Canon Eos M diary | FedoraMI

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Da qualche settimana ho in mano la nuova Canon Eos M, gioiellino del marchio giapponese e sua prima incursione nel mondo in espansione delle cosiddette fotocamere mirrorless.
In qualità di “ambasciatore” italiano della Eos M la sto provando sul campo, utilizzandola per documentare il mio lavoro, come sempre alla ricerca di luoghi, persone, idee interessanti di cui parlare.
Durante un classico, grigio pomeriggio milanese mi ritrovo in un’altrettanto tipica casa di ringhiera, una di quelle col ballatoio affacciato sul cortile — fino a qualche decennio fa case come queste erano considerate popolari, ora sono ricercatissime.
Sembra di fare un salto nel passato e, una volta aperta la porta dell’appartamento di Valentina Nuzzi, la sensazione diventa ancora più intensa.
Valentina è la creatrice di un marchio di borse artigianali, FedoraMi, che si sta pian piano facendo conoscere come una tra le più interessanti realtà emergenti del nuovo made in Italy. Le sue borse sembrano arrivare direttamente da un’altra epoca ma allo stesso tempo riescono ad essere assolutamente contemporanee. Un po’ come la casa dove abita e soprattutto come l’incredibile quantità di oggetti, mobili, soprammobili ed opere d’arte – un tripudio di pop e modernariato – accumulata nel suo appartamento, dove la passione per il vintage ed il collezionismo è evidente. Basta buttare lo sguardo in un punto a caso per trovare qualcosa che abbia una storia da raccontare.

Vengo da una famiglia di fanatici del collezionismo.
Mio padre è pubblicitario e la maggior parte delle cose che vedi guardandoti attorno sono riuscita a “rubarle” a lui.
I miei genitori portavano me e mia sorella in giro per mercatini fin da quando eravamo piccole. Non riuscirei mai a vivere in un appartamento minimalista. Casa dei miei genitori e casa di mia sorella sono come la mia. Non riesci quasi a girarti senza sbattere in qualcosa.

L’ispirazione vintage è fortissima anche nelle tue collezioni di borse

L’ispirazione arriva dalle borse di mia nonna. Avevo una nonna molto “stilosa”, metà italiana e metà tedesca. La prima borsa che ho fatto come FedoraMi si ispira proprio a quella che portava sempre lei. Mi ricordo proprio le volte, quando era bambina, in cui andavamo in giro insieme e lei aveva quella borsa. E’ una classica doctor bag, che negli anni ’60 era molto di moda.
Poi io chiaramente l’ho modificata, svecchiandola un po’. E dentro ci ho messo le stoffe (meravigliose) di Liberty London. Creano un bel contrasto tra l’esterno, classico, e l’interno, giocoso.
Le stoffe Liberty London sono le uniche cose non made in Italy dei miei prodotti.

Ma i modelli li disegnava tua nonna?

A volte sì. Altre volte andava semplicemente in un laboratorio artigiano e spiegava quello che voleva.
Lei è comunque la mia ispirazione principale e nella mia ultima collezione una borsa si chiama come lei, Bertha.

Da quanto hai iniziato?

Da appena un anno e mezzo. Ho iniziato un po’ per gioco ma soprattutto perché avevo voglia di fare qualcosa da sola, di esprimere me stessa. Perché dietro ad una scrivania non riuscivo più a starci. Mi sembrava di perdere tempo.
Ho sempre lavorato nella comunicazione, soprattutto nel campo della moda. Prima di fondare FedoraMi lavoravo per una concessionaria di pubblicità. Poi è scattata la molla. Mi sono detta “proviamo”. E da lì è iniziato tutto. Ovviamente con tutte le difficoltà che comporta lanciare un nuovo marchio in Italia.

Apriamo una parentesi da trentenni scoraggiati dalla politica, dalle prospettive, dal Sistema Italia; tocchiamo argomenti come l’andarsene all’estero, ci raccontiamo aneddoti, passiamo dalla negatività totale a lampi di ottimismo, come in una puntata di Report; sorseggiando tè e fumando sigarette la parentesi va dal minuto 8:20 al 13:30, quando ciascuno inizia ad ipotizzare un futuro al di là dell’oceano. Valentina ha studiato negli USA e dice che suo padre si è sempre chiesto perché mai abbia deciso di tornarsene in Italia. Mi racconta che una volta ha collaborato con una ragazza di Los Angeles, mettendo insieme design californiano e tessuti e lavorazione italiana.
Mi chiedo: con marchi italiani hai mai collaborato?

Finora no ma sono sempre aperta a qualsiasi cosa.

Decido di provocarla. E se arrivasse la grande maison e ti chiedesse di fare la designer per la loro linea di borse?
So che nel loro intimo sono molti i fashion designers indipendenti che farebbero immediatamente le valigie in caso di una chiamata del genere. Valentina ci pensa un po’ su. Si vede chiaramente che un demone è apparso da una nuvoletta di fumo e sta cercando di convincerla a vendergli l’anima.
Con una risata la nuvoletta svanisce e lei ritorna nel mondo reale.

In verità una richiesta del genere mi è arrivata un po’ di tempo fa. Ho letto le prime tre righe della mail ma poi mi sono detta di no. Non nego di averci pensato su, però le mie borse le vedo come le mie bambine. Prima voglio provarci con le mie forze. Poi è chiaro che se andando avanti non vedo alcun tipo di prospettiva in quel momento inizierò a guardarmi attorno.
Ma quando ora vedo le mie creazioni addosso alle persone sono felice perché poi la maggior parte delle volte le persone che le comprano sono proprio quelle che vorrei che le comprassero. Persone anche molto diverse tra loro. Ci sono le donne super-classiche, altre più particolari… Il bello è anche questo. Il bello è sentirsi fermare per strada da qualcuno che è rimasto colpito e ti chiede dove l’hai comprata e quella è la TUA borsa, capisci? L’hai fatta tu e magari una signora che non conosci ti ferma e da lì inizi a chiacchierare e in attimo ti sei fatta una nuova cliente. Cose del genere però mi capitano molto più spesso all’estero che in Italia, purtroppo.

Mi incuriosisce il fatto della cliente che è esattamente come vuoi che sia. Credo sia una prova di carattere e soprattutto di estrema fiducia in quello che è il tuo prodotto.

Il segreto per me è non seguire trend. Non fare prodotti modaioli e mass-market…

Sul mio schermo, tra tutte le segnalazioni che ricevo, di roba furba ne passa a bizzeffe. Marchi che fiutano il trend in arrivo o seguono quello che va per la maggiore e dimostrando una totale assenza di personalità si mettono a fare collezioni pensate solo e soltanto per vendere e racimolare denaro. E a mia volta questo tipo di realtà riesco a fiutarle subito.

Le borse FedoraMi o ti piacciono o non ti piacciono.

Io “mi piacciono”. Perché credo che portare avanti una propria ricerca, cercare di fare il proprio prodotto al meglio alla fine aggiunga un nuovo pezzetto – magari piccolo ma comunque significativo – al mondo. E sono sempre scoraggiato quando vedo gente che casca nel tranello. Acquirenti ma anche giornalisti o miei colleghi. Non dico di non esserci mai cascato anch’io, ci mancherebbe, ma bisogna tenere la soglia dell’attenzione sempre altissima.

A me dispiace soprattutto che il pubblico guardi sempre meno alla qualità del prodotto. Se parliamo di grandi marchi ad esempio, oggi sarebbe quasi impossibile fare pezzi della stessa qualità di quelli degli anni ’80.
Vedo ad esempio le cose di mia nonna, che sono ovviamente di prima degli anni ’80. Hanno cinquant’anni e sono perfette. Ho addirittura un suo cappotto di Chloé ed ha ancora un suo stile. Potresti benissimo metterlo anche adesso.

Il classico cappotto della nonna…
La mia è morta poco tempo fa e a casa sua abbiamo trovato un armadio pieno di vecchi abiti e dei cappotti di una qualità incredibile. E lei non era di certo ricca. Faceva la casalinga, moglie di un falegname e la sera cuciva e ricamava tende per un negozio di tessuti. Però, come facevano in tanti, metteva da parte i soldi per comprarsi capi fatti come si deve. Magari una volta all’anno o anche meno. Ma c’era un’attenzione verso questo tipo di cose.

Era un investimento che facevi al momento ma che poi veniva ammortizzato dalla durata. Ora una cosa del genere è pressoché impensabile.
Le stesse borse da cui prendo ispirazione ne hanno tanti di anni. Quelle di mia nonna di cui parlavo prima ma anche quelle che puoi trovare ai mercatini o alle aste.

Partecipi alle aste?

In realtà la prima l’ho fatta quest’anno, qua a Milano, se non ricordo male vicino a Linate. Non ne avevo mai fatte prima poi mi sono appassionata a tutti quei programmi tipo “A caccia di tesori” o “Affari al buio”. Me li registravo tutti. E’ stata mia sorella a dirmi dell’asta. Ho deciso di andare e devo dire che per una come me è stata un’esperienza divertentissima.

Non ci sono mai stato. Come funziona? Come vedi nei film?

In pratica quando ti iscrivi ti danno la paletta ed il catalogo e man mano che passano i prodotti alzi la paletta quando mostrano quelli a cui sei interessato.

Era una di quelle aste con cose provenienti da fallimenti?

No, credo fossero delle ville di private che erano state smantellate. C’erano abbigliamento, orologi, gioielli, mobili, cose per la casa… L’asta si divideva in più giorni. In uno ad esempio c’erano solo abbigliamento e gioielli.
Ma nel catalogo c’era di tutto, comprese delle pentole in ghisa, quelle di una volta.

Chi partecipava? Solo negozianti e collezionisti o anche gente comune?

Perlopiù negozianti. Molti compravano tantissima roba.
So che c’è pure un asta bellissima, alla quale però non sono ancora andata e che credo facciano soltanto una volta l’anno, che è solo di vintage. Con pezzi di Roberta di Camerino, Chanel, Hermès… E prezzi buonissimi, lontanissimi da quelli dei negozi di vintage che – in Italia ma anche negli Stati Uniti – spesso ti fanno pagare una borsa di Chanel degli anni ’70 come una nuova.

E tu cos’hai comprato?

Tre cose: una giacca di Hermès, una borsa e un anello antico che mia sorella mi aveva appositamente chiesto di provare a comprare.
I prezzi comunque sono buoni, se hai la fortuna di non avere “rivali” che alzano la paletta. Ché poi quando sei lì ti incattivisci. Io ho provato pure a fare un altro acquisto ma c’era uno che continuava ad alzare il prezzo e alla fine ho abbandonato.
Non credo però che qui in Italia le aste siano frequenti come negli Stati Uniti. Qua però ci sono tanti posti dove puoi portare le tue cose in conto-vendita, tipo mobili, gioielli.
In uno sono ormai cliente fissa. Ci ho preso diversi pezzi per il mio “altarino del calcio”.

Altarino del calcio? Mi accorgo solo in quel momento di essere in casa di una fanatica interista. In effetti la tv accesa (ma con l’audio a zero) su una partita (registrata!) fin dal momento in cui sono entrato in casa di Valentina avrebbe dovuto farmici arrivare subito. Non bastasse la tv, la stanza è piena di cimeli calcistici.
Valentina si alza e mi fa fare un mini-tour nel suo piccolo museo dedicato all’Inter.

Il calcio mi mette allegria. E mi riempie pure la casa.

In un angolo c’è un vecchio poster satirico sul dualismo Milan-Inter. E’ del ’71. Lì vicino un tabellino di quelli del Totip, con i risultati. In tv la partita continua ad andare. Ma la stavi guardando?

No. E’ una partita dove l’Inter ha perso. L’ho messa come sottofondo.

Vai anche allo stadio?

Molto spesso.
Il calcio è una malattia. Quando sono fuori i miei amici mi messaggiano in continuazione quando ci sono le partite. Una volta me ne hanno pure fatta vedere una “in diretta” su skype…

In una sola stanza di casa sua c’è più roba di quanta la maggior parte della gente ha in un intero appartamento. Sopra il camino c’è una lavagna con su scritto Juve-Inter 1-3.

Lì segno le notizie sportive. Quella è stata una bella serata.

Lì vicino, incorniciati, ci sono dei vecchi fumetti.

Sono di mia madre, che negli anni ’60 viveva negli Stati Uniti e li comprò all’epoca.

Un flipper…

Era di mio padre. Ci giocavo da bambina ma ora è rotto.

Fai fiere?

Non ne faccio. Non ci credo molto. E’ un grosso investimento e in un momento del genere sto molta attenta ai costi e non credo che ne valga la pena.
Ho pensato di fare il Tranoï a Parigi ma poi ho desistito.

Anche io credo che per un marchio esordiente andare in fiera non sia sempre un’ottima mossa.

Prima voglio provare a farcela da sola, con i miei mezzi.
Per ora non vendo neanche nei negozi ma soltanto online. Ho avuto molte richieste ma sempre per conto-vendita e sono totalmente contraria a questo tipo di rapporto. Che ciascuno si prenda il proprio rischio d’impresa!
Comunque la cosa in assoluto più difficile, in questo mondo, è farsi conoscere. Quindi in questo momento sto puntando più di tutti a quello. Perché so che come prodotto può funzionare. Le mie borse – e lo dico tenendo i piedi ben piantati per terra – piacciono. Però non mi “sputtanerei” mai nel darla alla velina o alla fashion blogger di turno.

E’ un discorso coraggioso. Molti quando intravedono la via più semplice iniziano a percorrerla.

Non credo sia coraggioso. Se credi fortemente nei tuoi prodotti, se li senti tuoi fino al midollo, non vuoi “svenderli” e “svenderti”. E non c’è contropartita che tenga.
Non mi importa venderne 1000 a 1000 che non sanno apprezzarla. Meglio venderne 5 alle persone giuste. Se poi vedo che non riesco ad andare avanti vorrà dire che dovrò cambiare e mettermi a fare altro.
Ma la cosa più bella me l’ha detta una mia amica: “questa sarà la borsa che regalerò a mia figlia”. Lì mi sono emozionata.

Significa che sei riuscita a comunicare qualcosa. Spesso anche i grandi marchi fanno fatica a riuscire a comunicare quella che è la loro storia. Sembrano saltare di qua e di là in base a come cambia il vento, quasi dimenticandosi delle radici.

Tempo fa feci delle dust bags e trovai delle “sartine” vicino a casa mia, in campagna – io ho una casa vicino Como – e tu le vedevi… Loro lavoravano pure per grandi marchi ed entravi e trovavi magari Tom Ford! Ma loro erano signore vecchio stile, di una volta, che parlavano in dialetto, ma che facevano parte di una realtà interessantissima. Secondo me è importante far vedere anche quello che c’è dietro, come vengono fatte le cose: non soltanto il prodotto finito ma anche la storia di quel prodotto.
Credo che anche se hai un piccolissima storia dietro valga comunque la pena comunicarla. Io ad esempio fin da quando ho iniziato ho sempre messo sul mio blog le foto degli artigiani, la scelta delle pelli e delle minuterie. E credo sia poi bello anche per i fornitori di fiducia ed i laboratori con i quali hai instaurato un rapporto che va spesso oltre quello puramente commerciale.
Ho avuto la fortuna di trovare degli artigiani fantastici, che mi hanno sempre aiutato, accompagnato nelle scelte. Mi hanno letteralmente preso per mano e fatto capire, forti di cento anni di esperienza che hanno, cosa eventualmente era possibile modificare o addirittura migliorare. Perché dopotutto “nessuno nasce imparato”. Io ho studiato economia quindi, pur avendo sempre avuto una grossa passione per le borse e soprattutto per il vintage (e credo che dalla casa si possa intuire…), vengo comunque da un mondo che non c’entra niente.

Immagino poi che gli artigiani a cui affidi la lavorazione di quello che è un tuo prodotto debbano comunque crederci in quel prodotto almeno quanto te, soprattutto se danno suggerimenti per farlo nel miglior modo possibile.

Sì, ad esempio un’azienda molto importante di Milano, che lavora per grandissimi marchi, hanno quasi “sposato” il mio brand e mi hanno incoraggiato molto, dicendo che vedere una ragazza che fa borse come le mie a loro fa un certo effetto… un po’ come tornare al passato.

Quindi sei totalmente da sola in questo progetto. Nessun socio, nessun assistente…

Sola, solissima.
Ho solo un ufficio stampa, le bravissime ragazze di Aubergine Factory [sono pure amiche mie e sono state loro a combinare l’appuntamento, ndr] che, soprattutto col web – a me che venivo dalla comunicazione tradizionale – mi hanno davvero aperto un mondo.
Visto che viaggio molto e sono sempre in giro per mercatini mi hanno consigliato di fare un blog e di usarlo ad esempio per dare consigli di viaggio e per raccontare le mie ispirazioni.

E i lettori del blog partecipano?

E’ aperto da poco quindi non è che sia ancora frequentatissimo. Ma in diversi mi hanno scritto per ringraziarmi di qualche dritta sui mercatini.
Di solito quando vado da qualche parte ci tengo ad informarmi sulle storie e poi a raccontarle. Non è che se vado a Santa Cruz faccio la foto della statua del surfista, la pubblico ed è fatta e finita. Cerco di scoprire quante più informazioni possibili.

Qua iniziamo a divagare. Davanti al tè – il registratore ha memorizzato tanti di quei tintinnii da sembrare un pranzo di sei persone – si parla di surfisti e di fissati con il cibo organico (Valentina ha studiato a Santa Cruz quindi conosce bene il posto), di bevande fatte con i funghi, di Chateau Marmont e di atmosfere da film horror, di fashion-bloggers e cultura dell’apparenza, di tempeste solari e sonde spaziali che ancora lanciano messaggi da miliardi di km di distanza, di americanate e dell’immagine che l’Italia dà di sé all’estero. Valentina è tornata da poco da New York e le chiedo se si è “beccata” l’uragano Sandy. Mi fa vedere un po’ di foto che ha sul telefono. Sono case sventrate in pieno centro.

Eppure loro hanno una capacità di riprendersi pazzesca. Nel New Jersey in quei giorno non avevano la luce ma andavano tutti lo stesso a lavorare, magari a piedi.
A New York c’erano negozi che avevano attaccato in vetrina dei cartelli dove spiegavano che se avevi bisogno di mangiare qualcosa o andare in bagno potevi entrare liberamente.
Il mio albergo, che è stato chiuso, quando ha riaperto ha mandato una mail con scritto “la luce è tornata, le cucine sono state riempite e la musica è in sottofondo, vi aspettiamo”. A me queste cose qua piacciono da matti. Questo spirito… Con una sola frase sono riusciti a creare un’immagine calda e ospitale. Sono piccole cose che però riescono a rendere tutto un po’ speciale.

Non so come, passando per Obama vs. Romney, ci troviamo a parlare di Scientology e finiamo per chiacchierare di oroscopi come due vecchie zie fricchettone. Valentina dopotutto è acquario come me e due acquario che si incontrano finiscono SEMPRE per parlare di oroscopi.

co-fondatore e direttore

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