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Partiamo da molto lontano.
Luca mi racconta una volta di essere stato da qualche parte in Spagna a seguire una gara di moto per un lavoro e con lui c’era una ragazza, con un cavolo di nickname impronunciabile. Semersuac, semerssuaq, semmersuaqq. Vabbè è impronunciabile, ma Luca mi dice essere molto brava a twittare, oltre ad essere simpatica e molto seguita in rete.
Figuriamoci a quei tempi quelli “molto bravi e seguiti su Twitter” li trollavo a piene mani.

Così la inizio a seguire, e chiaramente mi stava un po’ sulle scatole, con la sua aria snob, i suoi tweet che raccontano un po’ i fatti suoi, le sue frecciate, il suo essere grammar-nazi, e via dicendo. Non mi si fila manco di striscio, ogni tanto provo a punzecchiarla.
Niente. Vedi?
Avevo ragione io: se la tira, eccome se la tira.
Un stronza, in definitiva. Tanto ha tanti follower. Gli stronzi hanno tanti follower.
Poi un giorno faccio un tweet, incazzato da alcune cose di lavoro mie, dove pretendono competenza, ma non intendono pagarla.
Twitto: si chiama know-how e non si paga al chilo.
Qualcuno, non ricordo chi, lo retwitta, lei Semerssuaq lo legge e lo rilancia, mi inizia a seguire.
Penso, ma che vuole sta stronza? Niente, non voleva niente. Aveva semplicemente letto una cosa che le era piaciuta, aveva iniziato a seguirmi e avevamo iniziato a twittarci.
Io sempre diffidente, lei sempre meno. Io sempre sospettoso, lei sempre più tranquilla.

Lezione numero uno: la relazione sta in quello che dici e che fai.

Così, (si era capito già dall’incipit?) lo stronzo ero stato io. Capita che in una mia trasferta a Milano finiamo per andare a fare un aperitivo, e iniziamo a parlare, a parlare a parlare.
Piano piano, tweet dopo tweet eccomi qui a parlare del libro di Domitilla, che prima si faceva chiamare Semerssuaq.

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Il libro, Due gradi e mezzo di separazione, se segui e conosci Domitilla lo hai in pratica già letto, giorno dopo giorno, ma tra le righe: le cose che dice, le cose che scrive, il succo di tutto lo racconta giorno dopo giorno, errori inclusi.
Il libro organizza quello che lei ha messo in pratica e continua a fare. Racconta dell’importanza di creare una rete, mentre viviamo in rete. Di quanto sia bello, utile, faticoso farlo. Fornisce degli spunti interessanti, non dei trucchetti, perché ognuno di noi deve costruirsela questa rete: non è un mobile Ikea, non basterà seguire le indicazioni del foglio d’istruzioni. Bisogna un po’ sporcarsele queste mani.

Lezione numero due: non è vero che questo libro serve solo a chi non conosce Domitilla. Se la conosci, la segui, questo libro ti piacerà e tornerà utile ancor di più.

Quindi a chi serve questo libro? Serve a chi vuole fermarsi un secondo e vuole provare a riflettere su quanto sia importante, nell’era di internet, creare connessioni, oltre a vivere in connessione. Creare una rete fatta di persone e cose, di ambienti digitali, di incontri, di aiuti, di disponibilità, di doni. Una rete che serve a ricevere e a dare. Questo libro serve a chi è disposto ad essere nodo e centro di una rete. Disposto ad essere utile quando è necessario, a richiedere quando ha bisogno.
Questo libro non serve a chi pensa che leggendolo troverà lavoro domani mattina, troverà il modo di avere amici, di avere successo e via dicendo. Non è il libro che fa per te: e quel libro non esiste, comunque.

Questo libro, infine, è servito a me, a quella parte stronza di me che nonostante tutto questo pensava lei fosse ancora un po’ stronza e avrebbe detto di “no” alla mia proposta di essere una dei docenti di dieci cose – il web in pratica. E invece lo stronzo ero io. Ancora una volta.