«Nel romanzo di Carl Sagan Contact, l’ultimo messaggio che compare nel libro è sepolto in profondità nell’espansione di π, in cui compare all’improvviso una serie di 0 e di 1, definendo i contorni di uno schema che dovrebbe rivelare «l’esistenza di un’intelligenza antecedente all’universo». Anche il film di Darren Aronofsky Pi greco, il teorema del delirio gioca su questa popolare immagine culturale.Come avvertimento per coloro che sono affascinati dall’idea di scoprire messaggi nascosti in numeri come π, i matematici sono riusciti a dimostrare che la maggioranza dei numeri decimali nascondono da qualche parte all’interno delle loro infinite espansioni qualsiasi sequenza di numeri stiate cercando. Perciò ci sono buone probabilità che π contenga il programma di computer per scrivere il libro della Genesi se lo cercate abbastanza a lungo.»
—da L’enigma dei numeri primi di Marcus du Satoy, BUR 2011

All’interno della copertina dell’ultimo numero di Watt ce ne sono più di 5300 di decimali dopo il celebre 3 e 14 che alle medie, sulla tua prima calcolatrice scientifica regalo di compleanno o della cresima della zia, non vedi l’ora di premere, aspettandoti chissà che, appesantendo quel tavolino con una gamba arricciata di esoterici significati che trascendono—dopotutto di numero trascendente si tratta—quelli già misteriosi che il Pi Greco si porta dietro e ti fanno pensare, con la fretta di crescere che hai (seduto al banco per svariate ore al giorno l’età adulta diventa una lontana visione racchiusa in un semplice gesto: alzarsi dal banco e non tornarci più), di aver raggiunto chissà quale traguardo e quando premi un π sulla tua Texas Instruments sai già che sarà il primo passo verso la prima sbornia, la prima volta, la prima un sacco di cose, e volendo nei suddetti decimali di Watt ce le vedi pure tutte—e se li conti uno a uno, come ho iniziato a fare io per poi però demordere sul quattrocentoerotti per avanzato stato allucinatorio, ci puoi davvero trovare anche la Genesi, che è un buon inizio per entrare nella suggestiva atmosfera intellettuale di un volume che è puro virtuosismo: tattile, estetico, narrativo, concettuale.

Il capolavoro di Watt, che in soli tre numeri—tra Zero, 0,5 e 3,14—oltre a dimostrare di snobbare completamente gli ordinali interi, prova di essere senza ombra di dubbio alcuna la più preziosa, curata, illuminata fanzine di un panorama che supera tranquillamente le italiche frontiere (sia passando per Tarvisio che per Ventimiglia). Perché Watt, che il formato non inganni, è una fanzine! In passato l’ho definita libro, magazine, bookzine ma—parola di Ifix ed Oblique Studio, che la realizzano—di fanzine si tratta. Fatta però da feticisti dell’oggetto libro, che ci godono a complicarsi la vita e ad arrivare a un punto tale di maniacalità da far dialogare ogni singolo aspetto che concerne la fisicità del volume con la già fitta trama intessuta dal contenuto narrativo.

Watt 3,14 parte dall’antica Grecia e da una citazione di Protagora—«L’uomo è misura di tutte le cose: di quelle che sono come sono, di quelle che non sono come non sono»—per tentare l’impossibile: la quadratura del cerchio, dilemma che per secoli ha mandato ai matti i matematici e che solo nel 1882 un calvo e baffuto luminare di Hannover, tale Ferdinand von Lindemann, ha dimostrato essere impossibile da risolvere (anche se qualche anno più tardi, negli USA, uno stramboide che si dilettava in fisica e matematica annunciò la soluzione e provò a far diventare legge, nell’Indiana, il suo metodo che però—e così so’ boni tutti—prevedeva un ridicolo e ben più addomesticabile π=3,2).

La quadratura del cerchio, in realtà, con buona pace dei matematici, è semplice questione di forma che inscrive il contenuto. In apertura di volume, nero su bianco, solitaria in una pagina altrimenti vuota, campeggia la parola greca οὐσία (Ousia), termine centrale nella filosofia greca, dal duplice, quanto dibattuto, significato di forma e materia quanto di essenza.
E il gioco di associare i 13 racconti selezionati ad altrettanti illustratori (chissà poi chi fa la parte del quadrato e chi del cerchio, tra la scrittura ed il disegno) allarga il respiro e porta il concetto fin sulla luna (che è un cerchio), mentre la dimensione tattile di Watt offre rifugio alle teste di noi quadrati pronipoti della cultura greca, temporaneamente perse in un affollarsi di numeri e simboli e segni e storie e massimi sistemi.

Le 1500 copertine, per altrettante copie, sono state serigrafate una ad una su un materiale povero come il cartone, a sua volta lavorato a mezzi tagli (col taglierino e mano da maestro) per la piegatura. E il povero cartone diventa la base per il logo Watt stampato addirittura in oro (ogni numero, oltre al bianco e nero, ha un colore-simbolo: rosso il primo, ciano il secondo e appunto oro il terzo) con un gran finale affidato ad un maestoso poster illustrato da Enrico D’Elia su testo di Francesco Targhetta (autore di quel Perciò veniamo bene nelle fotografie che per me è tra i migliori romanzi italiani degli ultimi dieci anni) e sul retro lo stesso testo e la stessa illustrazione ma in versione essenza a chiudere il cerchio. Dentro al quadrato. Che è poi il volume stesso, 30x30cm, esattamente come la copertina di un vinile, altro cerchio quadrato capace di portarti chissà dove nello spazio di una circonferenza e quattro angoli.