James Nachtwey

“Sì, ma io le mie foto mica le ritocco”.
“Vabbè, sono tutti bravi a fotografare con Photoshop”.

Queste sono alcune delle frasi che ruotano intorno alla questione della post produzione nelle immagini fotografiche. Il tema è esploso in questi giorni sulla rete dopo l’assegnazione del World Press Photo Award: l’immagine vincitrice, che ritrae il funerale di due fratellini uccisi durante un bombardamento israeliano a Gaza City, è stata fortemente ritoccata nelle luci dal fotografo svedese Paul Hansen (foto qui sotto).
Ma per parlare dell’argomento basterebbe prendere in esame qualsiasi pubblicità, qualsiasi copertina di qualsiasi magazine oggi in commercio. Qualcuno obietterà che le immagini di reportage sono una cosa differente, quelle immagini hanno un altro valore, quello della realtà, della verità. Ok, stiamo sul tema allora: è corretto, anche dal punto di vista etico, il ritocco in post produzione delle immagini di cronaca o reportage?

Paul Hansen

Su questo tema si scontrano due mondi, due culture, apocalittici e integrati (detta alla Umberto Eco), i primi a sostegno della posizione secondo la quale la foto “è rappresentazione della realtà” e quindi nessuna manipolazione è concessa dopo lo scatto, mentre i secondi, gli integrati, si fanno forza della posizione secondo cui “la fotografia è essa stessa rielaborazione della realtà”, quindi la post produzione è parte della modalità espressiva del fotografo.
Esiste poi una terza area, quella dei maestrini, un po’ accomodante nei confronti di entrambe le posizioni: ne fanno parte tutti quelli che specificano quando e come è concessa la rielaborazione dopo lo scatto, ad esempio “nelle foto di reportage non è concesso eliminare elementi di disturbo e/o modificare pesantemente le luci, sono concessi il ritaglio e il raddrizzamento dell’inquadratura, la riduzione delle distorsioni derivanti dalle ottiche…” e via così attraverso infinite disquisizioni.

Si “aggiusta” l’immagine da quando esiste la fotografia, e nell’era analogica questo avveniva non solo quando in fase di sviluppo si utilizzavano diverse percentuali di acidi per modificarne contrasti e colori ma anche quando si interveniva con pennellini, matite, carta smerigliata e limette sulla pellicola stessa. Ciò avveniva nelle foto di studio del fotografo Nadar ma anche nei reportage di guerra di James Nachtwey. Il fotografo Gabriele Basilico (scomparso pochi giorni fa) è rimasto fino all’ultimo un fedelissimo del dorso analogico, ma dopo lo scatto le immagini venivano scansionate ad altissima definizione e ritoccate da abili tecnici.

Gabriele Basilico

C’è poi chi puntualizza: il primo ritocco fotografico avviene durante lo scatto, perché luci, sfocature, tempi ma anche l’utilizzo di filtri o determinate ottiche sono in sé modifiche sostanziali della realtà, basta la scelta di una inquadratura a cambiare tutto.
La battaglia si gioca quindi tra rapporto dell’immagine fotografica e realtà: chi ritiene che la fotografia debba essere strumento imparziale e avere un rapporto mimetico con il reale e chi invece vede nella fotografia una sostanziale rappresentazione della realtà e che di conseguenza ne giustifica la rielaborazione dopo lo scatto.

La tendenza dei nostri giorni è quella di sposare la celebre frase del fotoreporter Neil Leifer: “La fotografia non mostra la realtà, mostra l’idea che se ne ha”, la rielaborazione del fotografo è giustificata, anzi è richiesta. Vincono dunque gli integrati (succede spesso!) o quantomeno oggi la posizione maggioritaria è tollerare l’utilizzo massiccio della post produzione anche nella foto di reportage.

Non colui che ignora l’alfabeto, bensì colui che ignora la fotografia, sarà l’analfabeta del futuro” scrisse László Moholy-Nagy: chi non sa che la fotografia, per dire una verità, dice qualche bugia, rischia l’analfabetismo.

Neil Leifer