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Ho spesso ragionato sul concetto di empatia, ultimamente, ed in particolare su due delle definizioni che nel corso degli anni sono state date a questa percezione, ovvero: sentire dentro e, soprattutto, essere con l’altro.
Stefano Colombini e Alberto Albanese li ho conosciuti a Londra, posto nel quale vivono e lavorano insieme, e se associo il termine empatia con loro è perché credo ne abbiano un bel po’ non solo dal punto di vista personale e lavorativo, ma anche da quello stilistico (ovvero: potresti incontrarli e non riconoscerli, visto che spesso se ne vanno in giro con lo stesso taglio e colore di capelli e vestiti in maniera pressoché identica,
tipo così).
Oltre a fotografare, da che ne hanno memoria, a luglio i due hanno fondato
Scandebergs+ (qui la pagina Facebook), progetto del quale abbiamo parlato in questa intervista.

Iniziamo col parlare del passato: che studi avete fatto, come vi siete conosciuti e da quando lavorate insieme?

Alberto: Ho frequentato il Liceo Artistico e, dopo il diploma, ho intrapreso il mio percorso universitario presso l’istituto europeo di design specializzandomi in Fashion Styling and Photography; tuttavia ho deciso di non continuare la mia carriera universitaria e trasferirmi a Londra.
Stefano: Il mio percorso di studi è abbastanza atipico. Dopo (e anche prima di) aver conseguito un diploma di liceo scientifico ho realizzato che non era decisamente un percorso adatto a me. Se avessi saputo che per frequentare un liceo artistico non era necessario saper disegnare, probabilmente avrei evitato inutili sofferenze. Dopo il diploma mi sono trasferito a Londra, tuttora studio Creative Direction al London college of Fashion.
Come la maggior parte dei rapporti importanti il nostro incontro è stato completamente ordinario. Ci siamo conosciuti ad una festa il giorno di Halloween.
La nostra collaborazione è cominciata poco dopo.

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Vi ricordate il momento esatto in cui vi siete avvicinati alla fotografia?

No, non ricordiamo con precisione; è stato un approccio quasi inconscio ed inevitabile.

Al giorno d’oggi tra la velocità delle cose che cambiano e la velocità con la quale si possono trovare e creare nuovi progetti credo non sia facile metter su qualcosa e riuscire a portarlo avanti al meglio. Credo ci sia molta competizione (come in tutti i campi) e soprattutto molti artisti in giro che sono bravi un bel po’. Parlatemi di Scandebergs+, il vostro progetto. Quando è nato, perché e, secondo voi, per che cosa si distingue?

Scandebergs è nato come una naturale evoluzione dei nostri ultimi due anni di collaborazioni. Ufficialmente nasce a Luglio 2013, momento in cui abbiamo creato il nostro sito.
Il nome è un neologismo basato sul cognome dell’antica famiglia di Alberto “Scanderbeg”; un nome nobile per nobilitare il nostro lavoro.

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Ora vivete a Londra, lavorate/collaborate con diversi magazine, ma non solo. Ho visto che avete collaborato con il Marina Abramovic Institute e che Nicola Formichetti ha scelto alcune delle vostre foto da esporre durante la mostra Diesel Reebot. Grandi risultati in pochi mesi, come e dove vi immaginate, chessò, tra cinque anni?

Blu e un po’ più alti.

Se poteste decidere un brand o un magazine col quale lavorare, quale sarebbe?

Toilet Paper è il format che più rispecchia la nostra estetica, tuttavia più che un magazine è un’opera d’arte.

Il migliore fotografo della storia

Tutti coloro che possiedono la qualità di essere sempre contemporanei. Ci piace molto Malerie Marder.

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La miglior storia da fotografare

Quella irraggiungibile e impossibile da fotografare, ma ci stiamo lavorando.

Servizio fotografico perfetto: dove, chi vorreste fotografare, che stylist scegliereste, quale storia ci sarebbe dietro?

Prossimamente su scandebergs.com

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