10 luoghi comuni da sfatare sui libri per bambini (e soprattutto su chi li fa)

Da ormai diversi anni vivo quasi costantemente in tour, tra saloni e fiere del libro.
Giro perlopiù per la Francia, ricca di appuntamenti dedicati alla lettura, ma quest’anno sono stato anche in Australia e Danimarca.
In Italia giro poco, quasi solo per tenere workshop. A differenza di altri paesi, in Italia il libro per bambini è ancora una novità e chi per lavoro ne scrive o ne disegna è avvolto da un’aura di mito. Ho pensato allora di scrivere questi 10 luoghi comuni da sfatare sui libri per bambini e su chi li fa: primo perché, come forse avrete intuito leggendo il mio precedente, mi piacciono i decaloghi, secondo perché sono sempre stato per sfatare i miti.
Attenzione: quello che segue non è una rivendicazione, solo il racconto di come vanno le cose.
Nel Medioevo, sui territori che intuivano esistere ma che non conoscevano i cartografi ponevano la dicitura Hic sunt leones, Qui ci sono i leoni.
Ecco, in realtà, non sempre ci sono i leoni.
Alle volte ci sono i canguri.

1. Scrivi libri per bambini? Deve essere bellissimo lavorare con i bambini!

Sì, può darsi. Ma scrivere libri per bambini non prevede necessariamente essere circondato da bambini. Penso che gli autori vivano perlopiù circondati da gatti.
Nel mio caso, da chitarre.

2. A fare libri per bambini si guadagna molto. Prendi per esempio Harry Potter.

È vero. In alcuni casi si guadagna molto. Prendi per esempio Harry Potter.

Anne Rouquette - 'Bons baisers ratés de Paris' di Davide Cali e Anne Rouquette, Editons Gulf Stream

3. Ora i libri per bambini vanno molto forte…

Diciamo di sì, ma tutto è relativo. In un mercato librario (parlo di quello italiano) che sembra un malato terminale, i libri per bambini sono quelli che vanno meglio, insieme ai gialli e alla saggistica. Questo però in termini generali.
In realtà la maggior parte dei libri per bambini rimane sugli scaffali e poi va macerato, come tutti gli altri libri del resto. Il che spiega perché nell’ultimo anno i distributori hanno chiesto di ridurre ulteriormente le tirature: è inutile mettere in circolo libri che nessuno compra.
Ciò nonostante sempre più editori decidono di aprire una collezione per bambini nel loro catalogo. Negli ultimi cinque anni ho visto editori specializzati in guide turistiche, saggistica, libri di cucina, intraprendere la via del libro per l’infanzia con la chiara, e permettetemi di aggiungere ingenua, convinzione di fare soldi facilmente.
Credo che non ci siano riusciti.
Penso che il grosso equivoco sia pensare che per vendere libri si debba essere capaci di fare buoni libri. Aldilà del fatto che in tanti presumono di fare buoni libri ma poi fanno libri mediocri, in ogni caso per vendere occorre saper vendere. Per quanto artistico possa essere il prodotto occorre strutturare la vendita, occorre marketing, occorre promozione, soprattutto in un paese che non compra libri.

4. Anche a me piacerebbe fare tutto quello che voglio, come te.

Sì, sarebbe bello fare esattamente quello che ci piace, ma le cose non vanno così.
E io non faccio eccezione. Fare libri significa condividere la tua creatività con un editore e un art director, che a loro volta condividono le loro scelte con i distributori e con gli agenti che vendono i diritti negli altri paesi. Se il libro è illustrato c’è anche un illustratore con cui dividere il lavoro, sempre che si stacchi da Facebook e si degni di cominciarlo. Tutte queste persone ti bombardano di feedback, di richieste, di correzioni, di proposte e abbastanza rapidamente il tuo libro evapora nel limbo dei libri ideali e diventa quello che deve essere: un prodotto.
Ovviamente esistono eccellenti prodotti. Ma alla fine sono il risultato di una serie di scelte, di riunioni e di discussioni che sono la cosa più distante dal fare semplicemente tutto quello che vuoi.

5. Sei fortunato, non hai un capo, non hai orari, ti gestisci il tempo come vuoi.

È vero, non ho un capo: in questo momento ne ho una quindicina. È vero anche che non timbro il cartellino, ma i miei orari sono mediamente lunghi, la giornata ordinaria va dalle 7 alle 19, week end e festivi inclusi. È vero che gestisco il mio tempo come mi va: posso fare una “pausa chitarra” a mezza mattina o lavorare alle 3 di notte, ma di base bisogna lavorare e farlo in tre continenti contemporaneamente seguendo i tre fusi orari difficilmente significa lavorare di meno. Ovviamente non è obbligatorio essere iperattivi come il sottoscritto, si può anche lavorare in un solo paese e a un solo libro per volta, ma bisogna comunque farlo: i tempi editoriali e la remunerazione media non sono tali da consentirti di lavorare un giorno la settimana. Bisogna farlo a tempo pieno!

6. Chissà come è bello fare il tuo lavoro, non pensare mai a niente, solo alla creatività!

A dire il vero la maggior parte delle mie giornate trascorre a contrattare diritti, a supervisionare libri in corso, a correggere storyboard, a tradurre materiale, a discutere con le mie agenti, a discutere con gli art director, a discutere con gli illustratori, a rispondere alle attachées de presse, a rispondere a mail inutili, a rispondere alle domande delle interviste, a cercare di ottenere risposte da persone che fingono di non esserci. Spesso per lavoro viaggio, così il pensiero dominante è perlopiù non lasciare il carica batterie del telefonino in hotel e convincere gli agenti della sicurezza aeroportuale che è inutile che io mi tolga gli anelli e le collane: primo perché il metal detector non è sensibile all’argento, secondo perché il detector suona quando uno degli agenti lo fa suonare di proposito con un tasto della consolle. Di solito quando glielo dici sono abbastanza imbarazzati e non oppongono resistenza, ma glielo devi ripetere ogni volta.
Poi ci sono gli incontri con le scuole, le interviste, le dédicaces ai saloni.
Alla creatività non penso mai. Mi pensa lei. Quando capita scrivo qualcosa di nuovo.
Il resto è lavoro. Nel tempo che avanza cerco nuove chitarre su internet.

7. Chissà che emozione quando ti arriva il cartone dei libri.

Sì, le prime volte era emozionante. Qualche volta lo è ancora ma con l’abitudine l’emozione si dilegua un po’. Il fatto è che i libri richiedono mesi di lavoro: quando arriva il cartone io sono già dieci libri avanti, concentrato su altri progetti.
È un mio difetto, guardo sempre avanti, non mi fermo mai. Così quando arriva il cartone lo apro e metto i libri da qualche parte.
Poi ci sono le volte in cui il libro richiede tre anni di lavoro perché l’illustratore durante la lavorazione ha avuto una crisi mistica, ha lasciato tutto, poi è tornato e ha ricominciato a lavorare ma con uno stile diverso, poi ha piantato tutto di nuovo, quindi è tornato e ha ripreso da dove aveva lasciato ma questa volta con due stili diversi tra di loro e diversi da quelli precedenti.
Ecco, in quel caso, quando finalmente arriva il libro, lo lascio dentro il cartone.
Questo non vuol dire che i miei libri non mi diano emozione. L’emozione arriva all’inizio, quando capisco che quella cosa che mi ronza in testa è una storia, una cosa nuova da raccontare.

8. Da dove ti vengono le idee per scrivere tante favole?

Non vorrei essere puntiglioso, ma a rischio di risultare più antipatico (cosa molto difficile, penso di aver raggiunto già il massimo punteggio) devo dire che io non scrivo favole. Scrivo libri per bambini e i libri per bambini non sono necessariamente favole. Non ho nulla contro le favole, ma sarebbe come dire che la musica è il jazz.
Il jazz è senz’altro musica, ma la musica può essere tante altre cose.
Le favole se non sbaglio (non le ho mai praticate granché, nemmeno come lettore) sono quelle popolari, come Cappuccetto rosso. Le fiabe sono le storie di castelli, streghe, principi e principesse.
Le mie sono storie moderne, come quelle di tanti autori che fanno il mio lavoro.
Non hanno una definizione più specifica. Sono semplicemente storie per bambini.

9. Ti piace essere famoso? Deve essere bello essere famosi.

Sì, immagino di sì. Ma non è il mio caso. Per quanto io sia famoso credo che i veri famosi siano più David Beckam o Scarlett Johansson. Certo, essere tradotto in quasi 30 paesi e vincere premi ogni mese (l’anno scorso ne ho presi undici, confesso che ero stranito!) fa di me una stella. Ma penso di essere una stella in un cielo stellato.
Nel mio ambiente ci sono moltissimi autori bravissimi. Spesso ci incrociamo ai saloni e la nostra vita somiglia, molto da lontano, a quella delle vere star: vengono a prenderti all’aeroporto, hai l’hotel pagato, grandi cene, una macchina che ti porta a destra e sinistra, tutti sono gentili e ti sorridono.
Nelle situazioni in cui sono famoso e quindi firmo autografi, sorrido ai fotografi e rispondo a interviste per riviste, radio e TV, non penso mai a quanto sia bello: è una cosa che percepisco come parte del mio lavoro, ma non necessariamente la più bella.
In realtà il tutto mi imbarazza un po’. Ma ci ho fatto l’abitudine, come ad altre cose.

10. Ma allora il tuo lavoro non ti piace? Perché continui a farlo?

Chi ha detto che non mi piace? Io dico solo che non è come se lo immaginano i più.
Mi piace farlo, anche perché non saprei far altro, ma è un lavoro: con grandi soddisfazioni ma anche le sue noie e i suoi momenti no.
Spesso le soddisfazioni sono soffocate dal resto. Vinci un premio e lo stesso giorno ti chiamano per dirti che un libro per cui avevi già firmato il contratto non si fa più.
È un lavoro libero, ma questo non vuol dire poter fare tutto quello che vuoi. Del resto, alle volte seguire gli altri e le loro opinioni può persino essere interessante.
Senz’altro riesco a dare forma a molte fantasie e aver fatto di questo un lavoro è un grande privilegio, che però ha un costo alto, di tempo e dedizione. È inutile guardare l’orologio: non scatta lo straordinario e non ti pagano di più se lavori la domenica.
Lavorare molto non mi pesa, è solo una constatazione. Del resto io mi annoio facilmente, ho sempre odiato le festività e i week end, quindi più tempo passo perso nelle mie fantasie e meglio sto. Quanto al denaro, raramente facendo libri si guadagna tanto da diventare ricchi, ma se questa fosse stata una priorità avrei fatto cercato di fare l’assessore.

Le immagini di questo articolo sono di Anne Rouquette, dal libro di prossima uscita Bons baisers ratés de Paris, di Davide Calì e Anne Rouquette, Editions Gulf Stream.
Per gentile concessione di Gufstream (Tutti i diritti riservati).

editorialista
  1. Il tuo articolo per certi versi mi è piaciuto, riassume bene quali sono i preconcetti nelle persone nei confronti di chi lavora nel mercato del libro per bambini.

    Mi è dispiaciuto invece vederti menzionare la figura degli illustratori in termini molto generali, quindi portando a pensare che tutti facciano la stessa cosa, e sempre in modo dispregiativo. Illustratori che non lavorano per stare su facebook. Illustratori che cambiano stile 50 volte e ci mettono anni a portare a termine il lavoro.
    Ora… domanda 1, ma dove sono state pescate queste persone? E soprattutto, se non hanno dimostrato professionalità, perché il rapporto lavorativo è continuato fino alla fine?

    In ogni caso mi ha intristito leggere queste cose, perché io ci tengo molto al mio lavoro e a farlo nel modo più efficiente e professionale che sia possibile (ovviamente sono illustratrice) e, come a uno scrittore non piace essere sommerso di luoghi comuni sul suo lavoro, neanche a un illustratore piace sentirsi dire "ah ma ho sentito dire che siete tutti nullafacenti e privi di professionalità".

    Tolto questo, il tuo piccolo decalogo mi ha coinvolta perché, a parte il punto dedicato alla fama – per ora non è prevista nel mio calendario degli appuntamenti, sono tutte cose che mi sono sentita dire anche io e le tue risposte sono ottimi spunti per risposte future… specie visto che solitamente sono affetta dalla mancanza della famosa "risposta pronta". Quando la distribuirono probabilmente ero da qualche parte a disegnare.

    Una piccolissima correzione al luogo comune #8: cappuccetto rosso, come altre storie della tradizione popolare,è sempre una fiaba. Le favole sono quelle brevi, con animali caratterizzati da comportamenti umani e contenenti una morale o un insegnamento o qualsiasi altro spunto di riflessione, tra le più famose quelle di Esopo e di Fedro. E con questo ho reso onore ai miei studi universitari ;)

    A presto per la lettura di altri tuoi articoli, che si rivelano sempre una gradevole lettura, anche quando strapazzano un po' la mia categoria :P

  2. Buonasere Elisa, o vista l'ora, buona notte! Innanzi tutto grazie per la precisazione: tra favole e fiabe non ho mai capito granché. So solo di non farne, ma la sfumatura mi sfugge sempre. Quanto alla tua domanda sugli illustratori, potrei rispodenrti con il luogo comune n.4: il motivo per cui le cose sono andate avanti è che è difficile fare quello che vuoi. Una volta avviata una collaborazione e firmato un contratto, non è facile sganciarsi da un progetto improduttivo per una serie di motivi legali e di opportunità, soprattutto da parte dell'editore, che magari ha già inserito il titolo a catalogo. Lo so, ultimamente non sono gentile con gli illustratori. Non è che li detesti, ma ne ho incrociati diversi davvero penosi dal punto di vista umano. So di essere antipatico, ma francamente, la simpatia non cambia la realtà. C'è una generazione intera di illustratori perditempo facebokkari che non ha capito niente della professione. Credo sia corretto parlarne e credo anche che sia legittimo da parte di chi lavora seriamente SPAZZARLI VIA. Come ho scritto mesi fa, non lo dico io, lo dice il mercato. Ho fatto molta fatica a convincere gli editori a seguire le mie idee perché per quanto degli editori si parli sempre male, alla fine sono molto permissivi e più di uno si è opposto alla mia idea di epurazione di chi non lavora come un professionista. Salvo darmi ragione a distanza di otto mesi. Credo che chi, come suppongo sia tu, lavora onestamente e nel rispetto delle scandenze, non debba sentirsi offeso da quello che scrivo, proprio perché il principio meritocratico premia chi lavora e lascia a casa chi invece di lavorare passa il tempo ad aggiornare la foto su Facebook. Quanto alla domanda "ma dove li pescate, ecc ecc." Le persone con cui ho avuto a che fare sono, in apparenza persone normali, che vanno alle fiere, mettono i book online, tengono blog, ecc. sono perfettamente travestiti da professionisti, ma non lo sono. Anni fa ricordo che un certo tipo di artista velleitario non si spingeva oltre un certo confine: sognavano di fare l'illustratore, ma poi non ne avevano la capacità. Non andavano nemmeno alle fiere. Ora c'è una nuova generazione di velleitari trentenni con le mammine che gli pagano i viaggi a Parigi, che lavorano poco o niente ma hanno blog sempre aggiornati col nulla che portano avanti, insomma, riescono a travestirsi meglio, portano i book alla fiera di Montrueil, a Bologna, a Francoforte. Solo quando li conosci da un po' capisci che quel book, apparentemente interessante lo portano in giro già da tre anni sempre identico, oppure che non sono in grado di completare un progetto articolato. So che non è facile per gli illustratori che cominciano a lavorare, o ci provano. Ma ho sempre aiutato un sacco di gente e continuo a farlo. Ho sempre raccontato la verità, senza pataccate, senza miti. Ho sempre risposto a tutti, ho sempre raccontato a tutti i retroscena poco glamour dell'ambiente, ho sempre racontato degli editori che non pagano, dei concorsi truccati, ho fatto il possibile per indirizzare le persone nella strada giusta evitandogli delle delusioni. Dall'inizio dell'anno però mi sono falliti dieci libri, perché gli illustratori che mi hanno cercato, non lavoravano. E' giusto che queste persone scompaiano e lascino il posto ad altri che se lo meritano. E' giusto che chi non lavora si cerchi un altro impiego. Ora riderai, ma penso di sapere più cose di te. Questo è l'anno dell'apocalisse. Non lo dicono i Maya, lo dicono i libri contabili di un sacco di editori italiani indebitati. C'è un sacco di gente che chiude. Chi non chiude entro dicembre 2012, lo farà a primavera. E' un periodo brutto. Io sono molto ottimista, perché le mie cose vanno bene. Ho perso 10 progetti ne ho recupretai altrettanti. Credo che possano essere altrettanto ottimisti tutti quelli che lavorano con pulizia professionale e intellettuale. Gli altri si levino di torno.

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