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Anca Miron riempie gli spazi (vuoti)

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Quando si parla di “personalizzazione della moda”, gli scettici di turno storcono il naso, consapevoli di quanto il mondo del prêt-à-porter e, soprattutto, del fast fashion abbiano momentaneamente lasciato in disparte questo concetto. L’esigenza di tornare ad essere noi i protagonisti di ciò che siamo – e indossiamo – si fa sempre più incalzante.
Con la collezione Fill In The Blank qualcuno sta per correre in nostro aiuto: Anca Miron.

Da sempre influenzata dagli esponenti del Fluxus degli Anni Sessanta, i quali rivendicavano la sublime artisticità dei movimenti e delle espressioni più quotidiane e banali, la designer assorbe questo concetto e ne fa la chiave di lettura basilare per le sue creazioni.
Nel suo tentativo di “riempire gli spazi”, i capi che crea non si limitano ad essere indossati, ma partecipano attivamente alla manifestazione di una concreta personalità: la propria.

I suoi abiti, dal design geometrico e lineare, sono costruiti in modo da sovrapporsi gli uni con gli altri in un infinito puzzle di contrasti cromatici. Uno stesso capo, poi, può accorciarsi, allungarsi o reinventarsi inseguendo forme sempre diverse, come nel caso dell’abito che si ritorce fino a diventare un caratteristico poncho.

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Elemento cardine e molto interessante di questa collezione rimane l’Opinion Dress, un vero e proprio social network ambulante su cui è possibile scrivervi qualsiasi cosa ci passi per la testa, esattamente come se stessimo per digitare un tweet o uno stato di Facebook. Al primo lavaggio, il capo si ripristinerà tornando allo stadio originario, pronto per essere nuovamente personalizzato.

La collezione di Anca Miron riesce a riempire quel vuoto impalpabile della massificazione con un gesto coraggioso di chi si ribella all’arte sistematicamente creata. Ognuno di noi è un’artista e ha una propria opinione: Anca Miron ci permette di urlarla al mondo attraverso il nostro fluxus primordiale.

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