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Quei Weeliputz che ti vivono in testa

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Platone sosteneva che le idee risiedessero in un mondo al di là del cielo e delle stelle chiamato Iperuranio, raggiungibile solo dall’intelletto. Secondo il grande filoso greco è da lì che andiamo a pescare le intuizioni, che esistono già, immutabili e perfette, ben prima che qualcuno arrivi a prenderne una.

Ma a volte capita che siano le idee a pescare l’uomo ed è esattamente così che andata con i Weeliputz, che si sono impossessati della testa del giovane designer catanese—e milanese d’adozione—Orazio Marino prima ancora che lui se ne potesse accorgere e hanno iniziato a spuntar fuori in mezzo agli scarabocchi distratti che Orazio disegnava durante le riunioni noiose, i viaggi in metro o quando qualche petulante operatore di un call-center provava a vendergli qualcosa al telefono.

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Dopo i primi “sintomi” di Weeliputzite, in una sorta di percorso di auto-analisi, Orazio ha iniziato a notare che sempre più spesso i suoi appunti si riempivano di Weeliputz e questo non poteva che significare due cose:
1) che si annoiava troppo;
2) che i Weeliputz avevano ormai preso il controllo del suo subconscio.

Per questo, come si fa sempre per rendere più famigliare qualcosa che non lo è ma con cui ti ritrovi a dover convivere, ha prima deciso di dargli un nome e poi una casa. Anzi un intero mondo, ispirato alla notazione musicale ma pieno di simboli difficilmente decifrabili che ognuno può completare a piacimento—Orazio ha studiato contrabbasso al conservatorio per poi rimanere folgorato sulla via di Damasco dalle arti visive e un qualsiasi psicologo preso a caso dalle pagine gialle potrebbe facilmente tirare le somme: musica + visual design = ecco da dove arrivano i Weeliputz.

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Trovato il nome, creato il mondo, non restava che tirar fuori il tutto dalla testa e Orazio ha pensato bene di utilizzare un inchiostro che riflettesse i raggi UV, in modo tale da regalare anche a chi non vive nel suo cervello un pezzettino di quella dimensione onirica da cui vengono i personaggi.
Per questo è andato in un laboratorio e si è fatto realizzare un inchiostro apposta e con quello ha iniziato a disegnare, la sera, spegnendo tutte le luci e accendendo solo la lampada a luce nera, realizzando—a mano—stampe, tavole e t-shirt.

«Quando faccio le stelle e quelle brillano nel buio della mia camera mi sento davvero da un’altra parte», mi ha raccontato quando l’ho incontrato a Milano qualche settimana fa per la design week, fianco a fianco col suo amico Davide Pagliardini, co-fondatore insieme a lui dello studio creativo Trinocle.

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co-fondatore e direttore

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