44 miglia a sud di Dallas, in Texas, nella contea di Ellis, lungo la route 77 che dall’Iowa porta fino in Messico, c’è una cittadina di 1800 abitanti chiamata Italy, fondata a fine ‘800 da due fratelli originari della Georgia, Robert e T.J. Aycock, che nel 1879 costruirono la prima casa in assoluto su quella terra di frontiera, sperduta e ancora senza nome. Una casa utilizzata, oltre che come abitazione, anche come emporio ed ufficio postale.
Robert fu il primo postino di Italy, Tx. Anche se il nome ufficiale del paese arrivò solo l’anno dopo quando durante una riunione di un ridottissimo comitato cittadino vennero avanzate diverse proposte: alcuni puntarono su Houston Creek, perché si diceva che Sam Houston, generale e primo presidente del Texas (dopo una guerra di secessione con il Messico e prima di entrare negli Stati Confederati del Sud il Texas fu una repubblica indipendente per quasi dieci anni) si fosse accampato lungo il torrente (creek, come quello di Dawson(‘s) Leary) che attraversava la cittadina.

Qualcun altro—chissà poi perché—propose Egypt. Il dipartimento postale però rifiutò Houston Creek perché in zona c’era già un altra località con lo stesso nome mentre l’Egitto venne scartato per motivi ignoti. Fu il direttore dell’ufficio postale di Waxahachie, la “capitale” della contea, a pensare all’Italia: secondo lui il clima, lì, era più o meno lo stesso. E dunque ecco spiegato il perché del nome. In pratica un affaire tutto interno alle poste.

Oggi Italy, Tx, è una tranquilla e normalissima cittadina del sud, in prevalenza bianca caucasica, con armi da fuoco nelle case, bicchieroni maxi di bibite gassate ed una percentuale di obesi del 24%, come nel resto degli Stati Uniti (e Grassi); almeno in apparenza nessun ristorante italiano, neanche finto.
Un punto su una mappa che per alcun motivo al mondo sarebbe mai finito sotto ai riflettori di chicchessia (a parte quelli dell’Italy Neotribune, ovviamente) se non fosse che a 55dsl ad un certo punto è girata così, un po’ come al postino di cui sopra, e dopo i due precedenti cortometraggi, uno intitolato Roma e l’altro, Beyond mountains, more mountains, che parlava di un viaggio in Italia, sono andati a cercarsi un’altra Italia e a quel punto la scelta non era poi molta: o il Texas o New York

Ed è andata (benissimo) per il Texas, con un cortometraggio girato da Aoife McArdle, regista irlandese specializzata in pubblicità e videoclip, qua in una sorta di stato di grazia, alle prese con la vita di un paesino sperduto e con tutte le sue meravigliose banalità, con l’amicizia e con l’amore, quello semplice e luminoso, tra due ragazzini (interpretati da Brenden Reza e Gillian Vanderslice, entrambi texani purosangue).

La McArdle, insieme alla sua troupe e a quella di 55dsl, è riuscita ad infilarsi tra le pieghe di una piccola comunità chiusa per raccontarla dall’interno, utilizzando i personaggi del posto come ben più che delle semplici comparse e tirando fuori una storia che ha la rara capacità di non lasciarti identico a te stesso nel breve tratto di pixel che va da quando schiacci play a quando la barra arriva in fondo.

Non so quali fossero le aspettative del pubblico. Non so in effetti se ci sia effettivamente un pubblico che si guarda davvero, sul web—dove puoi bloccare tutto o mandare avanti all’istante—i video e i cortometraggi a scopo commerciale. Ho sempre pensato che gli unici a sorbirseli dall’inizio alla fine fossero altri registi, gli uffici marketing e i pr che devono parlarne nei comunicati.

Ad ogni modo io di aspettative, sincere aspettative, ne avevo. Dopo che gli ultimi due video, per motivi molto differenti tra loro, mi hanno tirato fuori le lacrime, ho un conto in sospeso con 55dsl. Li aspetto al varco. Devo vendicarmi.
Ma pure stavolta, con la poetica del paesello—e io vengo da un paesello—ce l’hanno fatta, regalandomi decine di flashback gratuiti al sapore di pelle d’oca, malinconie di ventosi pomeriggi con la testa appoggiata sulle gambe di un amica, i colori (che quando cresci, chissà perché, cambia la saturazione), la luce prima del temporale.
Già, poi arrivava sempre il temporale—checché ne dicesse Brandon Lee.