C’è un tempo per seminare, un tempo per raccogliere, un tempo per nascere e uno per morire, un tempo per questo e un tempo per quello. E a partire dal Vecchio Testamento, passando per Crosby Stills and Nash, fino ad arrivare al Calendario di Frate Indovino, sappiamo tutti che per vivere meglio dovremmo adeguarci e seguire lo spirito delle Stagioni, cronologiche o metaforiche.

Quindi se volessimo guardare nel nostro orticello, quello che stiamo vivendo potrebbe essere, ad esempio e tra le tante altre cose, il tempo destinato al sollievo delle Foreste Amazzoniche: lo sanno tutti che nella competizione Digitale vs. Cartaceo il risultato—parziale ma definitivo per questo set—è evidentemente 1 – 0.

D’altra parte, e io per prima, con i miei menhir di libri e riviste che scandiscono l’arredamento del mio monolocale, nessuno crede nel profondo del suo cuore che l’editoria cartacea possa venire veramente sostituita da quella digitale, nessuno.

Però il fiorire di testate in rete, di ogni tipo e formato, il proliferare di app, il trasloco di periodici—baracca e burattini—direttamente sul web, la seduzione compulsiva degli e-books, tutto lascia pensare che il momento sia propizio e l’onda da cavalcare.

E contemporaneamente la Fisica—per me ne sono sempre autorevoli fonti serie-tv come Fringe o Touch—insegna che ogni azione ne mette in opera una uguale e contraria.

Quindi, se da un lato tutti si fanno esperti di comunicazione web e immateriale, dall’altra parte spunta invece l’Armata degli Irriducibili. Quelli dell’editoria indipendente, i guerriglieri delle stampanti, che si rimboccano le maniche e sporcandosi di inchiostro fino ai denti partono al contrattacco, come Pirati della Filibusta, tra caratteri mobili, risme di fogli e ciclostile.

E fin qui niente da dire.
Andando ancora un po’ più in profondità, e quanto ci piace farlo, si scopre poi che esistono anche altri, ben più temerari, che come salmoni alla seconda, decidono di andare “contro la contro-corrente” (e la regola della doppia negazione qui sembra non aver significato). Così, rimanendo sempre dalla parte della carta, optano per scelte ancora più radicali. Indipendenti perché lontani dall’editoria costituita, ma niente affatto low-fi. Anzi.

(courtesy: Andrea Quarantotto)

E sono arrivata dove volevo: “tutto italiano”—per contenuti e perché “curato in Italia da italiani”, con esplicito l’intento di colmare un vuoto culturale del nostro panorama editoriale (cit. più o meno), prendendo come riferimento, ci dicono, ad esempio Purple Magazine in Francia—sta per arrivare prossimamente su queste rotative Up and Coming Style, magazine concepito tra Bologna e Firenze, dedicato ad arte, fotografia e moda, che ha scelto canali di autoproduzione, puntando però tutto sull’idea della preziosità e della bellezza della carta, da possedere, da sfogliare. Carta feticcio, insomma. Un’idea che ritorna, quando in pochi avrebbero il coraggio di osare, e dopo un rodaggio in rete durato alcuni numeri.

A New Bible of Contemporary Visual Art si legge sul sito di Kickstarter, dove viene lanciato il progetto di crowd-funding destinato a lanciare il primo numero. Ai posteri il resto. Al sito di Kickstarter rimando anche per un’anticipazione sui contenuti e sui nomi di coloro che hanno collaborato a questo numero.

Giovani, carini e “concettualmente impegnati” (citando, in variante ottimista, il film debutto alla regia di Ben Stiller, del 1994), ovviamente appassionati di immagine ed assolti dalla protezione dei brand, ecco gli audaci di Up and Coming Style che ci raccontano chi sono, cosa fanno, dove vanno e perché. Lascio parlare Andrea Quarantotto, fondatore e art director del magazine. E per fortuna che il mondo è vario perché è bello.

(courtesy: Andrea Quarantotto)

Chi c’è nella redazione di Up and Coming Style

Menti non comuni, scelte prevalentemente dal sottoscritto, che ritenevo giuste da integrare, poiché con loro non ci sarebbe stati compromessi stilistici. E infatti la rivista lo dimostra, è integralista e ha una visione molto coerente. Innanzi tutto, il mio braccio destro, e anche sinistro: Elisabetta Porcinai, l’Editorial Curator. Non è arrivata subito, conosciuta per caso in una serata al Covo (NdR locale di Bologna). E da quando abbiamo cominciato a lavorare insieme è nata una sintonia tale che ci ha permesso di dividerci i compiti in modo efficace e aumentare velocemente i nostri “contributors” esterni (per lo più di stranieri). Io generalmente, con l’individuazione dei talenti da inglobare nelle pubblicazioni e lei nella coordinazione e nella gestione dei rapporti. Oltre a questo, lei, mi affianca in tutte le scelte di comunicazione e di gestione della rivista. Poi Maria De Los Angeles Monari, la Fashion Editor, conosciuta per caso pure lei, a Bologna, quando non avevo fatto ancora mai fatto un servizio fotografico in vita mia. E tutte le mitiche cover story della nostra rivista, che ci hanno reso popolari, soprattutto all’estero, sono sempre state firmate da Maria, come styling.

Come nasce Up e perché questo titolo?

Appena uscito dal Polimoda. Apro il cantiere: Up-and-Coming Style, il titolo viene da un suggerimento di un amico scozzese. Quando ho creato Up era il periodo in cui spopolavano le fashon blogger, con il famoso blogspot, e cominciavano ad avere uno sfracello di visualizzazioni. In quel momento dominavano l’immaginario collettivo dei fashion addict “The Sartorialist” e Chiara Ferragni. Io invece decido di fare una decisa scelta: non amante dell’individualismo griffato, opto per una webzine che raccolga più di una firma e che sposi la causa comune di creare un collettivo per i fashion addict. Ero appena uscito da un istituto di Moda e con tutte le influenze del caso, ne ero rimasto incastrato. Ma in pochissimo tempo la nostra webzine elimina gli articoli di moda e si concentra sull’Arte Contemporanea. Così abbandoniamo la piattaforma blogpost/blog poiché notiamo che gli utilizzatori finali di questi “blog”, sono, scusate la cattiveria, piccoli borghesi in cerca di una visibilità spicciola, racchiusa in un banale commento o in una brutta foto, che sottolinea e mette i punti sulle i al loro consumismo. Insomma una massa di schiavi del Capitalismo. Nel frattempo fagocito riviste di moda e di arte contemporanea a quantità, e pure cinema. E qui entrano in scena Elisabetta e Maria. Questo cocktail è devastante e mi fa prendere la decisione di pubblicare dei numeri online di editoriali di fotografi, illustratori, grafici e artisti. Con un sito, accompagnato da interviste. Come lo è tuttora.

(courtesy: Andrea Quarantotto)

Come è nata l’idea di passare dal digitale alla carta?

Quando io e Elisabetta entriamo in una libreria, stiamo per ore a sfogliare le riviste e libri d’arte. È naturale che dopo un po’ di tempo ti venga la voglia irresistibile di entrare pure tu in quel tempio. E poi forse, li abbiamo studiati talmente tanto quei prodotti cartacei, che forse avremmo la soluzione per pubblicarne uno, che li batta tutti.

E perché versione di lusso?

Perché deve rimanere nel tempo, e nelle librerie dei designer, fotografi, critici, amanti dell’arte. Vogliamo che viva nelle case della gente che ama quello che amiamo noi.

(courtesy: Andrea Quarantotto)

La filosofia di Up in poche parole?

Non compromettere l’arte figurativa con contenuti inutili.

Quando uscirà il primo numero?

La rivista reale, quella vera, è prevista per settembre. In questo momento stiamo lanciando il progetto di crowfunding su Kickstarter, e stiamo dialogando con una stamperia molto accreditata della nostra zona e con un distributore inglese che ci faccia arrivare, anche se magari solo con poche copie all’inizio, in tutta Europa. Ma prima, a giugno, ci sarà la versione digitale, per App Store e Android Store.

(courtesy: Andrea Quarantotto)