Il peso degli assenti

L’assenza è molto più sentita della presenza, ho letto da qualche parte in Facebook, grazie alle perle elargite dai nuovi poeti 2.0. Ed è stata questa la sensazione più forte avvertita ad ARCOmadrid 2013, dove mi ero recata (anche) per vedere cosa si era inventato a ‘sto giro quella testa calda di Eugenio Merino.

Da quattro anni a questa parte è lui il protagonista indiscusso di una delle Fiere d’Arte Contemporanea più importanti d’Europa; il solo in grado di catalizzare in una botta sola l’indignazione dei critici d’arte, l’entusiasmo degli hipster,  i cellulari impazziti degli Instagram-addicted, ed un pubblico sgomitante per la foto ricordo.
Ma sia sul sito del giovane artista madrileño -classe 1975-, sia in Google tutto tace quando si cercano notizie relative ai suoi lavori più recenti.

Che abbia esaurito la scorta? Che sia in attesa di nuovi scandali politici o di nuovi miti da dissacrare?
Dubito, considerata l’annata appena conclusa, che di spunti ne ha offerti parecchi, soprattutto in Spagna.
Dopo Bin Laden in versione John Travolta, un Bush meditabondo in posizione yoga, un Fidel Castro zombificato, il nome di Merino approdava ad ARCO nel 2009 con For the love of Gold, una scultura iperrealista che rappresentava Damien Hirst in ginocchio con una pistola puntata alla tempia. L’anno successivo scatenò le proteste nientepopodimeno che dell’Ambasciata Israeliana, offesa dalla scultura Stairway to Heaven.

L’opera consisteva in un arabo accovacciato, sulla cui schiena si trovava un prete inginocchiato, sulle cui spalle si ergeva un rabbino: i tre personaggi, raccolti in preghiera, impugnavano i loro rispettivi libri religiosi, in realtà scambiati tra di loro. Una torre verticale che secondo l’artista protendeva verso l’unico obiettivo, ovvero un Dio che accetta tutte le religioni: la spiegazione non è risultata convincente per molti, né sono valsi i paragoni fatti dall’artista tra la sua opera e la meteorite scagliata sul Papa dal nostro Cattelan.

Iperrealismo e polemica erano anche gli ingredienti alla base di Always Franco che durante Arco 2012 ha provocato un vero over booking presso la galleria ADN di Barcellona che ospitava l’opera. Il motivo di tanti ohibò?
Il dittatore Francisco Franco congelato in un frigo da bar di Coca Cola: tempo 3 giorni e Merino riceveva una denuncia da parte del Vicepresidente della Fondazione, con l’accusa di aver macchiato la fama (ipse dixit) del Dittatore.
Il risultato? L’attenzione di tutti i media sull’artista e le sue opere quotate a prezzi prima mai raggiunti.

La cosa peggiore non sono le minacce o le denunce, ma la censura“, dichiarava Merino, che rifiutava la definizione di artista politicamente impegnato e dopo pochi mesi cavalcava l’onda proponendo un pungiball con la testa del Dictador.

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