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Di accessori fatti di teste, code e zampe di vacca

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La gran parte delle volte che indossiamo un paio di scarpe o una borsa, quando ci infiliamo i guanti, quando tiriamo fuori i contanti o la carta di credito da un portafogli, soprattutto se si tratta di prodotti di qualità, sappiamo benissimo di star mettendo le mani—o i piedi—sulla pelle di un animale morto, animale che ovviamente prima di diventare borsa, guanto, scarpa o portafogli muggiva, belava, nitriva… Ma preferiamo non pensarci su troppo o, meglio, preferiamo non pensarci proprio e più o meno consapevolmente mettiamo una sorta di blocco mentale tra l’esperienza tattile e l’evidenza di una filiera produttiva precedente al prodotto fatto e finito che abbiamo acquistato, filiera che al 100%, in uno dei primi passaggi, ha comportato l’uccisione di un animale.

Nella nostra lingua si utilizza quasi sempre lo stesso termine—pelle—sia per indicare quella umana o quella di un animale vivo che per quella di un animale morto che ha subito una certa lavorazione (anche se il termine specifico c’è ed è cuoio, usato però perlopiù per le scarpe e per la pelle più spessa).
Gli anglofoni, col loro solito pragmatismo, hanno preferito differenziare e in qualche modo pulirsi la coscienza (le parole non sono solo un insieme convenzionale di lettere ma si portano sempre dietro storia, cultura, usi e costumi) chiamando skin la pelle viva e leather quella morta e conciata, esattamente come il maiale lo chiamano pig quando ancora respira, grugnisce e si rotola nel fango e pork quando diventa una bella braciola da mettere nel piatto; come pure cow-beef, sheep-lamb/mutton.

Partendo proprio da questa pragmatica ipocrisia, dopo aver fatto la stagista in una conceria olandese ed essersi resa conto che l’unica parte utilizzata della mucca e del vitello, per produrre pelle, è il dorso, la designer Victoria Ledig ha iniziato a pensare a una tesi di laurea sull’argomento ed è andata a visitare un mattatoio, convincendo l’azienda a farsi dare alcuni scarti di lavorazione tra cui zampe, teste e code, utilizzandole per produrre una serie di accessori.

A differenza dei normali prodotti dove la pelle è perfettamente tirata e quindi resa praticamente irriconoscibile dal blocco mentale di cui sopra, la collezione della Ledig, intitolata A precious skin, è invece pensata proprio per rendere chiarissima la provenienza della materia prima. Tra grinze, pieghe e unghie non c’è blocco mentale che tenga: e il comune, rassicurante leather diventa all’improvviso cruda, brutale, preziosissima skin.

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