La lista di malesseri bizzarri che mi hanno colpito nel corso dei miei 34 anni di vita è lunga quanto, per mia fortuna, priva (per ora) di gravi conseguenze. Ma la vera particolarità sta nel fatto che di tanto in tanto vengo colpito da sintomi che sembrano quelli di una malattia molto più grave di ciò che invece poi i medici scoprono.

Cito solo le più divertenti. 8 anni, sangue che non si coagula, la conta delle piastrine dice 16.000. Diagnosi immediata: leucemia. Mia madre che piange al telefono e io a letto che non capisco. Qualche ora dopo il verdetto definitivo: reazione allergica ad un antibiotico prescritto dal dentista.

17 anni, allucinazioni improvvise, senso di nausea fortissimo, la paura che mi congela svariate volte al giorno e mi lascia debilitato ed intontito. Diagnosi immediata: epilessia. Dopo tutti i test: attacco di aura senza emicrania (in realtà la diagnosi era inesatta, si trattava e di tanto in tanto si tratta ancora di “reminiscenza forzata”, una strana patologia studiata da quel fricchettone geniale di un neurologo che è Oliver Sacks e che consiste nel vivere per brevi istanti in un altro tempo e spazio, contemporaneamente a quelli reali, dunque caro il mio lettore io quando sono stressato mi sdoppio).

20 anni, un occhio, il sinistro, che di tanto in tanto si gonfia. Un oculista dice che non è vero. Un’altro misura e dice che sì, in effetti è vero. Decine di gocce diverse, tonometro a soffio per misurare la pressione oculare, risonanza magnetica, tac. Sospetto: tumore al cervello. Diagnosi definitiva: ? Non si sa. Non si è mai capito.

Ho un cassetto pieno di grafici e scansioni del mio cranio bello tondo e di quella massa gelatinosa che c’è dentro. Ma la cartella a cui sono più affezionato è sicuramente quella con l’EEG, l’elettroencefalogramma, fatto in un bel pomeriggio di sole, non lontano dal porto di Ancona, mentre nell’immacolato studio di un neurologo, dentro ad una palazzina di un terrificante color lilla acceso, una luce stroboscopica mi sfarfallava il cervello a ritmi sempre diversi (serviva per la stranezza dei 17 anni, per la cronaca).

Qualche ora, se non ricordo male, con le ventose attaccate alla testa, mentre un computer prendeva nota dei moti della mia anima in stato di veglia, da addormentato, con le suddette luci puntate contro, senza musica, con la musica di sottofondo, al buio… Poi, finito il test, lunghissime paginate di colline e picchi e pianure e abissi, una penna chiusa stretta dalla manona pelosa del professore a sottolineare che «qui e qui non va. È come se il cervello fosse fuori sincrono». Poi lo sguardo severo. «Hai preso LSD?». Silenzio. Lo sguardo dei miei genitori. Silenzio. «Ehm… potrei averlo fatto». Ricordo una voce che mi ha dato dello scemo. E che mi sarebbe piaciuto rifare un altro giro con la strobo. Poi un lungo, lunghissimo ritorno a casa. Qualche manciata di chilometri dilatarsi in ore di discussioni, sospiri, urla.

Sono sempre andato fiero di quell’EEG. Perché era ed è il simbolo di un periodo in cui ho fatto i più grandi errori della mia vita. E sapere che li ho fatti, che li rifarei, che sono sia causa che conseguenza di un disagio—preziosissimo—che mi ha accompagnato per tutti questi anni, mi rassicura. Su quei fogli pieni di grafici ci sono io. Solo e soltanto io. È il DNA di un Simone che è stato, creato da sé medesimo e padre del Simone che è e sarà, finché sarà (bizzarre malattie e diagnosi sbagliate permettendo).
Ce n’è di che farsi un bel tatuaggio. Un bel tatuaggio banale. Un elettroencefalogramma su tutta la schiena. O magari una sciarpa.

Sì perché c’è chi con un EEG fa le sciarpe. E sono sicuro che ne venderebbero a palate se solo si trattasse di un progetto commerciale. E invece è “solo” l’esperimento di un gruppo di artisti, che si sono inventati un sistema—battezzato Knitic—che permette di avere un controllo totale ed in tempo reale su una macchina per la lavorazione a maglia.
Il sistema, basato sull’ormai celeberrimo Arduino, diventa il vero e proprio cervello della macchina e consente di cambiare al volo il pattern, magari facendolo reagire agli impulsi inviati da alcuni sensori.

Da qui l’idea di collegare Knitic ad un casco per l’elettroencefalogramma e di sottoporre due “cavie” all’ascolto delle Variazioni Goldberg di Bach (opera assai simbolica visto che si tratta in pratica di una “messa in musica” di simmetrie e schemi matematici), filtrando poi dall’EEG gli stati di rilassamento, eccitazione ed il cosiddetto “carico cognitivo”, che consiste nella quantità di processi cerebrali necessari ad elaborare simultaneamente le informazioni.
Il risultato è davvero affascinante e, inutile dirlo, unico. Come uniche le menti, le situazioni, le reazioni che l’hanno prodotto.

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