Il manifesto delle Riot Grrrl, pubblicato nel '91 sul secondo numero di Bikini Kill

1991 | Riot Grrrl Manifesto

Siamo nel luglio del 1991. Lo scenario è il sottobosco punk di due Washington, opposte dal punto di vista geografico—Washington D.C. sulla East Coast e lo stato di Washington sulla West Coast—eppure entrambe protagoniste di una stagione di fermento femminista fatto di bands, fanzines, cultura DIY ed attivismo politico. Ad unire idealmente le due coste una band attorno alla quale si svilupperà un movimento, quello delle Riot Grrrls, che rappresenterà—nonostante un’immagine spesso falsata dai media e gli ovvii e onnipresenti tentativi (a volte riusciti) di appropriazione da parte dell’industria culturale e commerciale mainstream—una parte importantissima della cosiddetta terza ondata femminista, che si sviluppa proprio in quegli anni dopo le esperienze di fine ‘800 e primo ‘900 (prima ondata) e degli anni ’60 (seconda ondata).

La band in questione è quella delle Bikini Kill, fondata ad Olympia, WA, nell’ottobre del’90 da Kathleen Hanna, Tobi Vail, Kathi Wilcox e Billy Karren, all’epoca poco più che ventenni.

Le Bikini Kill dal vivo a Washington D.C. nel ’92 suonano Lil Red

Kathleen Hanna, la cantante, è originaria di Portland, nell’Oregon, ed inizia ad interessarsi alle istanze femministe a soli nove anni, quando sua madre la porta ad una manifestazione a Washington D.C. dove ascolta il discorso di una delle principali esponenti della seconda ondata femminista, la giornalista e scrittrice Gloria Steinem.

Durante gli anni dell’università, nell’altra Washington, Kathleen lavora come spogliarellista per mantenersi e poter studiare fotografia. Lì fonda la sua prima band, le Amy Carter, prendendo a prestito il nome alla figlia dell’ex-presidente americano, ed inizia a fare performance su sessismo e violenza, lavorando parallelamente anche come volontaria in un’associazione contro la violenza domestica.
Ad Olympia Hanna conosce Tobi Vail, batterista di una band punk celebre nella scena locale e fondatrice già nell’88 di una storica fanzine chiamata Jigsaw, una delle prime in assoluto a prestare attenzione e a lanciare provocazioni sui temi di genere, femminismo e sessismo.

È proprio su Jigsaw, che esiste ancora oggi in forma di blog e che ha avuto pure il merito di lanciare i Nirvana (Kurt Cobain stesso ebbe una storia con Tobi Vail e diventò uno dei migliori amici di Hanna Kathleen), che appare la prima volta il termine Riot Grrrls, che diventa pure il nome di una fanzine.

Il primo numero della fanzine ‘Riot Grrrl’

Il primo numero, stampato da Kathleen Hanna insieme a Molly Neuman ed Allison Wolfe delle Bratmobile (altro gruppo fondamentale della scena) e alla loro amica Jen Smith, esce, come già accennato in apertura, proprio nel luglio del ’91.

La genesi del nome non è certa. Pare nasca da una lettera che la Smith spedisce alla Wolfe scrivendo «We need to start a girl riot». Si inizia a parlare di riot girls, che diventano onomatopeicamente grrrls per l’abitudine di Tobi Vail di scrivere angry grrrls sulla sua fanzine.

Fatto sta che la definizione funziona e l’inedito mix di punk, attivismo e femminismo incazzato ma ironico, diventa il primo fenomeno politico musicale a nascere da una scena fanzinara (di solito capita il contrario) e si fa presto conoscere in tutto il mondo come un blocco variegato ma compatto che ha come portavoce — oltre alle Bikini Kill e alle Bratmobile — gruppi oggi perlopiù dimenticati, ispirati a loro volta da pioniere come Lydia Lunch e Patti Smith, Siouxie Sioux o le Runaways di Joan Jett e, ovviamente, la Signora dell’Indie, Kim Gordon dei Sonic Youth.

I Sonic Youth e Lydia Lunch insieme nel video di Death Valley ’69, dell’1985

Sempre nel ’91, Hanna e Vail danno vita all’ennesima fanzine e la chiamano come il loro gruppo: Bikini Kill. Tra i vari numeri usciti è il secondo a passare alla storia [qua invece trovi qualche scan del primo]: tra le sue pagine storte, fotocopiate e piene di collage, c’è il manifesto ufficiale delle Riot Grrrl, scritto da Kathleen Hanna e divenuto una pietra miliare del movimento, del femminismo degli anni ’90 e della cultura punk in genere.

Il ’92 è l’anno della consacrazione definitiva ma anche degli equivoci, per via dell’associazione automatica (ma sbagliata) tra Riot Grrrls e scena di Seattle, ormai sdoganata a livello mondiale con Nirvana, Mudhoney, Alice in Chains, Soundgarden, Pearl Jam ed Hole.

Il manifesto delle Riot Grrrl, pubblicato nel ’91 sul secondo numero di Bikini Kill

Nel calderone Riot Grrrl viene messo praticamente ogni gruppo indie al femminile, a partire proprio dalle Hole di Courtney Love, erroneamente etichettate dalla stampa come appartenenti al movimento ma in realtà ben poco politicizzate, ben più commerciali e con una front-woman che, sebbene molto critica verso quella scena, con opportunismo si fa appiccicare addosso l’etichetta finché fa vendere dischi ed attira l’attenzione dei media.

Le vere le Riot Grrrls non cercano la fama e rimangono orgogliosamente ed ostinatamente underground, tenendosi alla larga da gossip e contratti milionari. Da una parte questo le aiuta a conservare intatta la purezza del fenomeno, dall’altra però lascia alla stampa e al mercato discografico il potere di “riempire i vuoti”: se il marchio funziona ma nessuno di quelli che hanno contribuito a crearlo hanno intenzione di farci soldi (e compromessi) allora va riempito con qualcosa e quel qualcosa è tutta una serie di gruppi più o meno indie che con l’attivismo, la politica e il femminismo hanno poco o niente a che vedere ma che come le Hole riescono in qualche caso a cavalcare l’onda.

Tra equivoci e mistificazioni il messaggio originale si perde del nulla e pian piano la scena sfuma fino a scomparire, lasciando spazio al riflusso e al ri-instupidimento della seconda metà degli anni ’90, con Spice Girls, Britney Spears e Christina Aguilera.

Spice Girls, Wannabe, 1996

Ha senso, oggi e soprattutto oggi, parlare ancora di Riot Grrrls?
Se su tumblr centinaia di ragazze ancora ripubblicano il manifesto, ha senso.
Se, sempre su tumblr, c’è chi scrive «l’ho fatto vedere alla mia coinquilina e non l’ha capito, ma ci sto lavorando su», ha senso.
Se il mondo è ancora pieno di fanzines che s’ispirano, nei temi e nell’estetica, a quegli anni meravigliosi, ha senso.
Ha senso se ogni anno, regolarmente, ci si trova a dibattere su 8 marzo, mimose e auguri, e sia che tu decida di farli o meno tocca sempre lanciarti in spiegazioni per chiarire quale sia la tua visione sulla donna e il suo ruolo.
Ha senso se ogni tre giorni leggi sui giornali di una uccisa dal marito o dall’ex-fidanzato.
Ha senso se pure la violenza sulle donne è un fenomeno più diffuso di quanto si possa mai immaginare.
Ha senso se leggi nel 2013 i patetici commenti di chi fa la cronaca in diretta via twitter di ogni trasmissione per una lesbica che canta in un reality in prima serata.
Ha senso. E te lo dice pure Kim Gordon, che in uno show a Brooklyn giusto un paio di anni fa, ha pensato bene di leggere il manifesto al pubblico.

co-fondatore e direttore

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