#Fotosociality | The Polyfloss Factory & Pearling

Sembrano matasse di zucchero filato colorato ma poi, a ben guardare, s’intrecciano come lana per fare sciarpe e “bozze” di lavori a maglia che chissà cosa diventeranno. Ma in realtà né di lana né di zucchero filato si tratta, bensì di plastica. A quanto pare non serve entrare in una fiaba post-moderna per immaginare maglioni e guanti fabbricati utilizzando scarti che magari un tempo erano bicchieri o insalatiere o giochi made in China. Un gruppo di ingegneri e designers di base a Londra, infatti, hanno creato The Polyfloss Factory, una macchina dall’aria vagamente steampunk, che permette di recuperare le materie plastiche e trasformarle in filati.

Sono da Retrobottega e davanti ad una vecchia bilancia da ferramenta incontro Emile De Visscher che della Polyfloss Factory è uno degli inventori, insieme a Nicholas Paget, Audrey Gaulard e Christophe Machet.
Mentre sul mini-schermo installato sulla bilancia scorre il video che spiega il funzionamento della macchina, Emile mi racconta com’è nata l’idea.

«Tutto nasce dalla voglia di riciclare la plastica [in realtà il termine che usa non è recycle ma upcycle, che in italiano non ha un corrispettivo ma che significa riciclare senza che ci sia un degrado nella qualità del materiale—come invece avviene nel classico processo di riciclo, ndr] perché se per altri materiali come il legno ed i tessuti il processo è piuttosto semplice, con la plastica al contrario è complicato riuscire a raggiungere un completo riutilizzo, senza sprechi. Ma a noi non interessava riciclarla per realizzare, attraverso delle presse, come poi quasi sempre avviene, oggetti rigidi tipo contenitori o bicchieri. La caratteristica più interessante della plastica è che con essa puoi fare schiume, pellicole e soprattutto fibre! Il nostro scopo era proprio quello di realizzare una sorta di lana utilizzando solo scarti di plastica, filandola e rendendola soffice».

Emile è ha iniziato il suo corso di studi come ingegnere ma si è poi accorto che non era quella la strada che faceva per lui così si è iscritto al Royal College of Art di Londra, dove ha seguito un corso speciale che metteva insieme arte, design ed ingegneria. È lì che ha conosciuto i suoi amici e colleghi, tutti appassionati come lui dai temi della eco-sostenibilità, nonché tutti capaci di mettere insieme due discipline così differenti eppure complementari come il design e l’ingegneria.

Prima di arrivare alla Polyfloss Factory così com’è oggi, Emile e compagni hanno realizzato ben cinque prototipi ed i primi risultati, mi racconta, erano veramente pessimi (in realtà dice proprio shity, praticamente una merda…).
Con i suoi guanti in cui infilare la mani a mo’ di centrale nucleare di simpsoniana memoria, la macchina in realtà è nata senza capsula di sicurezza. «All’inizio» mi spiega Emile «era tutto all’aperto e dovevamo indossare maschere, occhiali e guanti protettivi. Come da stereotipo di ogni laboratorio di scienziato pazzo che si rispetti ci sono state pure mini-esplosioni di plastica!»

Ad oggi c’è ancora qualcosa da migliorare nel processo di lavorazione. Il filato di plastica riciclata è ancora un po’ rigido ma pian piano stanno riuscendo ad ottenere una fibra sempre più morbida ed hanno anche collaborato con una fashion designer francese per realizzare dei modelli dimostrativi da indossare.
«Saremo pure riusciti a costruire una macchina del genere» dice Emile «ma con ferri o uncinetto siamo davvero negati».

Assieme alla Polyfloss Factory, da Retrobottega il giovane desi(g)ngegnere presenta anche un altro progetto, questo realizzato in solitaria. Si tratta di una tecnica per realizzare una copertura di madreperla artificiale, da applicare potenzialmente ad un numero quasi infinito di oggetti.
Il progetto si chiama Pearling e l’idea è nata circa quattro anni fa, quando Emile ha letto che un gruppo di scienziati stavano provando a ricreare artificialmente la madreperla, un processo che in laboratorio è lungo quasi quanto in natura (3 mesi circa per avere mezzo millimetro di madreperla).

In un mondo in cui tutto si fa sempre più rapido e la lentezza sta perdendo di valore, Emile ha deciso di lavorare su una tecnologia che—mescolando materie plastiche e ceramica, goccia dopo goccia, strato su strato—diventasse una sorta di performance, un’opera d’arte che parla del tempo e dell’uomo che prova ad imitare i processi chimici e fisici che avvengono in natura.

Dal punto di vista strettamente pratico, però, Pearling è interessante anche a livello di estetica e funzione. Oltre all’ovvio privilegio di poter avere potenzialmente qualsiasi accessorio “madreperlato” (in esposizione anelli e occhiali ma è possibile farlo su qualsiasi pietra liscia, vetro o materiale plastico), il materiale—dice Emile—ha la caratteristica di rendere resistente ciò che non lo è, proteggendolo pur conservandone la leggerezza. Allo stesso tempo, con un procedimento del genere, si può realizzare ciò che la natura non consente invece di fare, in questo caso de-contestualizzuare un materiale e svilupparlo per altri usi: cosa fondamentale, secondo Emile, per un designer del XXI Secolo.

Questo post fa parte di Fotosociality, progetto lanciato da Samsung per promuovere la sua fotocamera “social” Galaxy Camera, con la quale sono state scattate tutte le foto dell’articolo.

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