Jeans a kilometri zero

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La ragazza dietro il banco mescolava birra chiara e Seven up… ogni volta che mi fermo in un Autogrill ed entro al bar mi viene in mente una delle canzoni che mi hanno fatto compagnia in questi anni. Al banco controllo sempre se la barista ha le “fossette” come nella canzone.

In fila davanti a me un omone tipo Bruto del cartone Popeye che parlava in una strana lingua padano/rumena intercalata da bestemmie e imprecazioni in italo-padano. Pur non interessato alle sue vicende avevo capito che era stato derubato o aveva smarrito il portafogli e il telefono, e chiedeva di poter telefonare. Era venerdì, tardo pomeriggio, e doveva mettersi in contatto con la sua ditta. Gli ho prestato il cellulare e per ringraziarmi voleva farsi una birra con me, ma non aveva i soldi per pagare, per cui dopo la birra ha incominciato a raccontarmi la sua storia. Come dicevo era cittadino rumeno e dipendente di una azienda italiana con sede legale a Bucarest, immagino con stipendio rumeno senza tante obiezioni del duo Camusso-Fornero, ma di fatto i suoi servizi erano diretti e coordinati da una ditta Italo-padana, (si sacrifica il patriottismo e si licenziano i camionisti italiani per ridurre i costi anche in questo caso).

Mi raccontò che era partito mercoledì dal Marocco con un carico di jeans, e che era passato da Ponte Chiasso dove era arrivata la solita impiegata (in ritardo) con il solito taxi per il cambio dei documenti.
Solo alla seconda birra ho cominciato ad entrare in sintonia con la sua lingua, il “camionese”, lingua composta da 200 vocaboli assemblati da varie lingue dell’unione europea, accompagnati da una animata gestualità.
In sostanza mi stava spiegando che trasportava dei jeans confezionati in Marocco (in capannoni con tetti di lamiera riscaldati dal sole sahariano, dove c’è un addetto che gira tra le linee di confezione con un carretto/ambulanza per caricare le ragazze svenute) e che questi capi erano di una famosa griffe italiana.

Non capivo il filo della conversazione e non capivo cosa c’entrasse lo sciopero delle dogane svizzere, poi finalmente ho capito che i capi venivano fatti passare dalla Svizzera, sostavano in un parcheggio, forse per una breve stagionatura, dopodiché bisognava chiamare un numero di telefono e dopo poco arrivava una signorina con i nuovi documenti accompagnatori. A quel punto i capi cambiavano la provenienza, non più made in Marocco ma c/o box X Ginevra.

A voler essere leggermente maliziosi si intuisce che senz’altro partono a 10€ dal Marocco ed escono dalla svizzera a 60€ (lasciando gran parte del valore aggiunto alla bonaria e clemente tassazione svizzera).
Imbroglio sulla provenienza e mega-evasione tutto senza andare contro le vigenti leggi (almeno in apparenza).

Devo dire che il sig. Bruto è stato molto corretto e professionale, ha svelato tutti i peccati ma sul nome del peccatore è stato vago. Mi ha detto che lo fanno un po’ tutti. Non era un grande indizio per la mia curiosità.
Una volta a casa, sotto la doccia, pensavo a quel poveraccio che doveva passare tutto il fine settimana fermo in camion per il blocco del traffico prefestivo. Poi ho guardato i pantaloni di mia moglie appoggiati sulla sedia, ed ho notato che l’etichetta indicava made c/o box X Ginevra.

I pantaloni li sapevamo fare benissimo anche in Italia, c’erano intere filiere produttive composte da confezionisti, lavanderie e stirerie, attorno a Verona, a Rovigo e nelle Marche, che campavano su questo.
Poi la fuga verso luoghi di produzione sempre più economici ha bruciato tutto.
Ma sono anche mancate, nel mondo del tessile, persone di valore e capacità di comunicazione come Carlo Petrini (promotore di slow-food), e di marketing come Oscar Farinetti (creatore della catena di ristorazione e distribuzione alimentare Eataly).

I nostri “alfieri” del Made in Italy, gli stilisti (tranne poche eccezioni), sono stati i primi ad affogarlo: prima con i distinguo, poi con il “non necessariamente prodotto in Italia”, e poi con il “pensato in Italia”, osteggiando con le loro lobbies tutte le leggi volte a far chiarezza sull’origine delle produzioni.
Anche sul “pensato in Italia” ci sarebbe da discutere visto che quasi tutti hanno un sacco di residenze all’estero… Però anche questa è un’altra storia.

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