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Quelle “stirerie” dove si ripara il Made in Italy

Artigiano è un lavoratore esperto che utilizza attrezzi, macchinari e materie prime per la produzione o la trasformazione di determinati oggetti.
Prima della rivoluzione industriale tutta la produzione era affidata a loro.
Nell’antichità pre-romana la condizione giuridica degli artigiani, fu generalmente precaria, dato che vennero valutati allo stesso livello degli schiavi, nonostante i migliori riuscissero a raggiungere una certa fama.
Nell’antica Roma la condizione degli artigiani migliorò gradualmente fino a consentire loro di ottenere la dignità di cavaliere.

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera

Nel ventennio del cavaliere la condizione degli artigiani è ritornata precaria, il lavoro per le storiche botteghe artigiane del (vero) made in Italy è andato progressivamente a a calare. Nelle produzioni di abbigliamento e calzature gran parte del lavoro artigiano è stato destinato agli schiavi. Alcuni di questi schiavi lavorano mangiano dormono e ri-lavorano in gruppo, si trovano perlopiù in capannoni dismessi, nelle periferie di antichi comprensori tessili come Prato o in capannoni agricoli del Nord-est riciclati, in alcuni casi, perché non più a norma per il loro utilizzo originale (allevamenti di polli o tacchini). Risulta alquanto strano nell’Italia dei cento permessi come si possa disporre di allacciamenti elettrici senza certificato di agibilità.

Per le industrie del made in Italy dove è prevalsa l’ingordigia con il passare degli anni anche gli schiavi delle periferie urbane sono diventati troppo costosi e inoltre in qualche zona i pochi e tardi controlli delle autorità competenti, a volte stimolati dai coraggiosi servizi di Report, hanno fatto chiudere qualche laboratorio. A seguito di questi eventi si è passati ad una delocalizzazione selvaggia nei paesi dove la schiavitù è tollerate e/o incentivata.

Mi occupo di confezione da quasi quarant’anni, e mi ricordo che a metà anni ‘70 noi italiani eravamo i cinesi d’Europa. Poi nei primi anni ottanta è letteralmente esploso in Italia il fenomeno del pret-a-porter e del made in Italy, i dipendenti di grandi aziende tessili si licenziavano ed iniziavano in proprio a produrre per le stesse aziende dove avevano imparato il loro mestiere.

Il modo di produrre si è via via modificato per assecondare la domanda, aziende con una rete di piccoli laboratori esterni, con costi controllati e con una buona qualità manifatturiera. In quegli anni gli addetti al tessile abbigliamento avevano superato il milione di addetti arrivando a superare il settore industriale per eccellenza, il metalmeccanico. Era presente in Italia in quegli anni una rete di piccole aziende che grazie alla qualità delle lavorazioni ha costruito la fama ed il successo del made in Italy.

Tutto sembrava andare a gonfie vele, ma come nelle fiabe più tradizionali arriva l’ingordigia a rompere il bel giocattolo che funzionava e che riusciva a distribuire benessere diffuso e buoni prodotti. Molte aziende committenti, a volte proprietarie e a volte licenziatarie dei marchi più noti hanno cominciato anteponendo la logica del profitto alla qualità dei materiali e delle lavorazioni. Le redini delle aziende, a volte perché crescevano troppo a volte perché non erano pronte al salto generazionale, venivano a poco a poco prese in mano da fondi speculativi o da soci con nessuna competenza e amore per il prodotto: l’unica logica erano le cifre in fondo ai tabulati. Le lobby favorevoli a questi gruppi industriali in questi anni hanno ostacolato ogni disegno di legge che andasse a tutelare il Made in Italy nonostante questa legge fosse fortemente voluta dai piccoli produttori e dai consumatori più attenti.

Ora dopo la delocalizzazione selvaggia degli ultimi anni sono rimasti pochi laboratori artigiani e molte stirerie dove arrivano da tutto il mondo i container con le più svariate tipologie di prodotti, che vengono controllati, stirati e quando serve (quasi sempre) riparati dove possibile. Il titolare di una di queste stirerie con ironia si definisce un restauratore. Una cosa che colpisce è che il pavimento di queste stirerie è letteralmente coperto di etichette indicanti il paese di origine tagliate nella fase di controllo: ne ho raccolto un pugno e le tengo in un vasetto sopra la scrivania come fermacarte.

Se la cura era la delocalizzazione per ridurre i costi, i risultati della terapia non sono stati incoraggianti: è stato quasi distrutto un comparto produttivo, perdendo un patrimonio di sapienze, di antichi mestieri e creando contemporaneamente migliaia di disoccupati.

Non è andata meglio al settore della distribuzione, nell’ultimo hanno cessato l’attività oltre 5.000 negozi di abbigliamento, in parte per la crisi economica che investe il paese ma anche per la disaffezione di consumatori finali che non riescono più a trovare la differenza di qualità tra i capi griffati e quelli delle catene low-cost. Poi qualche furbetto in questi negozi ha giocato con il mercato parallelo… ma questa è un’altra storia.

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