7 foto e 7 domande, alle 7 di mattina, a fotografi che si svegliano presto o non sono ancora andati a dormire.
Oggi è la volta di Martina Melilli (qui il suo Tumblr).

Ciao Martina, quanti anni hai e di dove sei? Da quanto scatti foto?
Ho 25 anni e sono di Legnaro, un paesotto nella provincia di Padova. Ora vivo a Bruxelles. Tra due o sei mesi non lo so.
Scatto foto da quando ho memoria, in modo particolare da dopo le scuole medie. Che scatto foto in maniera consapevole e secondo un’etica visiva e stilistica precisa, sarà dal 2009.

La tua attrezzatura?
Uso spesso delle macchinette usa e getta. Non ne ho una marca preferita. Quelle che capitano, spesso le più economiche.
Batto a tappeto, ogni tanto, i negozi di fotografia di dove mi trovo per racimolarne di scadute, così come le pellicole. Scadute. Mi piace l’effetto sorpresa. Con queste pellicole uso una compatta analogica Canon, una Prima Twin S.
Per i ritratti, uso un’istantanea della Fuji: Fuji Instax 210 wide. E in digitale, ma che uso meno, una canon 550D, una Fujifilm XF1 e molto molto l’iPhone (ho un iPhone 4), perché è la cosa che più facilmente mi capita di avere sotto mano. Ma non è tanto l’attrezzatura la cosa importante per me nella fotografia.

Cosa fai quando non fai foto?
Mangio e cucino. Cammino, molto moltissimo. Mi piace guardare la città, e le persone. Prendo treni, e autobus, e aerei. Guido. Mi piace guardare la realtà dai finestrini.
Penso a come vestirmi e svaligio mercatini e negozietti dell’usato. E faccio valigie. Scrivo, e leggo molto. Navigo e ricerco nel web, reti di link che mi (re)indirizzano a nuovi universi sconosciuti. Chiacchiero e bevo succhi di mela. Vado al mercato col mio ragazzo.
Vedo tantissimi film, in lingua in originale. Incontro colleghi di progetti. Andiamo a mostre, performance. Al cinema. Camminiamo assieme ascoltando la città. Bevo caffè. Cerco “lavori alimentari” e ne faccio qualcuno. Networkeggio. Socializzo.
Rammendo vestiti, ne ritaglio pezzi, ci attacco bottoni.Ogni tanto dormo.
Raccolgo volantini che poi attacco al muro. Lavoro ad IL mio grande progetto. Cambio case. E tutto ciò in realtà non lo faccio quando non faccio foto, ma sempre nel mentre.

Descrivimi la tua stanza.
Quella qui a Bruxelles, in cui vivo da gennaio, la trovo molto me. Ma gran parte dei mobili c’erano già quando sono arrivata.
Il pavimento è di vecchio parquet rovinato, vissuto. Blu. I muri bianchi. Sull’angolo sopra al letto degli stickers di uccellini neri stilizzati vanno verso la finestra. Una grande finestra luminosa (per quanto possa essere luminosa la luce belga).
Nell’angolo adiacente inizia un collage di flyers di ogni tipo, foto uscite male, pezzi di carta, di buste, di lettere… Una cassettiera rossa e grigia con attaccato uno specchio che la fa diventare specchiera in un incavo che è armadio a muro, chiuso da una tenda. Una scrivania e una sedia.
Due poltroncine in pelle nera. Una libreria zeppa di pellicole, raccoglitori, biscotti senza glutine, scarpe e borse e cappelli.
Il letto però è fatto ad hoc, un materasso pieghevole che diventa un divanetto/panca foderato di tessuto zebrato. Ricoperto di cuscini neri e fucsia. Non vedo l’ora che ogni giorno finisca giusto per rintanarmici. Prima mi rifugiavo al cinema. Da quando ho questo letto, leggo molto di più la sera prima di dormire.

La tua macchina fotografica pesa quanto…
Un biglietto del bus, o del treno. Un soffio ad un soffione o il peso di un ricordo. Un prendisole a fiori o un maglione di lana a coste. Un paio di lenti a contatto, e quello a cui stanno appiccicate. Dipende. Le macchine fotografiche migliori sono quelle che appaiono in borsa sempre quando servono. Che tra gli occhi e loro non c’è scarto.

Se il tuo immaginario fosse un film? O un libro?
Le merveilleux destin d’Amélie Poulain, Eternal sunshine of a spotless mind, Everything is illuminated, Un’ora sola ti vorrei, Il bar sotto il mare, Palomar.

Un fotografo/a che mi consigli di tener d’occhio?
Ana BlagojevicSilvia Pasquetto.