Immagine di Eric Héliot da 'Bernard et Moi', Editions Sarbacane – tutti i diritti riservati

Tempo fa un’amica mi racconta di aver portato la bambina, 6 anni, al cinema e di esserne uscita stupita. Come è possibile che nella stessa giornata in cui ha visto per la ventesima volta Princess Mononoke, poi si diverta guardando Madagascar 3?

Prendo lo spunto da questa domanda per spiegare una cosa sui bambini che, in anni di frequentazione nelle scuole, penso di aver capito e che invece sfugge a molti, non solo genitori, ma anche e soprattutto insegnanti ed educatori.
Se dovessi riassumere in un’unica frase il concetto direi che i bambini hanno fame di storie.
Sembra una banalità, ma non lo è a giudicare da quanti genitori si lamentano per il fatto che i figli passano tutto il giorno davanti alla TV.
Secondo voi perché lo fanno?

Ho sempre difeso la TV. Davanti agli insegnati dei corsi di aggiornamento mi sono guadagnato occhiate torve, ma non me ne pento. Ho smesso di guardare la TV da parecchio tempo, perché non la trovavo più interessante, ma questo è un problema mio. Di TV mi sono “nutrito” a lungo. A un certo punto non ci ho trovato niente di “nuovo” e ho smesso di guardarla.

Che la guardino i bambini però mi sembra più che normale, per due motivi: il primo è che non hanno ancora visto molte cose e tutto gli sembra nuovo, il secondo è che i bambini sono affamati di stimoli, di novità e di storie.
Sono affamati in un modo smisurato e vorace. Se siete il tipo di genitore che legge le storie ai figli prima di addormentarsi saprete che i bambini vi chiedono la stessa storia per un numero infinito di volte.

Immagine di Eric Héliot da 'Bernard et Moi', Editions Sarbacane – tutti i diritti riservati.

Anni fa regalavo spesso i miei libri a un’amica che aveva una bambina di 4 anni. Ci si vedeva una volta l’anno e quando le portavo le nuove uscite le prendeva come un assetato nel deserto agguanterebbe una bottiglia d’acqua.
«Finalmente, non ne posso più di Bernard!» aggiungeva di solito.

Bernard et moi è uno dei miei primissimi libri, la storia di un certo Conrad che abita in un appartamento con un elefante. La mia amica lo ha letto, povera lei, centinaia di volte. Anche due volte la stessa sera. L’arrivo della novità di solito distraeva l’appetito di Mareva, sua figlia, per qualche giorno almeno, prima di tornare a chiedere il suo “classico” preferito.

Mi ricordo due occasioni in cui Mareva mi fece ragionare su come i bambini leggono e vivono le storie. La prima: quando al mattino Bernard si prepara per uscire, fa innanzi tutto un po’ di ginnastica, poi fa colazione con trentatre fette di pane con burro e marmellata (del resto è un elefante!), poi si spazzola i denti, controlla sulla bilancia di non essere ingrassato (ci tiene alla linea) e quindi schizza giù per le scale per non perdere l’autobus.

Immagine di Eric Héliot da 'Bernard et Moi', Editions Sarbacane – tutti i diritti riservati.

Eric Heliot illustrò ogni singolo passaggio di questa sequenza tranne… Bernard che sale sull’autobus, perché non ci stava e perché ogni tanto nei libri per bambini si lascia qualcosa di non rappresentato, perché i lettori possano immaginarselo.

Mareva però ci rimase male, era piccina e di quel libro penso amasse il fatto di essere, pur disegnato in modo buffo, molto realistico e dettagliato. Erano dettagliato in tutto tranne però che in quel particolare. Non c’era l’autobus. E me lo fece notare!
Ma è sopratutto l’altra cosa che mi diede da pensare. La sua pagina preferita era quella in cui Bernard la sera torna stanco da lavoro.
Mareva spesso chiedeva di tornare indietro per guardarla ancora.

Immagine di Eric Héliot da 'Bernard et Moi', Editions Sarbacane – tutti i diritti riservati.

Perché?
Non era un passaggio particolarmente incisivo della storia, eppure le piaceva rivedere quella pagina.
Il fatto è che attraverso i libri, ma anche la TV e qualsiasi cosa sia narrativo, i bambini riconoscono la vita e si immaginano quella che vivranno. Si immaginano anche altre vite impossibili, popolate di magia e di soprannaturale. In realtà anche gli adulti vivono la narrativa allo stesso modo, ma spesso se ne dimenticano.

Quindi, tornando a quella pagina, cosa c’era di tanto speciale?
Ci ho ragionato un po’ e penso di aver trovato la risposta: l’immagine di suo papà che torna a casa la sera. Penso che semplicemente Mareva volesse rivivere più volte quell’immagine paterna, anche se trasferita su un elefante. L’istante in cui suo papà tornava a casa, perché essendo un istante, dura poco.
Prima c’è l’attesa, poi eccolo! Finalmente è a casa e sta con te.
Il momento in cui torna a casa dura solo un secondo.

Immagine di Eric Héliot da 'Bernard et Moi', Editions Sarbacane – tutti i diritti riservati.

Riuscite a capire il potere delle storie?
Riuscite a immaginare cosa può esserci in una singola storia, per un bambino?
Conforto, paura, divertimento. I bambini ne cercano di continuo ed ecco perché chiedono di rileggere la stessa storia più volte.
Ecco perché sono capaci di riguardare un dvd 50 volte.

Ed ecco perché guardano la TV: la TV è sempre lì, pronta e disponibile, per raccontare loro storie. Non importa che siano ben scritte o ben disegnate, sono storie. Con il tempo poi si affezioneranno a storie più raffinate, a un certo punto alcune gli sembreranno “già viste”, ma per arrivare a quel punto occorre che ne abbiano consumate molte.
Non si può pensare che a 6 anni abbiano già lo spirito critico di un adulto di 35.

'Princess Mononoke' di Hayao Miyazaki, Giappone 1997

Tornando quindi alla domanda: si può guardare Miyazaki e Madagascar 3 nello stesso pomeriggio?
Perché no? Sono storie diverse, che toccano temi diversi: uno il rapporto tra l’uomo e la natura in un’atmosfera magica, l’altro la goliardica avventura di un cast di animali divertenti. Uno è tragedia e riflessione, mistero e scoperta; l’altro è comico, una sequela di gag e di capitomboli divertenti. Sono due storie che in qualche modo nutrono due appetiti differenti: quello della paura e del mistero, quello delle risate a crepapelle, da cadere dalla poltrona.

Perché bisognerebbe negare uno o l’altro a un bambino che chiede di guardarli? Evidentemente nello stesso pomeriggio ha voglia di essere spaventato e divertito.
Del resto non fanno lo stesso gli adulti? Leggono nello stesso periodo, talvolta nella stessa giornata – un saggio, un romanzo, il giornale sportivo e una rivista di gossip.

Perché hanno voglia di approfondire un argomento, di evadere con una bella storia, di capire se l’Inter ce la farà a vincere il campionato e di sapere come va tra George Clooney e la nuova fidanzata. E lo stesso fanno col cinema: alternano la commedia al dramma, la storia vera alla saga di supereroi. Lo fanno con il giornale, passando dalla cronaca nera a quella mondana, dalla politica all’economia, dalla cultura allo sport.

Personalmente ho sempre trovato tristi le persone che si negano lo svago leggero, pensando che il cinema sia solo quello impegnato e che la lettura debba essere necessariamente “seria”.

'Madagascar 3', DreamWorks, USA 2012

Il pregiudizio nei confronti della comicità è molto radicato nella nostra società, basta guardare i premi dati a cinema e letteratura. Un film divertente vince mai un Oscar?
Un libro divertente prende mai un Nobel per la letteratura?
Credo che, come molte cose, questo pregiudizio cominci a scuola. Un fatto che mi ha sempre stupito negli insegnanti è il (nemmeno troppo) velato disprezzo nei confronti dei fumetti e dei libri “divertenti”. Per qualche oscura ragione nella loro visione della letteratura il libro è quello serio, possibilmente educativo, là dove l’elemento educativo deve essere marcato ed evidente, alla libro Cuore. E deve avere tante pagine, essere scritto fitto fitto. La cultura è solo in formato biblico.

Ma poniamoci una domanda base: perché un bambino dovrebbe leggere?
– Se il senso è imparare a leggere, allora va bene qualsiasi cosa. Anche i fumetti. Quando sei bambino e stai imparando a leggere leggi anche il cartone del latte. Perché ogni nuova cosa che riesci a leggere è come una conquista.
– Se il senso di leggere è trascorrere piacevolmente del tempo, perché non un libro divertente?
– Se il senso di leggere è acquisire nozioni, siamo certi che un libro comico o una serie a fumetti non insegnino nulla?

un pagina del fumetto francese Lapinot

Io con i fumetti americani ho imparato l’inglese in terza elementare quando ancora non era nei programmi ministeriali. In seguito ho imparato molto americano con le canzoni. Adesso lo sto perfezionando con i film e i serial TV.

Ricordo che spesso chiedevo spiegazioni su termini che non capivo nei testi delle canzoni alla mia insegnante delle superiori e lei mi guardava schifata, dicendo che quello non era inglese.
Penso che uno dei motivi per cui l’Italia è un paese fallito è che gente simile insegna nelle scuole, mentre invece dovrebbe pascolare capre.
Mi rendo conto che lo slang losangelino delle band di hair metal dell’epoca non fosse incluso nei programmi scolastici, ma la scuola non doveva insegnarci? Non doveva prepararci al mondo del lavoro?

Ecco, se parliamo di lavoro, quello slang adesso mi serve più del nozionismo affettato da vecchia Inghilterra che l’insegnante cercò di rivenderci per anni. Del resto leggendo fumetti ho imparato anche il francese: se ora sono un autore “francese” lo devo principalmente a Lapinot di Lewis Trondheim e a Monsieur Jean di Dupuy e Berberian.

Monsieur Jean - Les femmes et les enfants d'abord (cover)

Il punto è questo: ogni volta che ci si chiude verso la novità e soprattutto la varietà, si rischia di perdere qualcosa di interessante. Negli stessi anni, da adolescente, leggevo Edgar Allan Poe e Isaac Asimov. L’insegnante di italiano non sapeva nemmeno che esistessero.

Mi ricordo una conversazione in cui mi disse: «Mi prendi in giro? Edgar Alla Poe? Ma che nome è? Te lo sei inventato?».
Eppure era laureata. Con la convinzione forse che la letteratura fosse solo quella italiana e che autori non inclusi nell’antologia scolastica non meritassero attenzione.

Ho finito la scuola da vent’anni ormai, ma dalle frequentazioni che ne ho avuto in seguito per lavoro, non la trovo cambiata. Ricordo qualche anno fa una maestra giovane, sulla trentina. Ce l’aveva con la TV e soprattutto con i cartoni animati violenti.
Per esempio Goldrake.
Purtroppo non potei fare a meno di farle notare che Goldrake lo guardavo io da bambino e non lo trasmettevano in TV da più di 20 anni (credo che poi la serie sia stata riprogrammata ancora una volta nel 2003).

La maestra era già entrata in quello circuito mentale, tipico della scuola italiana, per cui se ripeti quello che dicono i più vecchi va tutto bene. Di certo qualche insegnante più anziana detestava Goldrake e continuò a portarlo ad esempio di ciò che secondo lei era cattiva TV anche due decenni dopo la fine della messa in onda.
Il che ci dice due cose: la vecchia insegnante aveva smesso di guardare i programmi TV per ragazzi all’epoca di Goldrake, la giovane non aveva mai cominciato.
Entrambe però si permettevano di giudicarli.

Qualche anno fa, preso dal fuoco della nostalgia, riguardai qualche puntata di Goldrake che mi aveva letteralmente “fulminato” da bambino e scoprii che… era animata in modo pessimo e soprattutto aveva dialoghi orrendi! Non stiamo a sottilizzare se fossero i dialoghi originali o l’adattamento. Il fatto è che quando uscì la serie avevo 6 anni e per me, anche con quei dialoghi e quei disegni, rimase la serie di “robottoni” più bella di sempre, anche dopo averne visto altre. Ancora oggi risentire la sigla mi riporta indietro ai pomeriggi in cui correvo a casa dopo la scuola perché il cartone cominciava alle 17.

Questo è la conferma di ciò che penso: i bambini hanno fame di storie.
Non sempre di storie raffinate. Anzi talvolta è una fame talmente frenetica che gli va bene qualsiasi cosa.
Sta a noi adulti nutrirli. Come genitori o insegnanti abbiamo ogni diritto di cercare di trasmettere loro i nostri valori e di vigilare su ciò che assimilano. Però, non dovremmo mai dimenticare la fame. Perché io nelle scuole e nelle case dei bambini italiani, ho visto sempre bambini “denutriti”.
Denutriti sì, perché le loro camerette dovrebbero traboccare di libri e invece non ce ne sono. I libri, le storie, dovrebbero essere ovunque in una casa, anche in bagno.
Ma raramente ne trovo.

E a scuola? Nelle classi della scuola primaria in Francia trovo collezioni di libri recenti e bellissimi. E tanti fumetti. Poi libri di animali, riviste e giornalini.
E soprattutto libertà, di prendere e lasciare, leggere e scambiare, finire o non finire. Pennac scrisse le sue regole del lettore una ventina di anni fa e i francesi sembrano averle assimilate. In una scuola di montagna, in un paesino sulle Alpi francesi, qualche anno fa trovai addirittura, oltre alla singola bibliotechina molto fornita in ogni classe, anche una biblioteca più grande a pian terreno. Perché così i bambini al mattino, mentre si raggruppavano per poter poi salire tutti insieme, come prevedeva la regola, potevano leggere.

Anche in Francia genitori e insegnanti si lamentano che i bambini guardano troppa TV e passano troppo tempo davanti ai videogiochi. La chiamano la génération écran, la generazione “schermo”. Nemmeno loro hanno capito che i bambini davanti allo schermo, di qualsiasi genere sia, si sfamano. Però da quel che vedo fanno il possibile, e lo fanno da decenni, per offrire loro nutrimento.

I bambini però sono un pozzo senza fondo, non gli basta mai. E quindi dopo tutti i libri e i fumetti che riescono a masticare e mandare giù nell’intervallo a scuola, vanno a casa e accendono la TV. Oppure mettono un dvd. E non fanno troppa sottigliezza tra Miyazaki e Madagascar 3. Anzi, magari guardano prima uno e poi l’altro.
Le storie di Miyazaki insegnano senza dubbio qualcosa, ma è necessario che i bambini imparino da ogni cosa che vedono?
Se sì, allora rispondete alla domanda: siete sicuri, che le storie della serie Madagascar non insegnino nulla?
Sicurissimi?

Quando da bambino guardavo Goldrake in TV ai miei genitori non piaceva.
Lo trovavano violento, brutto e diseducativo, cosa che a 6 anni negavo fermamente.
Se me lo chiedessero oggi ecco quello che risponderei.

– Goldrake era violento?
Sì, lo era.
– C’erano cartoni animati realizzati meglio all’epoca?
Sì, quelli di Guido Manuli e di Bruno Bozzetto, per citarne solo due. Ma non andavano in onda ogni pomeriggio.
– Goldrake insegnava qualcosa?
No, non insegnava niente. Ma io l’ho imparato lo stesso: i nomi delle stelle.
Non mi sono serviti a niente, ma impararli mi è piaciuto lo stesso. E me li ricordo ancora.