7am | Angelo Mennillo

7 opere e 7 domande, alle 7 di mattina, ad illustratori che si svegliano presto o non sono ancora andati a dormire.
Oggi è la volta di Angelo Mennillo (qui il suo blog e qui un Tumblr).

Ciao Angelo, di dove sei, quanti anni hai e da quanto fai l’illustratore?
Ciao a te. Dunque, sono nato in Germania, ma da quando ho 5 anni vivo in Italia. Nel corso degli anni a Rimini, Bologna e Milano con una piccola parentesi a Bergamo. (Per ora) ho 30 anni, ed ancora non so bene se definirmi illustratore o meno. Di sicuro disegno da quando posso affermare di avere dei ricordi, ma più che una qualifica sulla mia persona lo definirei un gesto naturale come respirare e mangiare.
La “volontà” nasce dopo, penso verso i 13/14 anni.

Matita o penna grafica?
Pur avendo a che fare tutti i giorni con la tecnologia preferisco di gran lunga la matita. In realtà non sono un purista del passato e ritengo che ogni strumento abbia un suo perché, solo che il mio approccio al disegno è strettamente legato ad una gestualità e ad un rapporto molto fisici con la superficie e lo strumento. Non di rado alla fine di un disegno il pennino ha la punta irrimediabilmente incrinata, per non parlare delle mani macchiate di china. Difficile replicare una cosa simile con la tavoletta grafica.

Cosa fai quando non disegni?
Lavoro come programmatore, leggo, guardo molti film. Esco anche, mi innamoro, mi disinnamoro, insomma vivo. Come tutti immagino.
L’unico grosso rammarico è che viaggio poco. Ecco: vorrei viaggiare un po’ di più, e la tua domanda me lo ha ricordato.

Cosa c’è sulla tua scrivania?
Tutto. Il caos insomma, e senza quella nobilitazione un po’ leggendaria di “caos ordinato” usato come giustificazione da tanti.
A volte vorrei solo raccogliere il tutto e metterlo in una scatola, magari con la data di “impacchettamento” a modi di archivio; ma almeno non mi annoia mai: ci trovo sempre qualcosa che mi ero dimenticato di avere.

Un disegno pesa quanto…
Tornando al concetto di fisicità evocato prima, direi che un disegno è sempre una battaglia. Pesa quanto una lotta con un nemico sempre rinnovato e più forte di prima, come se ogni volta il disegno fosse lo stesso ma mi conoscesse un po’ di più, i miei punti deboli e le mie paure.
Un “buon disegno” è una battaglia vinta da me, mentre una battaglia persa solitamente si conclude con un foglio strappato e gettato nel bidone.

Un libro di cui vorresti illustrare la copertina e un film di cui vorresti fare il poster.
Sinceramente non ho mai sentito questa necessità rispetto alle opere che ho amato.
Quando incontro opere che sento così vicine da farle in un certo senso mie, non penso che avrei potuto aggiungerci una bella confezione, ed anche le copertine più ingenue diventano parte di quell’opera lasciandosi amare così come sono.
Altro discorso è riservato a quei film o libri che mi hanno deluso pur avendo un qualcosa di buono “in potenza”. In quei casi però mi immagino di rifare l’opera intera, non mi basta solo la copertina. Se la tua domanda voleva soffermarsi di più sulle cose che mi piacciono la lista è lunga e contradditoria, la riassumo al volo e senza criterio così: Derek Jarman, Tarkovsij, Billy Wilder, Werner Herzog, William Burroughs, Dostoevskij, Christopher Nolan, Henry Miller, Pasolini, Monicelli.

Un illustratore o un’illustratrice che mi consiglieresti?
Gli autori meritevoli di più attenzione sono sempre tanti e qualsiasi risposta sarebbe parziale.
Vado per istinto e ti consiglio Benedetta Bartolucci aka Redville.

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