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How can design recharge our city? | Kunstraum Kreuzberg

Come ogni metropoli che si rispetti Berlino è “vittima” della cosiddetta gentrificazione. Semplificando, senza alcuna intenzione di propinarti un saggio sociologico, si tratta di un complesso fenomeno per il quale una zona della città prima considerata popolare, con abitazioni che per svariate cause, tra le quali il degrado (ma la capitale tedesca è un caso del tutto particolare per via della fuga in massa verso ovest da parti degli abitanti dell’ex-DDR in seguito alla caduta del muro) sono a basso costo, viene popolata da una nuova fascia sociale, solitamente più benestante. A quel punto i servizi migliorano, altra gente arriva e i prezzi delle case salgono.
La conseguenza, almeno per quanto riguarda le periferie – territorio di conquista per la classe media – è una crescente omologazione dei quartieri, la loro trasformazione in non-luoghi suburbani che finiscono per perdere la loro identità.

Nei grandi centri urbani, però, spesso la gentrificazione assume caratteristiche più estreme: i primi ad andare all’assalto degli alloggi a basso costo sono le comunità di artisti che, seguiti da piccoli imprenditori e start-uppers, trasformano i quartieri degradati in veri e propri centri pieni di fermento, convertendo edifici industriali in decadenza in studi, gallerie e locali ed attirando in zona capitali sempre maggiori, che finiscono per far salire alle stelle i prezzi, con le élites che si trasferiscono nei neonati poli culturali cittadini mentre le avanguardie se ne vanno a cercare alloggi low-cost da qualche altra parte. E via così, in un ciclo continuo che dopotutto rappresenta il “battito cardiaco” di una città.

Kreuzberg, a Berlino Est, ha vissuto e sta vivendo lo stesso destino. Negli ultimi anni è diventata una delle zone calde della capitale ed ora sta subendo un relativo aumento dei prezzi. Sottolineo relativo perché trattandosi di Berlino i costi degli affitti sono ancora più che sostenibili, bazzecole rispetto a quelli di città italiane come Roma, Milano, Firenze o Bologna. Per ora, a Kreuzberg, c’è spazio per tutti. O giù di lì. Certo se senti chi è cresciuto qui o chi rivendica di essersi trasferito in zona da anni e in tempi non sospetti, i mutamenti che sta vivendo il quartiere sembrano quasi drammatici e insostenibili. Ma in effetti la situazione, vista da un occhio esterno (il mio e quelli di altri compagni di viaggio tedeschi) è invidiabile per chi è abituato alle zone abbandonate a se stesse o quelle riqualificate “a forza” tipiche delle città italiane.
A Kreuzberg i vecchi abitanti non sono ancora emigrati in massa ed è uno dei pochi quartieri a poter essere definito davvero trasversale e cosmopolita, accogliendo comunità eterogenee e conservando un’identità forte.

Lo si percepisce benissimo entrando in uno dei centri culturali del posto, il Kunstraum Kreuzberg/Bethanien.
Si tratta di un ex-ospedale costruito a metà ‘800 su ordine di Federico Guglielmo IV di Prussia. Il nome Bethanien è la traduzione tedesca di Betania, paese nei pressi di Gerusalemme dove Gesù resuscitò Lazzaro.
L’ospedale rimase in funzione fino al 1970 e nel ’74 ne venne programmata la demolizione ma un intreccio di interessi politici e la decisione degli abitanti del quartiere di preservare un edificio considerato storico lo salvarono dalle ruspe.

In molti presentarono progetti di riqualificazione e alla fine l’ospedale venne finalmente convertito in un centro per le arti contemporanee e divenne uno dei luoghi più attivi di Berlino Est – e della Germania in generale – sia sotto il regime comunista che dopo la sua caduta nell’89.
Oggi il Kunstraum Kreuzberg/Bethanien è uno spazio polivalente, adibito a museo, residenza per artisti, orti comuni, workshops di ogni disciplina artistica immaginabile, una scuola di musica ed un caffè/ristorante.

Scesi dal sellino della nostra bici elettrica dopo la prima tappa del nostro tour berlinese, sotto un cielo che minaccia pioggia da un momento all’altro, io e i miei compagni di viaggio veniamo accolti da un viavai di famiglie con bambini (è domenica) e da un atrio scuro – “da chiesa” – che toglie il fiato, mentre voci e suoni si mischiano in echi che rimbalzano sulla pietra del pavimento e dei muri.

Il caffè è semivuoto (si riempirà più tardi) ma attraversando i corridoi pieni di graffiti capiamo dove sono tutti. Le stanze – le porte pressoché sempre aperte – sembrano micro-mondi: ci sono i fricchettoni che suonano lunghi rami con su attaccate corde che vibrano; passi davanti a un’altra porta e trovi bambini di ogni età che dipingono mentre dalla porta più avanti senti altri bambini che cantano in un’altra stanza ancora stanno imparando a suonare; ci sono immigrati che fanno corsi di tedesco e artisti che chiacchierano; gente che guarda film; anziani che leggono.

Cazzo – penso – questo è il mondo che voglio. Non voglio sbattermi a cercare ogni domenica qualcosa di minimamente decente da far fare a mia figlia (che infatti si diverte di più a casa a fare cose con noi). Dov’è il centro del mio quartiere? Ditemelo. Non per forza un posto così, non chiedo tanto. Ma un centro.

E la gente sorride. E’ cortese. E’ felice (?). Se vieni dal paese dei furbi, dei vecchi (non anziani, attenzione, vecchi), degli imbucati, dei lei non sa chi sono io, dei guarda quante centinaia di euro di roba ho addosso, il vecchio Bethanien di Federico Guglielmo pare un’anacronistica comune di compagni socialisti, ma siamo noi quelli sbagliati, siamo noi quelli stronzi, dalla cima del monte dal vertice alla base che fatica a tirar fuori la testa dal guano che ha spensieratamente scaricato ovunque per decenni, educando generazioni su generazioni all’arrivismo e al qualunquismo, alle gomitate e all’individualismo più abietto, quando invece quello che fanno lì, in quell’ex-ospedale di Kreuzberg è semplicemente vivere insieme, fare cose come quelle che facciamo noi a casa (magari suonare un ramo no) ma con tanti altri e in un mega-salotto comune con decine di stanze.

Certo non è che questi stanno in paradiso e noi ce la “spassiamo” in uno dei gironi danteschi ma gli occhi non mentono. E io un posto del genere non l’ho mai visto dalle nostre parti (Macao? E’ finito all’italiana: zero pragmatismo, fucili puntati addosso dalle fazioni avverse e pure dall’interno). Chiudo qua il discorso. E’ un tema sul quale mi infervoro facilmente. E se da una parte ci sarebbe tanto da dire dall’altra lì c’è tanto da vedere, come ad esempio una bellissima mostra collettiva dedicata all’alimentazione ed intitolata Hungry City. Agriculture and Food in Contemporary Art.

La mostra ospita i lavori di artisti internazionali che dagli anni ’60 ad oggi hanno lavorato e lavorano sul tema cibo ed agricoltura e di materiale (per pensare oltre che da vedere) ce n’è un’infinità. Al contrario del tempo che abbiamo noi poveri ciclisti elettrici, già col caschetto in testa per la prossima tappa.
Sotto al caschetto, almeno io, le rotelle che girano e fanno lo stesso rumore della rosicata amara.

Le puntate precedenti:
Berlino in sella ad una smart ebike
The WYE e Konzept86

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