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Issues | The Lazlo Reader e l’arte delle seconde possibilità

Un’esperienza ventennale tra cinema, musica, arti visive ed editoria. Un magazine sperimentale uscito tre anni fa con il solo numero 0. E ora il ritorno sulla scena delle riviste indipendenti con The Lazlo Reader, un nuovo progetto editoriale finanziato dal basso (attraverso il crowdfunding) che ad ogni uscita si dedicherà ad un’indagine approfondita e a 360° su un singolo tema, attraverso i contributi di personaggi provenienti dai settori più disparati: moda, scienza, arte…

A guidare l’iniziativa c’è Lazlo Moulton — caleidoscopico talento ungherese, classe 1977, di base a Berlino — che come tema per il primo numero del magazine ha scelto il re-making, il “fare un’altra volta”, andando ad esplorare pratiche e concetti come i campionamenti, la pirateria, la clonazione, la falsificazione, il remix, il ritocco, la cover.
Del progetto ne parlo direttamente con Moulton, che ho avuto il piacere di intervistare.

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Perché una rivista tematica? E come è nata l’idea di dedicare questo volume al Re-making?

La rivista è nata come estensione della mia etichetta musicale MoulTon. Dopo il successo del primo disco (Hubble – Morin Khoor) per il secondo volevo accompagnare al vinile un album fotografico e pochi testi. Col tempo la cosa si è dilatata e siccome mi trovavo in una situazione abitativa particolare (un Haus Project a Berlino-Mitte) emerse il tema dell’abitare.
Così nella primavera 2011 è uscito Lazlo Magazine Nr.0 – On Dwelling: 160 pagine di articoli, interviste, narrazioni e immagini accompagnate da un CD di field recordings, le registrazioni audio realizzate direttamente nei luoghi, per catturare i loro suoni naturali.
Dopo quell’esperienza ho capito che questo genere di indagine era un buon format per approfondire temi a me cari o particolarmente rilevanti per il contemporaneo. È questo il caso del re-making, una modalità radicata nella cultura umana da sempre ma che nei nostri tempi si è fatta dominante, spesso mimetizzandosi nelle pratiche apparentemente più originali.

A chi si rivolge la rivista?

Quando commissiono un articolo dico sempre all’autore, sia esso un biologo o un artista, un critico cinematografico o un manager, che il suo contributo deve essere rilevante per il suo campo ma comprensibile anche per chi non si intende dell’argomento. Quindi immagino il nostro pubblico vario e curioso quanto i nostri contributors.

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Parlami dei contenuti chiave del magazine.

La rivista si divide in due parti principali: le Columns e i Features. Le prime sono un introduzione più leggera al tema con, per esempio, i consigli di lettura forniti da un’importante libreria europea,; o Pop Illustrated, dove dei testi di canzoni popolari sono illustrati dal lavoro di artisti più o meno affermati.
I Features sono invece il corpo principale del magazine, con portofolio di artisti internazionali, interviste con creatori di videogame o fashion designer, lunghi saggi sul cinema, il republishing, la pirateria, ecc.
In questa parte sono contenuti anche tre special, uno sul continuo dialogo tra rovine e innovazione nel design urbano di Berlino, uno sulle mutazioni della religione cristiana attraverso il tempo, lo spazio e le rappresentazioni, e un altro composto da interviste a attivisti e sociologi sui cambiamenti sociali innescati dalla Primavera Araba e Occupy Wall Street.
Queste due parti vengono poi attraversate dal lavoro di un artista (in questo Joachim Schmid) a cui diamo carta bianca per numerose pagine sparse lungo tutto il volume.

Chi si è occupato del design e produzione della rivista?

A Berlino ho avuto modo di conoscere i ragazzi di SHS Publishing [quelli di Type Compass, ndr.] che mi hanno subito impressionato, innanzitutto per il loro approccio innovativo all’editoria.
La loro idea di produzione editoriale come manifesto culturale attivo e sociale mi ha colpito sin dall’inizio. Inoltre Luca Bendandi, prima di fondare SHS, è stato art director di diversi magazine e la sua professionalità ha semplificato non di poco il gargantuesco lavoro di organizzare contenuti così eterogenei come quelli di Re-making.

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Qual è la cosa che accomuna tutti questi artisti? Cosa definisce la cultura contemporanea?

Ti rispondo con una citazione di Faulkner.
«The aim of every artist is to arrest motion, which is life, by artificial means and hold it fixed so that a hundred years later, when a stranger looks at it, it moves again since it is life… This is the artist’s way of scribbling “Kilroy was here” on the wall of the final and irrevocable oblivion through which he must someday pass».

Perché il crowdfunding?

Le riviste sono finanziate di solito attraverso le pubblicità, che implicano però un compromesso. Noi semplicemente non vogliamo compromessi, vogliamo poter assicurare ai nostri autori assoluta libertà. Non ci interessa essere veloci, d’attualità. Vogliamo prenderci il tempo e lo spazio di approfondire un tema in modo che la lettura rappresenti sempre una piacevole sfida per i nostri lettori.
Col crowdfunding stabiliamo da subito un contatto e contratto diretto col nostro pubblico. È inoltre una modalità molto “green”: il libro va solo a chi lo vuole, e ne stampiamo solo le copie che servono.

Come sta andando la campagna?

Bene direi! Siamo già a più del 50%. Per il momento i contributi vengono da chi conosceva già la nostra produzione, da qualche curioso e da chi ha apprezzato le ricompense che alcuni artisti coinvolti hanno prodotto specificamente per la campagna su Indiegogo.
Ora, che i blog parlano di noi speriamo di riuscire a raggiungere un pubblico più ampio. Invito anche il vostro pubblico a visitare la nostra pagina su Indiegogo, scegliere la reward che preferiscono e aiutare The Lazlo Reader a diventare realtà.

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