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works that work

Issues | Works That Work

Bando al design fighetto, alla forma che non nobilita la funzione ma la sostituisce, ai grossi nomi e agli ancor più grossi ego dei designers internazionali.
Works That Work, magazine prossimo al debutto, come da titolo focalizzerà l’attenzione solo sul design che funziona: dagli urinatoi giapponesi con la mosca (stampata per stimolare, giocando sulla sfida, la competitività, l’istinto innato del maschio a mirare, arnese in mano, tutto quel che capito a tiro… d’urina) alle dabbawalas utilizzate dai venditori di cibo da strada di Mumbai, passando per la segnaletica stradale o il sistema di traduttori visivi Kwikpoint, usati nelle cliniche “ai confini del mondo” o dai soldati in Afghanistan ed Iraq per comunicare con la popolazione del luogo.

Works That Work, ideato e realizzato dal designer olandese Peter Biľak — fondatore di Typotheque — e finanziato attraverso l’ormai indispensabile (per i magazine indipendenti) crowdfunding, uscirà ogni sei mesi, sia in versione digitale che cartacea.
Interessante ed inusuale la modalità d’acquisto: oltre a poter scegliere tra l’edizione fisica e quella virtuale — o prendere entrambe — sarà anche possibile acquistare i singoli articoli (come eBook, PDF o in html) al prezzo di 1€. Mi chiedo se funzionerà, anche se tra chi ha già iniziato ad adottare il cosiddetto sistema pay per read, oltre ad innumerevoli casi di insuccesso, c’è anche chi è riuscito a svincolarsi dalla pubblicità, sogno proibito per chiunque produce contenuti e si trova costretto a vendere spazi per finanziare la propria attività.

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