Freya Jobbins, dal Valhalla dei giocattoli con “inquietanza”

Mad Macca

Prima ancora di decidere se andare a fare un giro alla mostra del Dott. Gunther Von Hagens a Milano, pregustavo già di intitolare il mio post “Body Worlds: “Mamma, vedo la gente morta” ” (virgolette di virgolette, virgolette alla seconda), quando una resipiscenza del mio senso del dissacratorio a tutti i costi mi ha dato coscienza di ciò: non scriverò un post sulla mostra del Dott. Morte, anche se la tentazione di raccontare a parole mie di come l’abbia trovata bellissima seppur dopo una iniziale sopraffazione della mia ghiandola pineale per via del macabro avvolgente (il tema delle forme che assume il fascino della contemplazione della morte, lo ammetto, io lo sento molto e penso anche che l’invenzione linguistica dell’aggettivo inglese “morbid”, sia una delle cose più pulite che la lingua umana può inventarsi) e di come mi sia ritrovata nel bel mezzo della visita a sviluppare una disinvolta intolleranza nei confronti di chi, alla Fabbrica del Vapore, con le sue gambe si aggirava per i corridoi bui, lasciandosi andare a trivialità sulle parti intime dei plastinati che, quando non rimosse, erano a vista, se non simpaticamente fatte a fettine, è quasi irresistibile; come dopotutto irresistibile è anche la voglia di esprimere il concetto che, visitandola, alla morte non ho pensato quasi mai.

Zeus 2D

Comunque, tra le altre cose, mi è venuta in mente Freya Jobbins, l’artista australiana che assembla creature antropomorfe con membra di giocattoli di “Matteliana” memoria e appaga alla grande la mia propensione estetica per quel tipo di inquietante che disturba molti ma non fa male a nessuno.
E come non aspettarsi qualcosa di brillante o di almeno associabile a suggestioni con l’aldilà, da una che i genitori hanno chiamato come la coppiera di Odino?

Partendo dal presupposto che il consumismo legato al mondo-bambino (che è pari solo a quello generato dal mondo-cane) arricchisce solo i cumuli di immondizia complessa da smaltire (sì, sì anche l’industria che produce, ma non è questo il luogo né il tempo), l’artista, con brandelli di giocattoli di plastica rubati al sacco nero, compone personaggi che pur nelle loro espressioni di composta imperturbabilità, danno idea di essere in procinto di voler combinare qualcosa di irreparabile. Perrsonalmente trovo interessante soprattutto la capacità che riconosco a questi assemblage di trasmettermi un senso di latenza e divenire pur nella loro dimensione finita.

Aggiungendo una gamba qui e un orifizio là, non sembra infatti anche a voi di veder materializzarsi una nuova, temibile, pensante appendice?
O forse nella notte, come materia a memoria di forma dotata di parecchia creatività osservata discretamente nel tubo di carta fiorentina del caleidoscopio, vi sembra più probabile che questi personaggi si riapproprieranno delle loro vite originarie, condannando allo smaltimento consapevole (e senza tramandarne memoria) chi li ha generati?

Anche se, lo ammetto, è piuttosto con invidiosa ammirazione che contemplo l’ attitudine che hanno alcuni, di trasformare in opere quotate la materia destinata alla disgregazione molecolare; me la potete innestare per piacere? Anche verso l’esterno, che la maschero coi capelli.

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