L’avvocato dell’accusa, un elfo alto, sottile e allampanato, con un colpo di scena, presentò le prove.
«Entrino i rododendri», esclamò col piglio di un attore consumato.
Le porte del tribunale si spalancarono e uno dopo l’altro sfilarono nell’aula dieci fioristi di Pollone, in provincia di Biella, tutti di verde vestiti, chi in sfumature smeraldo, chi di malachite, portando tra le mani grandi vasi di ceramica pieni di rododendri.

Tra i bisbiglii dei presenti l’elfo-avvocato chiese l’ammissione delle prove e chiamò a testimoniare il suo asso nella manica: il Prof. Fuliggine, eminente cromatologo di fama mondiale.
«Non v’è dubbio che le tonalità siano le stesse» disse l’esimio studioso, aggiustandosi gli occhiali ed osservando attentamente, uno ad uno, i rododendri.
«Le stesse che gli imputati hanno usato per la loro collezione?» infierì l’elfo con un sorrisetto soddisfatto stampato sul quel suo volto scavato.
«Le stesse, guardi le sfumature del rosa, del panna… Guardi quelle del giallo e del verde».

«Può indicarmi con precisione dove ha già visto quelle stesse sfumature?» chiese infine l’elfo al Prof. Fuliggine, che voltandosi verso gli imputati puntò il suo indice nodoso e grigiastro verso i ragazzi di Camo, rei di aver rubato il colore ai rododendri del Parco della Burcina.

A quel punto scoppiò il caos: gli imputati, un fiore ciascuno stretto nel pugno, iniziarono ad urlare «Libertà di colore! Libertà di colore!»; qualcuno tra la folla andò loro dietro mentre il giudice, inutilmente, provò ad alzare la sua voce sopra alle urla intimando «Ordine in aula! Ordine in aula!» e battendo il martelletto finché questo non saltò via andando a colpire in fronte l’eminente Prof. Fuliggine il quale, prima di svenire, fece appena in tempo a biascicare i nomi di tutte le tonalità di grigio, dalla A di Ardesia alla Z di Zinco.

Nel parapiglia, mentre la massa di gente si disperdeva nei corridoi del tribunale di Biella, i ragazzi di Camo, non si sa bene ancora come, riuscirono a scappare. E ancora li cercano, seguendo le tracce lasciate su internet, avvistati ora a Firenze, ora Milano, ora Parigi, ora in Giappone, in fuga dai guardiani del colore, in valigia una collezione primavera/estate salvata dalle grinfie dell’iniqua macchina della giustizia cromatica.

Io li ho incontrati a Firenze, al Pitti, durante una delle loro tappe del loro tour da fuggiaschi. Lì, registratore in mano, ho deciso di ascoltare la loro versione dei fatti.

Vi accusano di aver rubato i colori ai rododendri del parco della Burcina. Come vi dichiarate?

Colpevoli. Ma i colori sono di tutti. Chiunque può cercarli. Non tutti riescono a trovarli. Ma una volta che li trovi crediamo che ciascuno debba essere libero di usarli come voglia.

Perché proprio il Parco della Burcina?

Noi di Camo siamo di Biella. Abbiamo sempre celebrato la nostra città, il nostro territorio, la nostra gente e la nostra cultura attraverso le collezioni che creiamo.
Il Parco si trova a pochi chilometri dalla città, a Pollone. È un capolavoro di botanica e giardinaggio e celebre per i suoi rododendri.

Vi siete introdotti nottetempo per rubare i colori?

Ma no, ci mancherebbe! Non siamo mica dei ladri. Il parco è pubblico, aperto a tutti. È stato creato a metà ottocento dalla famiglia Piacenza, storici lanieri che abitano in zona fin dal Medioevo e che nel ‘700 hanno aperto la loro manifattura tessile a Pollone e proseguono ancora oggi, generazione dopo generazione. A metà ‘800 Giovanni Piacenza acquistò un colle e lì fece realizzare il Parco. Il lavoro venne poi continuato da suo figlio Felice.
Il parco è pubblico dal 1935. E vengono esperti ed appassionati da tutto il mondo per vederlo e studiarlo. C’è la collezione di rododendri più antica e rara d’Europa.

E perché avete scelto proprio i rododendri?

Nel parco si respirano tranquillità e bellezza. Soprattutto grazie ai rododendri. Con la nostra collezione volevamo ricreare gli stessi stati d’animo. Una sorta di isola felice da indossare, lontano dalle preoccupazioni. Se sei triste o incazzato o preoccupato non indossi quel giallo o quel rosa.

E il bottoncino bianco? Lo vedo attaccato su molti dei capi della nuova collezione?

Quello è il nostro simbolo. Un piccolo bottone bianco con su inciso il nome. Discreto e riconoscibile allo stesso tempo.

Vedo pure delle cravatte. Anche quelle fanno parte delle prove che l’accusa ha usato contro di voi?

Certo.

E gli occhiali?

Quelli no. L’accusa non ha potuto fare niente in merito. Li abbiamo realizzati in collaborazione con pLAtOy, un marchio di occhiali giapponesi che li realizza interamente a mano.
E ti rivelo un segreto. Le righe delle nostre t-shirt arrivano da quelle delle vecchie coperte militari, solo riviste con colori diversi. In tribunale non se ne sono accorti. Ma la storia del nostro marchio nasce proprio da lì, dall’ispirazione militare. Il nome Camo [da camouflage, mimetizzare, ndr] dopotutto non mente.

Per il resto tutto km0, giusto?

Sempre. Lavoriamo con tessuti del territorio, laboratori del territorio, prendendo per ogni collezione ispirazioni da luoghi e cultura del biellese. Facciamo una gran ricerca ma sempre a pochi passi da casa.

co-fondatore e direttore
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