Apparentemente La Discüteca di Satana è una fanzine che semplicemente racconta una scena musicale “alternativa” attraverso scatti rovinati, storti, appannati, quasi casuali.
«Ho cercato di focalizzarmi maggiormente sull’ambiente e l’atmosfera in sé» mi racconta Riccardo Nava, artista monzese classe 1984, di base a Berlino, autore del volumetto realizzato con foto scattate lo scorso inverno proprio nella capitale tedesca, durante serate new e minimal wave organizzate in club come il TIQ Quadratic Wave o lo storico Duncker.
«Il titolo è chiaramente ironico», dice Riccardo, «e il “Satana” è riferito alla disinformazione di media e giornalisti che spesso associano un certo tipo di musica a episodi di cronaca nera con cui io, onestamente, ci vedo ben poco in comune».
Al di là di quel che racconta Nava basta fare un passettino indietro e andarsi a sfogliare i progetti raccolti sul suo sito per accorgerti che il suo è un lavoro di esplorazione della cultura pop attraverso opere a prima vista “schizofreniche”, in realtà assolutamente coerenti a una poetica che mira a ribaltare i punti di vista, a scartare di lato il superficiale ostacolo della prima impressione.
Riccardo lavora per accumulazione, “stirando” un soggetto, un tema, fino a renderlo qualcos’altro. Ipnotizzandoti, annoiandoti, rovesciandoti addosso tutto il peso dell’insignificanza nascosta tra le pieghe della cultura popolare e dei media, mettendo in questo modo alla prova il tuo sguardo critico campionando frammenti senza importanza, togliendoli dal frame di partenza («ogni essere umano dotato dell’uso del linguaggio si esprime “attraverso frame”, cioè quadri di riferimento, insiemi di immagini e relazioni tra concetti che strutturano il nostro pensiero» [cit. Wu Ming 1]) per metterli dentro a una nuova cornice concettuale e farli “brillare”, questi frammenti.
Che siano video con 10 minuti di Papa Francesco che sembra dire «Sto cazzo» o l’attore dello spot De Cecco che continua a ripetere «È la pasta» o ancora la deputata grillina Paola Taverna che centinaia di volte accusa «gnente, gnente, siete gnente», o ancora il ready-made sulla la solitudine umana raccontata dai ritratti scattati a un cane, l’invasione dei selfie, la “pornografia” foodie, la società dell’immagine o la crisi d’identità ai tempi dei motori di ricerca e dei social network, il risultato è sempre lo stesso: un catartico, vitale senso di disorientamento.