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#IPHONEONLY: ha senso un libro di foto scattate col “melafonino”?

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Se togli il titolo rivelatore, se togli ogni singola informazione che spiega l’unica, vera peculiarità delle immagini raccolte in questo libro — tutte scattate con un iPhone e poi passate attraverso qualche furba app di fotoritocco per aggiungere pathos, drammaticità, profondità, pittoricità alla scena — che rimane?
Niente, tranne n libro di foto di paesaggi tanto affascinanti da sembrare artificiosi — dipinti, appunto, o abilmente creati da zero attraverso la computer grafica.

La specificità del mezzo fotografico è la registrazione, attraverso la luce, di quel pezzetto di realtà che si trova davanti all’obiettivo. Una registrazione pur sempre soggettiva — che dipende dall’obiettivo stesso, eventualmente dalla pellicola, dall’inquadratura, dal diaframma e dal tempo di esposizione, dall’uso o meno di luci artificiali e da tutto il lavoro di post-produzione in camera oscura o attraverso un software.
Una specificità che pone dunque dei confini, confini che talvolta diventano occasione per sperimentare e forzare i limiti del mezzo, trasformando il processo creativo che porta a superarli (o a “far come se”) nel messaggio stesso di un’opera.
Ma quando la fotografia rincorre la pittura, lì sta il suo più grande fallimento: la fotografia che vuole assomigliare alla pittura è una fotografia che non serve a niente. È un surrogato. La via più semplice per ottenere un risultato che si sarebbe potuto raggiungere con altri strumenti.

#IPHONEONLY, pubblicato da The Lionhouse Bindery, una piccola stamperia indipendente inglese sperduta tra le campagne di Bath, è sì il simbolo di una fotografia in trasformazione, ma è anche il simbolo di una resa a un immaginario estetizzante e inflazionato oggi più che mai a portata di mano (basta infilarla in tasca e tirar fuori il proprio iPhone).

Sapere che tutte le immagini di #IPHONEONLY sono state scattate con un telefonino è un’informazione capace di dare una poetica tutta sua a un lavoro del genere? Forse sì. Ma in un mondo con milioni di profili Instagram pieni di foto dall’estetica simile, “vestite” da un software per sembrare belle in ogni caso, mi sfugge quale sia il punto.

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co-fondatore e direttore

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