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W Eyewear (e l’Altrove)

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L’altrove (elsewhere) è una categoria del pensiero che ha fatto la fortuna della fantascienza. Entrambi l’outer space della cosiddetta “epoca d’oro” degli anni ’40 e ’50— gli alieni e le astronavi, i mondi lontani, le civiltà venute dallo spazio profondo—e l’inner space della “new wave” degli anni ’60 e ’70 di Ballard e Dick, hanno sempre posto il problema di un altrove. Ai confini della galassia come nei meandri più remoti della mente.

Lo stesso per il fantasy (e affini) e le contaminazioni letterarie—alte e basse—di tutto il Novecento, dall’Altrove (tradotto però da beyond) di Lovecraft alla base segreta del governo americano, chiamata appunto Altrove, nominata spesso nei fumetti di Martin Mystère, passando per altri altrove che portano nomi evocativi come Narnia (C. S. Lewis), Wonderland (Lewis Carroll), Terra di Mezzo (J. R. R.Tolkien), Interzona (Burroughs), Zona del Crepuscolo (in Dylan Dog)…

Di esempi se ne potrebbero fare a centinaia ma uno li riassume tutti visto che già nel ‘300 Dante, nel primo Canto del suo Paradiso, “ritagliava” sia per l’universo fisico che per quello interiore, una zona d’ombra: «La gloria di colui che tutto move / per l’universo penetra, e risplende / in una parte più e meno altrove».
L’altrove dunque può essere qui e ora, separato dal mondo sensibile solo da tecnologie avanzatissime. O magari da un incantesimo che distoglie l’attenzione dei babbani e da un binario 9¾. Oppure può essere qui ma non ora. O ancora: domani e chissà dove. Forse immobile ed immutabile nel tempo e nello spazio o completamente racchiusa dentro ad un distopico “se”.

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Torniamo a giorni nostri. Sulla Terra. Nella nostra dimensione.
Qui, di Altrove con la A maiuscola io ne vedo di tre tipi, per altrettante città tra l’altro vicinissime tra loro: Hollywood (il sogno), Las Vegas (la distopia) e Black Rock City (utopia), che “vive”, in mezzo al Deserto del Nevada, solo per otto giorni, durante il Burning Man, rinascendo ogni anno dalle sue ceneri (letteralmente, visto che il paradisi dei neo-techno-frikkettoni si celebra, come da titolo, bruciando un fantoccio gigante).

All’atmosfera irreale, sognante, vagamente steampunk e un po’ naïf del Burning Man, al concetto di esplorazione e ad un Altrove con tanto di “mappa delle suggestioni” si ispira la collezione di W Eyewear, marchio interno al colosso italiano dell’occhiale Marcolin, 12 modelli da sole e da vista che prendono il la dall’estetica degli occhiali da aviazione degli anni ’30, sui quali il marchio un tempo conosciuto come Web Eyewear (che ora, in epoca di web-inflazionamento, ha perso la eb ed è rimasto W) ha costruito la propria attività.

Gli occhiali sono buoni—io ho il modello Fahlu e mi trovo bene: dagli sguardi della gente per strada mi rendo conto di apparire come uno appena uscito da un trip spazio-temporale dunque comunicano bene sia il concetto di fondo che gli arrovellamenti della testa bacata che li indossa (la mia).
L’unica perplessità che ho è sulla campagna web, articolata su sito, Facebook e Pinterest: se l’idea di fondo m’intriga—e dall’introduzione credo sia chiaro— l’interpretazione da qualche parte si è andata smarrendo verso lidi troppo patinati e fashion ed un casting, per quanto riguarda i modelli, che sa di Burning Man quanto un sushi bar in centro a Milano.

co-fondatore e direttore

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