcosa di interessante a tutto ciò che di interessante c’è già.
E oltretutto non è la collezione di un uomo solo. È una “collezione di collezioni”, raccolte da diverse persone, quindi con menti e pensieri differenti.
Una sorta di “best of di best of”!

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Quindi come pensate di fare?

Raphael: con Mayumi abbiamo pensato di inserire qualche piccolo personaggio divertente. Nascondere qualche dettaglio.

Mayumi: visto che il posto è pieno di oggetti dalla forma strana, che non sempre abbiamo capito cosa fossero, abbiamo pensato che sarebbe divertente ri-interpretarli a partire dalla forma.
In pratica per ora abbiamo tante idee stupide! [Ride, ndr]

[A questo punto interviene Ilaria Tontardini di Hamelin, che ci pensa un po’ su e dice: «è colpa vostra se in molti disegnano come disegnano. Perché a un certo punto siete usciti fuori voi, con un segno così deciso, con dei colori così potenti…»]

Raphael: prima che cominciassimo noi a fare serigrafia c’era già tantissima ottima illustrazione serigrafata. Ad esempio noi amavamo tutta la scena attorno a Le Dernier Cri. abbiamo fatto anche uno stage da loro.
È un modo di fare serigrafia, quello — colori scuri assieme a colori fluo, un po’ di nero, un po’ di… [ride, ndr bambini morti…
All’inizio abbiamo provato in qualche misura a fare qualcosa del genere, ma non ci siamo riusciti.
Riuscivamo a fare le cose che facciamo.

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[A proposito di bambini morti: arriviamo a parlare di violenza e di bambini, racconto di come mia figlia, nella scena in cui Issun Boshi da dentro alla pancia del gigante usi il suo ago per colpirlo, sia rimasta particolarmente affascinata da quella pagina, come ipnotizzata]

Raphael: ai bambini piace un po’ di violenza. Ho fatto un libro, Jabberwocky, ispirato a un testo di Lewis Carroll, e a metà libro, nel momento più intenso della storia, il protagonista doveva uccidere, distruggere totalmente il mostro. Il libro l’ho fatto per i bambini e il mostro era ovviamente di carta. Puoi uccidere la carta e al contempo capire la violenza.

Vi piace fare libri per bambini?

Raphael: sì perché a volte è troppo facile fare libri pensati per gente come noi. Parlare di temi anche forti e rivolgersi però ai bambini è una bella sfida.
Ai bambini non puoi mostrare tutto, ma coi bambini puoi parlare di tutto, e questo mi piace.

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