Sara Bonaventura

Sara Bonaventura, videomaker-artigiana

s-a-r-a-h

Nell’era del digitale, nonostante in settori come il cinema, l’animazione e la videoarte da tempo processori e software la facciano da padroni, c’è ancora chi ama “sporcarsi le mani” e lavorare — almeno in parte — seguendo processi analogici.
È il caso di Sara Bonaventura, videomaker trevigiana, classe 1982, che da anni realizza opere ibride utilizzando filmati d’archivio, magari pescati in vecchi vhs, e ibridandoli con riprese fatte ad hoc e animazioni, in una sorta di collage — ma lei, come vedremo, preferisce parlare di un più letterario e borrughsiano cut up — che è la sua cifra stilistica sia per quanto riguarda le produzioni personali sia per i videoclip e le collaborazioni con musicisti o danzatori.

Durante l’estate, a distanza e a “tappe”, ciascuno prendendosi i propri tempi — io a godermi il meritato riposo, lei a godersi l’altrettanto meritata vittoria all’ultimo Lago Film Fest (nella sezione Veneto, col suo video In Certain Amounts Of Sun) e a preparare un nuovo lavoro — io e Sara ci siamo “incontrati” su Facebook per lunghe sessioni di domande e risposte dalle quali poi è nata quest’intervista.

* * *

In Certain Amounts Of Sun, 2013
official video for Dimitris Papadatos aka KU, from the album Feathers, on Inner Ear Records
4′ 26”, color, 4/3, cel animation (415 hand drawings) and digitally edit VHS footage

Quand’è che hai capito che volevi fare la videomaker?

Forse potrei dirti che sto solo ora cominciando a capirlo. Del resto sono autodidatta e credo in generale nel “learning by doing”. Mi piace per questo la parola videomaker, per l’accento sul fare.
Nei miei video c’è una discreta artigianalità. Soprattutto il processo è analogico, poi magari molti strumenti sono digitali.

Prima di metterti dietro a una videocamera che facevi?

Il mio percorso è nato dalla pittura e dal disegno, ai quali ho quasi smesso di dedicarmi per motivi logistici. Quindi fare video è stata anche una risposta pratica, una possibilità per mettere insieme tante cose che amo in un piccolo spazio.
Mi ci sono cimentata per pura curiosità e desiderio di sperimentazione. Poi qualcuno ha notato dei miei lavori e mi ha chiesto di fare dei videoclips. Senza dubbio nel momento in cui ho iniziato a lavorare con/per altri artisti è nata una nuova consapevolezza in fieri, accanto alla crescente voglia di fare video.

Deeper Than The Well, 2014
official video for Carla Bozulich, from her album Boy, on Constellation Records
5′ 01”, color, 16/9, diverse footage and frame by frame animation (160 hand drawings)

Quali sono i motivi logistici che ti hanno fatto smettere con pittura e disegno?

Ho smesso con la pittura per motivi di spazio, vivendo in un bilocale con un ex compagno che dipingeva a grande formato. In cucina si respirava trementina e acquaragia. Anche per questo limite spaziale sono tornata agli A4 e alle matite.
Fin da piccina ho sempre amato disegnare, ma provare ad animare disegni è stato un po’ come tornare bambina, tornare a meravigliarmi.
Credo che per un autodidatta la scoperta sia sempre fondamentale. Non ho studi di regia alle spalle, da sola ho imparato a montare e sto ancora imparando ad animare.

Trovi che il “linguaggio” dell’immagine in movimento possa raccontare meglio, o di più, rispetto all’immagine statica?

Mi piace pensare che tutti i “linguaggi” possano raccontare qualcosa. Anche un’immagine statica può essere narrativa e, nella sua simultaneità, molto potente.
Nell’immagine in movimento c’è la variabile tempo e quindi un plot, una trama. Eppure un video può essere anche un anti-racconto.
L’immagine in movimento è in fondo un grande inganno perché l’immagine è statica, il movimento è nella percezione. In questo senso mi piace pensare al video come una variazione dell’animazione. Il movimento è nel montaggio di suoni e pose, dove ogni singola inquadratura può essere frutto della combinazione di tecniche miste, ma la magia è nell’insieme potenziale.
È qualcosa che l’occhio fa sempre: percepisce un insieme di frammenti e completa l’insieme con collegamenti immaginari. Mi piace quel potenziale sperimentale, quei collegamenti, tanto cari al cosiddetto expanded cinema.

Le Bateau Ivre (with Fabio Orsi), 2011
this video is inspired by Rimbaud’s poem
10’55”, 16/9, HD footage+frame by frame animation, 2011

Ti ricordi il tuo primo video?

Mio padre aveva una videocamera vhs JVC amatoriale dei primi anni ’80 che puntualmente cercavo di rubare. Non avere nessuna possibilità di correzione dell’ottica, del focus, niente zoom… È un limite immenso, ma muoversi in quel limite può far capire qualcosa di ciò che chiamiamo inquadratura.
Poi ho iniziato a filmare con una VHSC Panasonic con zoom, autofocus, stabilizzatore. Un “upgrade” con cui ho capito che era meglio non fare infiniti piani sequenza, ma tentare una sorta di montaggio in macchina.
Faccio questa premessa sul lo-fi perché ho usato molto il vhs e lo adopero ancora oggi, a volte.

E il primo video lo hai fatto con la Panasonic?

Sì, insieme a una mia grande amica. Non avevamo uno script, ma avevamo pensato alle locations e soprattutto ai readings. Riprese in esterno e interno con letture che amavamo. Al tempo avevo appena letto un testo di Héléne Cixous, Rire de la Meduse; si parla più o meno di una decina di anni fa e più. Ho montato poi in Premiere il girato vhs.
Non ho ancora rimosso il video da youtube, dove l’avevo caricato anni dopo perché era stato esposto durante una mostra a Venezia; per quanto sia grezzo e ingenuo, ci sono molto affezionata.

Venezia, 2012
official videoclip for Universal Sex Arena, from their album Women will be girls
3′ 57”, color, 4/3, frame by frame cel animation (1077 hand drawings)

A proposito di vhs, hai fatto diversi lavori in cui hai usato materiale d’archivio. Che tipo di ricerca fai in questo senso?

Sì è vero, c’è del citazionismo in alcuni lavori. Un po’ perché ho sempre associato il montaggio al testo frantumato post-moderno, di cui mi interessa l’ibridazione dei codici, dei generi e l’ironia, il grottesco. Allo stesso tempo sono una nostalgica dell’estetica moderna, la mia formazione da storica dell’arte mi porta a volte indietro nel passato.
Ho fatto spesso indagine d’archivio per studio e lavoro.
Oggi lavoro col pubblico, anzi coi bimbi nativi digitali, ma mi è rimasta la passione per l’iconografia e l’iconologia. Nei miei script ci sono sempre testi iconici e verbali; immagini o disegni accanto ad appunti con “pippe varie” sulla simbologia e sul suo variare nel tempo. Anche se poi magari tutto questo non diventa neppure leggibile nei video, mi piace la libertà che sta in mezzo. Non lo faccio per scelta ermetica. Forse lo faccio perché amo trovare e reinterpretare vecchi libri, vecchie enciclopedie o riviste, film o documentari? Non lo so bene, ma rimanendo su rappresentazioni analogiche, qualcuno diceva che «interpretare è interpretare delle interpretazioni».

In girum imus nocte et consumimur igni, 2014
teaser/manifesto

Immagino che un videomaker si “cibi” appunto di immagini. Quale potrebbe essere il “pasto ideale” (antipasto, primo, secondo ecc.) che ha improntato la tua estetica?

Sorridendo potrei rispondere un “pasto nudo”, citando un ipertesto fra il cut up di Burroughs, la resa cinematografica di Cronenberg e la colonna sonora di Ornette Coleman. Un potente piatto unico, se non fosse che non si è mai sazi.
Ho divorato molto cinema, oltre all’arte e alla videoarte, soprattutto in anni adolescenziali. Ora che si può scaricare tutto in realtà non vedo più molti film, ma ringrazio il programma di Enrico Ghezzi, Fuori Orario — cose (mai) viste, per avermi nutrito in anni in cui si assorbe molto.

E di che ti sei nutrita?

Cinema d’autore inizialmente, dal b/n di Bergman o Robert Bresson verso il colore delle “nuove onde” anni 60/70.
Una scoperta decisiva è stata il New American Cinema, che mi ha instillato il desiderio di scoprire il mondo sperimentale underground. Qualcosa ha fatto click dentro, proprio nello scoprire le autoproduzioni indipendenti: un mondo che, tornando a Burroughs, permette di entrare da qualsiasi intersezione. Compresa la possibilità di abbattere muri e scoprire indipendenti russi, polacchi e cechi, che forse ho idealizzato più di altri. Specie l’animazione dell’Est, che tornando al Naked lunch, a quell’istante raggelato in cui si vede ciò che c’è sulla forchetta, è un intrico di poesia, ironia e grottesco unheimlich, perturbante, così profondo da far capire che sulla forchetta non c’è proprio nulla!
Alla fine penso solo che immagini e parole non corrispondano mai. Che menu e ricette non sfamino nessuno. Però sul momento potrei consigliare tre portate, diversissime tra loro e di origine polacca: la pietra miliare sconosciuta Jan Lenica, un già più noto Zbigniew Rybczynski e come dessert l’indigesto Julian Antonisz.

Winds of St. Anne, 2009
official video for Carla Bozulich with Evangelista, from the album “Hello, Voyager”, on Constellation Records
4′ 15”, color, 4/3, frame by frame cel animation (c.300 hand drawings)

Che errori che credi di aver fatto nel tuo percorso? Mi riferisco a lavori che hai accettato ma poi ti sei pentita (o, viceversa, che non hai accettato ma poi ti sei pentita) o al tipo di comunicazione fatta per far conoscere le tue opere…
Immagino che per un videomaker, visto anche il tempo dedicato ad un progetto, vederlo abortire, oppure realizzarlo ma non avere la possibilità di farlo conoscere, sia frustrante.

Ho fatto tantissimi errori. Ma credo che la vita sia un grande errore e quindi continuerò ad errare. Non tanto circa le collaborazioni, nate sempre da rapporti umani, prima che artistici e quindi da affinità elettive empatiche. Piuttosto sulla comunicazione, un disastro!
Credo che per chi produce, da indipendente, sia sempre arduo seguire anche le pubbliche relazioni, anche solo in termini di tempo. Nel mio caso posso anche aggiungere di aver fatto pr per terzi in contesti artistici istituzionalizzati, dove spesso la comunicazione è molto formalistica, ma la ricaduta sul mio lavoro all’inizio non è stata positiva: ho spesso rifiutato molti dispositivi utili per la diffusione per ingenuità idealistica e poca autostima.
Ma in fondo sono ciò che sono anche per questo. Sono la piaga e il coltello diceva Baudelaire.

Mondo Parallel, 2012
official video for Von Tesla, from self-titled 11-track digital album
8’ 37’’, color, 16/9, HD, real footage and stop motion animation, 2012

L’errore come poetica…

L’errore è integrato nel mio processo produttivo. Erro ma ne sono conscia. Anzi credo sempre più in procedimenti euristici di “trial and error”. Ad esempio tutti gli errori tecnici che ho fatto con le prime animazioni (decine e decine di disegnati sbagliati, facendo saltare catene di frame by frame, per dire) mi hanno resa più consapevole.
Ora lavoro in settori educativi/didattici con un approccio costruttivista e metacognitivo. I piccoli insegnano a ridimensionare le frustrazioni. Come suggeriscono anche dei grandi: «Ever tried. Ever failed. No matter. Try again. Fail again. Fail better».

Che tipo di lavoro fai coi bambini?

Sono educatrice in una scuola d’infanzia con sperimentazione bilinguista (inglese/italiano) e collaboratrice per la didattica museale. Ho lavorato un paio d’anni come atelierista qui a Reggio Emilia, dove mi sono trasferita per il noto approccio all’educazione, più noto purtroppo all’estero che in Italia, dove nessuno sa cosa sia la figura dell’atelierista.
Purtroppo perché proprio il costruttivismo sottolinea come qualsiasi cosa sia conformata al contesto socio-economico e politico-culturale che la circonda; così l’eredità di questa filosofia educativa è viva, ma molto più vulnerabile di quanto credessi, minata soprattutto dalla situazione economica.

Tremble dragonfly, 2009
official video for Carla Bozulich with Evangelista, from the the album “Prince Of Truth”, on Constellation Records
6′ 21”, color, 4/3, VHS footage and cutout animation

Spieghiamo quindi cos’è l’atelierista.

L’atelierista è un insegnante con una formazione eterodossa rispetto a quella pedagogica più tradizionale, in genere artistica, ma anche in danza, scienze motorie, biologia, design, architettura. Sorto nelle scuole dell’infanzia comunali reggiane, trova impiego anche in contesti diversi, in ambito scolastico e non.

Nella pratica cosa fa?

L’idea è difficilmente afferrabile in quanto teoria. Nella pratica non si tratta di brevi parentesi laboratoriali, in genere conchiuse o finalizzate; piuttosto di un affiancamento agli insegnanti, in un confronto continuo in equipe, che si concretizza in progettualità di lunga durata che in parte si svolgono nell’atelier come struttura connettiva, dove si lavora in piccolo gruppo, restituendo poi al resto della sezione, su focus decisi in modo partecipato, soprattutto dai bambini!
L’idea alla base — dispendiosa, chiaramente, trattandosi di una figura professionale extra — è di dare la possibilità ai bimbi di esprimersi con linguaggi non necessariamente verbali, sostenendo processi immaginativi spesso intrinsecamente legati a quelli cognitivi, allontanandosi da quell’odiosa dicotomia tra irrazionale e razionale in cui siamo spesso costretti.

Non ritratto, 2009
5′ 22”, color, 3/4, frame by frame cut out/cel animation + VHS footage

I bambini sono individui in costruzione. E tra i tuoi lavori personali trovo ci sia una grande ricerca sul tema del “sé”, dell’identità

Direi di sì. Nei miei lavori spesso sono da sola davanti e dietro la telecamera; il corpo è spesso “index” di una prospettiva sul privato e una conduzione soggettiva, vale a dire è oggetto e soggetto. Sono molto cara a questa ambivalenza, infatti è stata il nucleo della mia tesi di ricerca tra gender studies e visual culture.
Mi ha sempre interessato l’indagine di un corpo sospeso tra performatività e spersonalizzazione, tra autenticità e parodia. Diciamo che è un processo di consapevolezza e al contempo catarsi, per accogliere in modo gioioso e ironico, meno dogmatico, alcune istanze di emancipazione. Molti miei spunti concettuali sono post/femministi, per dire, Yvonne Rainer (Film about a woman who…) attraverso Chantal Akerman (Saute ma ville); del minimalismo accolgo l’ellissi e la negazione, ma poi propendo per la satira, per semantiche dell’eccesso, per il corpo grottesco teorizzato da Bachtin.
Ovviamente non penso mai a tutto ciò quando lavoro ai miei video. La Akerman credo disse di aver visto nella sua testa tutto il suo film più noto, Jeanne Dielman, durante una notte insonne! Anche lei, come la sua protagonista, forse si inventava solo dei modi per non lasciarsi travolgere dall’inquietudine.

1:1, 201o
1:1 Installation by: Romina Grillo, Ciprian Rasoiu, Liviu Vasiu, Matei Vlasceanu, Tudor Vlasceanu (Romanian Pavilion, XXII Biennale d’Architettura).
Drawings: Dan Perjovschi Performers: Deborah Favaro, Timotei Drob, Zhenjuan Li. Music: Be Invisible Now!
13′ 16”, color, 4/3, HD, Italia

E ai lavori su commissione, ad esempio i video musicali, come ti approcci?

Le collaborazioni si sviluppano in orizzonti interpersonali prima umani che artistici. Spesso sono uno spontaneo esito di scambi amicali o comunque all’insegna della reciprocità, credo. Non mi interessano le logiche di mercato, non accetto un lavoro per il compenso, bensì per tutto il resto. Non è il mio lavoro ed entro questo limite esercito la mia libertà.
Per i videoclip in genere abbozzo e propongo un’idea, disegnata e/o scritta, dopo aver ascoltato la traccia. Ad oggi ho sempre avuto la quasi totale libertà interpretativa. A volte l’input per il soggetto è stato discusso e declinato insieme, in genere con gli autori di musica e testi. In alcuni casi ho finalizzato insieme anche il director’s cut e il video è stato poi approvato anche dalle etichette dei musicisti. Le collaborazioni di videodanza si sono sviluppate in modo più o meno simile, ossia da un ascolto delle partiture danzate, che ho documentato e poi montato in autonomia o raffinando coi performers il montaggio finale. In entrambi i casi ho cercato di esprimere in video dei linguaggi che non padroneggio ma amo molto.

RGB, 2013
official video for Marco Giotto aka Von Tesla self-titled track from Providing Needles album, on Enklav label
6’ 06’’, color, 16/9, mixed (VHS+HD, stop motion, feedbacks, optical distortions), 2013

Prossimi progetti?

Attualmente sto lavorando su commissione a dei visuals, che per ora sono praticamente dei lungometraggi. Ma vorrei anche cimentarmi con qualche software per il live vj-ing.
E poi sono tornata a un mio progetto a cui vorrei dedicarmi con continuità. Si tratta di un’animazione astratta sul colore, in cui alterno varie tecniche, dalla claymation — cioè la plastilina animata — al disegno a passo uno, con dei probabili inserti di riprese di videodanza (visto che spero di avere il tempo di fare un po’ di stage designer per una giovane coreografa emiliana). Vorrei provare a produrlo un po’ più seriamente e tentare del pitching [quel momento in cui il videomaker incontra i produttori per presentare il progetto, ndr]. Vedremo!

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