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Il PIL è come il colesterolo

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Nei miei giri quotidiani nel nord-est, per un periodo contavo quegli orrendi bidoni arancioni di lamiera con sopra il lampeggiante e dentro l’autovelox disseminati lungo le strade venete. Dal numero di bidoni nei vari comuni ho scoperto che si possono intuire le percentuali di voti che ha preso il partito che doveva fare il bene delle genti padane (in provincia di Verona c’è un comune con il record di voti alla Lega e il record di autovelox). Quei simpatici bidoncini servono a far quadrare i bilanci comunali. Sono molto orgoglioso: con una mia multa ho contribuito a realizzare una rotonda di un paese con sopra una enorme statua di un leon de san Marco con vangelo (costo 44.000 €). La scultura sembra non gli sia venuta molto bene, invece che un leone pare un gatto obeso con la zampa sopra la scatola dei croccantini. Bruno il barbiere del paese ha trovato il giusto nome: KITEKAT.

In seguito, sempre per ingannare il tempo che passavo incolonnato, ho cominciato a osservare con più attenzione gli innumerevoli capannoni lungo le strade. Esaminandone l’aspetto esterno davo una specie di voto sullo stato di salute delle aziende.
Affittasi/vendesi: azienda andata.
Piazzale con poche auto e erba di troppo: azienda in crisi.
Piazzale pieno di auto e giardino curato: azienda in salute.

Un giorno, vedendo una fabbrica enorme con sole cinque auto in sosta, preso da curiosità e dalla voglia di un caffè, mi sono fermato in un bar davanti alla fabbrica. Il barista, con la barba bianca parzialmente incolta e la sigaretta all’angolo della bocca, mi ha servito un caffè al catrame dicendo: «qua se tuto finio i sara tuti a dicembre saro anca mi». In un tavolo vicino tre muratori si bevevano una birra. Riprese il barista: «no te vedi quei i se i unici muradori che laora in paese, pensa che in comune in ufficio tecnico ghe quatro impiegati du ingegneri e du geometri, indo voto che nemo a finire…»
La sera ho fatto una piccola ricerca su internet per capire cosa era capitato a quell’azienda tessile. Negli anni ottanta era una azienda che contava centinaia di dipendenti all’interno, oltre ad una rete consistente di terzisti, e parecchi negozi diretti ed altri in franchising. Poi negli anni novanta ha concordato con le cosiddette parti sociali una notevole riduzione di personale, ed ha portato tutta la produzione in Romania, dove nelle fabbriche e nei locali di lap-dance si parla il veneto alla grande.

Grazie alle sovvenzioni dell’Unione Europea (sempre con i soldi nostri, come quelli di prima della cassa integrazione e della mobilità) hanno aperto una grande fabbrica, dove hanno trasferito tutta la produzione: terreno gratis, sgravi fiscali, contributi al minimo e salari da fame… complimenti!
Dopo qualche anno anche la Romania si è avvicinata all’Unione Europea ed ha introdotto le prime regole elementari sui contratti di lavoro. Allora, immagino io, con una drammatica imprecazione «noi ne assa laorare (bestemmia)» i nostri eroi hanno chiuso tutto e hanno portato le loro produzioni in Bangladesh. Dopo qualche anno, ulteriore riduzione di impiegati e di magazzinieri, licenziamenti in Italia, stato di crisi e ulteriore esborso per le casse pubbliche, oltre al tradizionale buco-regalo alle banche.

Non gli è venuto il dubbio, ai titolari di questa azienda, che il problema potessero essere loro stessi: gli abiti prodotti fanno venire talmente poca voglia da essere indigesti anche ai cassonetti gialli della Caritas, dove vanno a finire dopo essere stati utilizzati poco, e a volte senza proprio venire indossati. Anche se trovassero un’azienda che glieli produce gratis non sopravviverebbero lo stesso.
Il problema non è il costo del lavoro ma è il prodotto che non esce più dai negozi perché è triste.

Questa è una storia uguale a molte altre. Una storia che ha lasciato macerie e drammi e persone senza più un lavoro e una identità.
Mario, operaio del taglio in quell’azienda per 27 anni, dava del tu al padrone, e si è spaccato la schiena con i rotoli di tessuto prima che arrivasse il primo muletto in magazzino. In mobilità da 2 anni, passa dall’ufficio di collocamento al bar, e quando arriva a casa la moglie lo guarda di sottecchi scuotendo la testa.
Bertilla, 20 anni di cambiali e di leasing per aprire il suo laboratorio e con l’avvicinarsi delle ultime rate gli è crollato il castello. Per sopravvivere fa la sarta e si aiuta con delle gran sorsate di Xanax.
Angela, anni da commessa nello spaccio aziendale poi finalmente un negozio tutto suo: sì, suo, adesso che va male. Sarebbe stato della casa madre se invece fosse andato bene…
Le storie come queste nel nord-est sono mille, probabilmente decine di migliaia.

In questi ultimi anni, mentre si operava la distruzione del comparto tessile e si disperdeva nel vuoto un patrimonio di sapienza e di professionalità, viene da chiedersi dov’erano i sindacati, le organizzazioni di categoria e i partiti politici presenti nel territorio.
E noi intanto la sera per tutti questi anni a guardare il telegiornale e sentir parlare tutti i santi giorni delle quote latte, e dei turbo-mungitori che hanno infranto le leggi comunitarie prendendosi i soldi del latte e lasciando le multe agli italiani!

Si parla di decrescita felice, la teorizza uno che ha—come si dice qui—il culo al caldo: uno che ha sempre avuto lo stipendio statale fin da piccolo, e non ha mai provato lo sgomento di chi vede tutto il lavoro possibile che va all’estero. Io, Mario, Bertilla e Angela non siamo del tutto d’accordo con le sue teorie.

P.S. Ho scritto in un foglietto, e l’ho messo in una busta nella scrivania, la cifra del buco che lascerà alle banche il compratore mangiatutto che sta acquistando tutte queste aziende decotte. Ci sentiamo tra dodici-diciotto mesi. Io dico che andrà a superare il buco fatto dal gruppo tessile. A metà degli anni novanta, allora erano mille miliardi delle vecchie lire. Soldi sottratti al sistema bancario e di conseguenza tolti a tante piccole aziende che potrebbero esserci e che sono scomparse, perché si chiude per mancanza di lavoro ma molte volte anche per mancanza di liquidità.

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