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La borsa Soffio x Frizzifrizzi, realizzata in esclusiva per noi e prodotta in soli 10 esemplari

Di borse in esclusiva, di design, d’ispirazione, processi creativi e studenti

La borsa Soffio x Frizzifrizzi, realizzata in esclusiva per noi e prodotta in soli 10 esemplari
La borsa Soffio x Frizzifrizzi, realizzata in esclusiva per noi e prodotta in soli 10 esemplari

La prima notizia è che Soffio è un nuovo marchio di borse, custodie per iPad e skin per iPhone di alta qualità, interamente ideate e prodotte in Italia. Ma questo lo sai già.

La seconda notizia è che Soffio ha realizzato una variante in edizione limitatissima e in esclusiva per Frizzifrizzi del pezzo forte della sua linea, la borsa: solo 10 esemplari, unisex. E questo potevi saperlo solo se io e te ci “frequentiamo” su Facebook.

La terza notizia è che il design della borsa Soffio x Frizzifrizzi l’ha curato Gianluca Gimini, giovane designer di Imola che si divide tra l’insegnamento all’università e una mezza scrivania (così racconta lui) in un ufficio in co-working a Bologna, e che ha lavorato ampliando la struttura originaria del prodotto, ideata da Raffaello Galiotto, designer e docente presso l’Università degli Studi di Ferrara.

La quarta notizia (poi giuro che mi fermo) è che ieri, prima, durante e dopo una lauta mangiata innaffiata da aperitivo, Lambrusco rosé e un paio di amari, ho intervistato Gianluca in diretta e per tutta la giornata sul mio profilo facebook, facendomi raccontare sì della borsa e da che tipo di lavoro ci ha fatto sopra ma anche sul design in generale, sul farlo e insegnarlo, sul comunicarlo e impararlo.

La chiacchierata la ripubblico qui (editata e ripulita dagli errori dovuti agli amari e dalle dita tozze su di uno smartphone), perché credo sia interessante anche al di là dei nostri reciproci “amici”, “follower” o qualunque diavolo di etichetta si voglia appiccicare a quelle faccine che si fanno gli affari tuoi e ti mostrano i loro suoi social network.
Per avere la borsa — oggetto della discussione e del desiderio — devi scrivere a simone@frizzifrizzi.it

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Sono in treno. Bologna—Reggio Emilia. Si va a mangiare [al Caffè Arti e Mestieri dello chef Gianni D’Amato, ndr]. Mi accompagna la mia socia Francesca e la borsa è l’edizione limitatissima di Soffio per Frizzifrizzi. Il design di questa versione è a cura di Gianluca Gimini, che tiro in causa per farmi spiegare che modifiche ha fatto al progetto originale.

Ciao Simone!
La mia piccola aggiunta al bellissimo progetto curato da Raffaello Galiotto è un duplice intervento di carattere funzionale, giacché sul piano estetico il prodotto lo trovavo già perfetto.
Oltre all’elastico frontale porta-cose dove hai messo il tuo biglietto per Reggio nell’Emilia c’è un accessorio removibile (che infatti in questa foto non c’è). Spiegato in due parole è una cinghia di sicurezza “per non farsi aprire la borsa dai famigerati scippatori quando si è tra la folla”.
La verità che oggi ti svelo è che l’idea originaria era di integrare una chiusura a lucchetto. Non già perché pensi che sia necessario innalzare il livello di sicurezza della borsa fino a quel punto, ma perché da quando ho cominciato a ragionare al progetto ho in testa una canzone — cantata in dialetto veneto guarda caso, e sia il designer di questa borsa che l’azienda che la produce sono veneti.
Il paradosso è che sono arrivato alla soluzione funzionalista per la via degli Elio e le storie tese, di Uomini col borsello e in particolare del verso cantato da sir Oliver Skardy: “versime co a ciave che ti ga in cor, fumite un spineo, fame far l’amor”.

La cinghia di sicurezza me la lascio per zone più “calde”…
Ho visto che alla borsa posso staccare la tasca davanti, che si apre a mo’ di origami e si lega alla borsa grazie all’elastico. Ma se poi lo stacco — l’elastico intendo — come lo uso?

Gli elastici, assieme a calamite e ventose, sono notoriamente dispositivi che rendono migliore tutto quello che incontrano. È raro che un mio progetto non preveda almeno uno dei tre!
Cioè, seriamente, sono interfacce che lasciano il progetto aperto. Tu stesso puoi compiere un’operazione di design scegliendo nuovi usi propri o impropri per l’elastico. Mi limito a proporti: porta-cuffie e fionda.

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Scelgo fionda!
(E, tra parentesi, che ti eri bevuto per farti ispirare da una canzone così?)

Suppongo che le vie dell’ispirazione siano infinite. Le idee buone però mi vengono da sobrio!
Seguo gli Elio dal 1996 e sono molto sicuro che abbiano influenzato il mio modo di pensare e anche di progettare. Considerala una tara culturale.
In genere credo che sia l’associazione di idee spontanea ad aiutarmi a concepire qualcosa che prima non esisteva. Sia esso un gadget per cellulari o una borsa in pelle sono sempre due pensieri che si chiamano l’un l’altro, da soli… E ci sono molte parole che per associazione di idee non possono che farmi venire in mente gli Elio. “Borsello” è una di queste.

(Sorseggiando un aperitivo sotto i portici di Reggio Emilia)
E la cinghia di sicurezza che hai giustamente fatto notare non essere al momento installata sulla mia borsa: in che altro modo posso usarla?

Non essendo regolabile escluderei funzioni quali “collare per cani molto grossi” o “cintura per bambini molto piccoli” a meno che uno non abbia la fortuna di avere un bambino o un cane a cui vadano proprio di misura per la cinghia della propria Soffio.
Da igienista quale sono probabilmente la userei in autobus al posto delle cinghie in dotazione al mezzo per chi viaggia in piedi, che generalmente hanno l’aria di chi ha visto molti germi in vita sua.
Poi magari mentre faccio l’ipocondriaco sull’autobus mi scippano perché non ho usato la cinghia per chiudere la borsa…
In estrema analisi mi sento di consigliare di usarla per la funzione cui essa è preposta.

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Tu che la borsa ce l’hai nella sua versione originale: cosa ci metti o comunque cosa ci hai messo oggi?
Io ad esempio ho ipad, agenda, bottiglietta d’acqua, ombrello, tabacco, chiavi di casa e, come hai visto, il biglietto.

La borsa mi risolve quel problema, tipicamente estivo e tipicamente maschile, di andarsene in giro con le tasche dei braghini traboccanti di effetti personali.
Quando ero ragazzino andava di moda il marsupio della Napapijiri, che mi risolveva il problema, mentre tra i ragazzini di oggi va forte la borsina di tessuto che credo si compri da Scout.
Oltre agli effetti personali imprescindibili (chiavi, telefono, portafogli) c’è quasi sempre dentro anche un Instagamb, una pilot V5 nera, un blocchetto di carta da schizzi e nel vano più grande spesso, ma non sempre, ho una rivista o un libro. Recentemente ci ho tenuto l’ultimo numero di Turris Babel e il catalogo della mostra di Massimo Iosa Ghini.

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A proposito di libri: divaghiamo.
Quali sono le “bibbie” per un designer?

Cavolo, questa è difficilissima. 
Ti rispondo con in mente i miei studenti della facoltà di Design del Prodotto di Ferrara.
A loro che già si stanno formando come designer — con tanta teoria e tanta pratica — consiglierei come letture extracurricolari “bibbie” di qualsiasi cosa tranne che di design.
I testi più interessanti e utili per un designer affrontano il tema in maniera trasversale e possono essere letti da chiunque, dallo studente del primo anno alla casalinga di Voghera.
Citare Da cosa nasce cosa di Munari è un po’ come citare Il Piccolo Principe ma sono veramente convinto che vada letto.
Poi c’è Donald Norman che è un altro autore di cui andrebbe letto almeno un titolo: La caffettiera del masochista.
Poi tutte le altre letture che consiglierei affrontano altri aspetti della vita lavorativa del designer: il vecchissimo Ogilvy on advertising ad esempio apre la mente sugli aspetti della comunicazione. Un designer che non lavori con in mente la comunicazione oggi giorno penso non si possa nemmeno chiamare tale, al massimo suppongo sia un artista.
Un altro libro — tra l’altro illustrato e leggerissimo — che secondo me apre la mente, gli occhi e forse anche i pori è Design del popolo di Vladimir Arkipov. È una raccolta di foto scattate in ex URSS a oggetti auto-costruiti in totale miseria. È un condensato di genuino genio rurale come quello dei nostri nonni, che in campagna risolvevano i più disparati problemi pratici con invenzioni straordinarie. Sono sicuro che ognuno di noi ne ha almeno una stampata nella memoria dalla sua infanzia.
Per il resto un designer dovrebbe avere molto a cuore anche l’umorismo, in tutte le sue forme. Dovrebbe leggere Maurizio Milani, Marco Ardemagni e Natalino Balasso. Ascoltare gli Elio, guardare Guzzanti (Corrado e Caterina), Massimo Bagnato e alle volte anche Cochi & Renato. Potrei continuare a lungo tirando in mezzo George Carlin, Emo Philips ed altri illustri stranieri. 

I grandi umoristi hanno la capacità di stravolgere la prospettiva sulle cose che raccontano. Sia quando fa ridere, sia quando fa riflettere è una raffinata operazione progettuale che secondo me richiede una sensibilità molto simile a quella che dovrebbe sviluppare un bravo progettista di oggetti tangibili.

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Preziosissimi consigli!
E la tua giornata-tipo quando lavori a un progetto?

I progetti migliori sono quelli in cui mi è concesso un lasso di tempo sufficiente per la fase del “concept” (che come è noto è composta al 90% di autocommiserazione in ciabatte davanti a YouTube) e anche per lasciar sedimentare le idee.
Rimandare l’esecuzione a un secondo momento mi aiuta a guardare l’idea con più distacco e pervenire a un risultato finale migliore.
Quindi la giornata tipo della prima fase è generalmente “fare tutt’altro ma con il progetto costantemente in testa”. Può essere una giornata qualunque, all’università, in studio o anche a spasso se è un giorno libero.
Poi la progettazione vera e propria è una sorta di trance agonistica. Raggiungo livelli di concentrazione che raramente riesco a tenere per più di 30 secondi e tiro a concludere il prima possibile. In questi casi non ho problemi a disegnare anche per 16 ore di fila e vado a letto con un senso di urgenza di rimettermi a lavorare la mattina dopo.

(Dopo tartare di tonno con “maionesine” (sic!), baccalà con crema di zucchine, limone e vaniglia,tiramisù al Lambrusco, caffè e ammazzacaffè)
Di tanto in tanto capita anche a me quell’urgenza, di solito in momenti inaspettati, tipo in bagno o sul balcone col buco nero mentre fumo una sigaretta, e tutte le volte mi ritrovo ad appuntarmi frammenti sui supporti più disparati: telefono, carta igienica, scottex, pannolini (quando mia figlia ne usava).
Poi passata l’urgenza, al momento di “ricostruire”, il concetto iniziale diventa sempre qualcos’altro: una versione che in qualche modo risente anche del supporto fisico su cui l’idea iniziale è stata fissata (il pannolino o lo scottex possono diventare un confine che plasma il contenuto).
Capita anche a te? O, al contrario, come fai a mantenere gli stimoli iniziali quando, per contingenze esterne, quelli non ci sono più?

Secondo me la differenza sta nel fatto che tu scrivendo puoi dire la stessa cosa con centinaia di diverse sfumature. Il tuo articolo lo potresti scrivere in cento modi diversi facendoti influenzare dall’umore del momento, dal supporto, dalle contingenze.
Per me credo che questa pletora di possibilità sia limitata alla fase del concept, in cui sono alla ricerca della mia soluzione progettuale tra le mille possibili. 

Poi quando è ora di “chiudere” le sfumature non sono più ammesse. Sono la natura del progetto, il cliente e l’utente finale che dovrebbero fungere da guida per la migliore esecuzione possibile dell’idea iniziale.
Cioè la scrittura è più tipo un estuario, il design di prodotto è più un delta…
(Se usassi twitter candiderei quest’ultima frase come peggior tweet della settimana)

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Trovo invece che la metafora “estuario /delta” sia molto efficace ed evocativa. Me la rivenderò!
Quindi quando ricerchi la tua soluzione tra mille stai modulando la tua “voce” sull’oggetto del tuo studio. Come poi faccio io quando scrivo, a volte riuscendo a intonarmi a volte no.
Sapresti descrivere qual è la tua “voce” da designer? Com’è una cosa “da Gianluca Gimini”?

Essendo di natura un grande rompiscatole, le domande con cui approccio più o meno qualsiasi sfida progettuale cominciano con “e se invece…?”.
Così cominciano anche molte domande che pongo agli studenti di Ferrara durante le revisioni ai progetti, anche se con loro non mi sbilancio mai a proporre una mia soluzione (visto che il mio compito è aiutarli a trovare la loro).
Progettando invece mi piace, quando riesco, riuscire a inserire un elemento di sorpresa e/o di stravolgimento della consuetudine.

Qualche esempio?

Disegnando un salvadanaio mi ero chiesto “E se invece di mettere le monete dentro una ad una potessi metterne molte assieme?”
Altre volte la percezione è stravolta con un capovolgimento fisico dell’oggetto o di sue parti, come nel caso della Fruttiera con sorpresa o di un’urna cineraria che si apre da sotto che avevo disegnato per l’amico Rossano Salvaterra (il quale è vivo e vegeto tra l’altro).
Siccome l’urna non l’ho mai pubblicata ti linko un altro progetto che non c’entra nulla (ero indeciso tra questo e un video di Orietta Berti).

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Orietta Berti cantava Finché la barca va, lasciala andare. Io, quando devo raccontare quello che faccio, dico sempre di lasciare “una finestra aperta” al flusso del racconto. Se arriva qualcosa, qualche elemento inaspettato a cambiare la rotta, al contrario di Orietta Berti io piglio il timone e svolto, poi vedo dove mi porta la nuova rotta. Di tanto in tanto il tragitto della storia mi fa tornare sulla via principale dopo aver però percorso territori per me inediti. Altre volte invece mi accorgo di essere in alto mare, senza alcuna isola in vista e allora torno indietro con la coda tra le gambe (cioè straccio tutto e ricomincio da capo). Però l’inaspettato, anche quando è fine a sé stesso, porta comunque materiale che può essere utilizzato in occasione di viaggi futuri. Che ne pensi? Quello che dico potrebbe aver senso anche nel tuo lavoro?
(Nel frattempo, dopo il secondo amaro, sono in stazione, pronto al ritorno — con la pancia piena al posto della coda tra le gambe)

Custodisco gelosamente tutte le devianze dal buon progetto! 

Quando si lavora a un progetto in gruppo capita spesso di tirare fuori idee assurde, per il mero gusto di farsi una risata, ma subito si dimenticano per tornare a concentrarsi in maniera seria. Eppure io penso che molte siano a loro volta piccoli progetti, anche se di altra natura.
So per certo che i designer lo fanno di continuo quando progettano, lo fanno i grafici e moltissimo anche gli architetti, soprattutto quando sono ancora studenti.
In genere queste idee assurde, deviate, muoiono lì. Io invece le raccolgo in un quadernino e spesso trovano anche modo di uscire da lì come progetti personali (senza un cliente, ovviamente).
Invito sempre i miei studenti a raccogliere le loro!
Un progetto “deviato” è ad esempio Instagamb, di cui parlasti lo scorso ottobre su Frizzifrizzi. Dallo schizzo appuntatomi sul quadernino mentre partivo per le ferie è poi nato un progetto vero, con un packaging, poi un altro packaging meno costoso e più facile da realizzare e una piccola rete di vendita.
Ha avuto anche qualche centinaio di acquirenti che hanno effettivamente speso soldi per un oggetto che — per dirla da designer — alla voce “requisiti prestazionali” può vantare un cubitale NESSUNO.

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Hai citato più volte gli studenti, il fatto di insegnare. Ti va di raccontarmi di più di questa tua attività?
E, ad uso degli stessi studenti di design di ieri, di oggi e di domani, quali sono i principali pregi e difetti che noti in chi affronta per la prima volta studi di design?

Insegno (non come titolare del corso) presso l’Università di Ferrara, dipartimento di Design del Prodotto Industriale. Attualmente sono impegnato nei corsi di Massimo Iosa Ghini e Raffaello Galiotto, fino a poco tempo fa anche di Jacopo Piccione.
I pregi degli studenti, su base statistica: sono svegli, sono determinati, capiscono le indicazioni.
Difetti: sembrano sottovalutare gli aspetti della comunicazione, sia verbale, sia scritta. A volte non riescono a sostenere le proprie idee perché non riescono a presentarle bene.
Poi c’è il problema dell’overflow di informazioni. Quando fanno ricerca trovano decine o centinaia di progetti rilevanti su internet. Riuscire ad approfondire e ancora prima riuscire a capire quali meritano approfondimento è molto difficile per loro e non ne hanno colpa. Spesso a revisione arrivano con molto materiale, gallerie e gallerie di pinterest. Ma poi, com’è inevitabile non riescono a dire nulla di nessun progetto.
Il numero di parole che ho usato non rende giustizia al mio pensiero: hanno 3 pregi e 2 difetti (per uno dei quali non imputo loro nessuna colpa)!

Oggi, durante il pranzo più volte citato in precedenza, si è parlato proprio di uno dei punti-difetto che hai citato tu: l’incapacità di comunicare. La mia idea, magari sbagliata, è che l’ansia da specializzazione dell’attuale sistema di formazione penalizzi in molti casi (penso ai corsi di laurea su discipline pratiche e progettuali) l’insegnamento di due elementi base della comunicazione: la comprensione e la produzione di un testo scritto, con conseguente incapacità di individuare gli “elementi forti” di una storia, le “chiavi” su cui puntare.
Non pretendo certo che tutti abbiano la capacità narrativa di un Munari o un Enzo Mari — giusto per citare due Maestri — però nel mio lavoro vedo una grande incapacità nell’aspetto-comunicazione da parte dei designer (siano essi grafici, industrial designer, fashion designer…) e, tranne i casi in cui c’è dietro un’agenzia stampa (quando questa non lavora coi piedi), magari non si rendono conto nemmeno loro di cosa e come fare per raccontare un loro progetto e renderlo attraente a chi, come me, deve poi scriverne.
Ma torniamo a noi. Domandone finale.
Decidi di regalare una borsa Soffio x Frizzifrizzi a un giovane studente di design e dentro puoi metterci solo 4 cose che secondo te per lui saranno indispensabili: 2 materiali e 2 immateriali. Che ci metti?

Qualcosa di materiale e indispensabile è davvero difficile da trovare.
Eh si sa, questi ragazzi al giorno d’oggi hanno già tutto! 

Però, con valore simbolico (anche, ma non solo simbolico), potrei metterci un porta-biglietti da visita di modo che abbiano sempre in mente che fare una buona prima impressione sarà molto importante nel loro lavoro.
Ci metterei dentro anche una buona lettura, di un autore molto divertente e molto saggio, che prima non mi era venuto in mente di menzionarti: gli Scritti di impegno civile di Ugo Cornia. Anche questo libro inteso come simbolo del tipo di pensiero con cui mi piacerebbe si contaminassero almeno un poco.
Restano due oggetti e ho pensato a due bei flaconi, grandi uguali. Uno pieno di umiltà e uno pieno di fiducia in sé stessi. Sono virtù che è difficile procurarsi da soli e troppo spesso chi ha molta dell’una ha troppo poca dell’altra.

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